Proseguono le ricognizioni di Luigi Prestinenza Puglisi sui volti dell’architettura italiana. Stavolta tocca a una donna, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo: una professionista rigorosa e lontana dai riflettori tanto amati da molti colleghi.

Non c’è architetto italiano che, al pari di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, con così poche realizzazioni abbia ottenuto tanti riconoscimenti. Tra questi, una medaglia d’oro alla carriera dalla Triennale di Milano per celebrare poche case private, una piccola torre di controllo a Marina di Ragusa, un paio di locali commerciali, alcune installazioni.
Si tratta di lavori interessanti, e alcuni – le case per vacanze a Noto e a Ragusa –concettualmente molto intensi. Ma credo che il valore della Grasso Cannizzo non risieda tanto nella indiscussa qualità estetica di queste minute opere, che, realizzate da altre mani, sarebbero passate inosservate o degnate di solo qualche sguardo.
Il fascino che emanano è da cercarsi in una formula più complessa all’interno della quale gioca un ruolo determinante il suo personaggio: una icona della resistenza e della sofferenza, che mette in gioco le difficoltà insormontabili dell’architettura in un mondo distratto dalla ricerca di valori superficiali e di facile effetto. E poiché il nostro mondo, proprio perché è futile, adora le storie romantiche ed è attratto irresistibilmente dai personaggi tragici che si contrappongono al successo e alla banalità, insegnandoci i valori e il coraggio che noi non abbiamo, la Grasso Cannizzo è diventata la perfetta archistar della crisi, una archistar al contrario. “Non ho una sede fissa” – ha dichiarato – “e non ho un numero costante di collaboratori, dipende dalle circostanze”. Il suo unico aiuto, una presenza tanto costante quanto trasparente e quindi incapace di farle ombra, Salvatore Ingrao, ha uno studio autonomo. Viene alla mente la figura di Peter Zumthor che dichiara di non tenere in alcun conto i committenti, la loro fretta, le loro piccolezze. Ma, mentre Zumthor ha insegnato a Los Angeles, Monaco, Harvard e Mendrisio e, da abile professionista, sa trasformare in oro il suo altezzoso distacco, la Grasso Cannizzo è pienamente coerente con il suo personaggio. I suoi progetti di trenta e più anni di attività si contano sulle dita: “Nella mia vita professionale”, racconta, “ho realizzato il 2% dei lavori…Il restante 98% è archiviato in fase esecutiva”.

Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Casa per vacanze, Noto 2010. Photo Hélène Binet
Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Casa per vacanze, Noto 2010. Photo Hélène Binet

CONFRONTI E MAESTRI

Nel 2015 a Selinunte, accanto a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, invitammo, per essere premiate come donne architetto, la fantasmagorica Teresa Sapey e Patricia Viel, la partner dello studio Antonio Citterio Patricia Viel and partners. Rimasi colpito dal fatto che la Viel e la Grasso Cannizzo sembravano come infastidite dall’esuberanza caratteriale e formativa della Sapey. Troppo attenta al feedback della committenza, troppo creativa, meravigliosamente dotata per gli effetti cromatici. E difatti il merito della Sapey è riuscire a creare empatia colorando il mondo.
La Viel e la Cannizzo apparivano, invece, attratte l’una dall’altra. La Viel come ipnotizzata dalla capacità della Grasso Cannizzo di essere più che esclusiva, di raccontare un mondo inarrivabile. La Grasso Cannizzo era invece come attratta dalla bravura della Viel nel trasformare in valore economico il quasi nulla della rinuncia, vendendo a caro prezzo l’esclusività senza comprometterla con valori effimeri e dozzinali. Tutte e due, però, erano coscienti, almeno così mi piace immaginare, che se avessero provato a superare l’invisibile e invalicabile linea di confine che le divideva, avrebbero perso la loro originalità, la loro così opposta e, allo stesso tempo, così vicina collocazione sul mercato dell’architettura.
Se chiedete a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo chi siano stati i suoi maestri, vi risponderà Franco Minissi, il grande professore di restauro noto per i suoi interventi concettualmente perfetti e praticamente disastrosi, il più famoso dei quali è la serra di Piazza Armerina, fatta distruggere dal piccone demolitore di quel personaggio esiziale per l’architettura contemporanea che è Vittorio Sgarbi.
Da Minissi la Grasso Cannizzo ha appreso la regola che una buona architettura è un’operazione mentale, che non parte da preconcetti formali e arriva a un risultato, spesso inatteso, attraverso una serie di passaggi ineluttabili. Che presuppongono un controllo ferreo del dettaglio e della fase esecutiva.
Ma, mentre Minissi fu un grande divulgatore e un professionista di successo, la Cannizzo ha sviluppato questo atteggiamento con uno spirito alla Wittgenstein. Quel Wittgenstein che passava giorni e giorni nel cantiere della casa della sorella a controllare la perfetta messa a piombo di un infisso e che dichiarava al fabbro che anche un millimetro è fondamentale. Scherzando, ho detto più volte alla Giuseppina che l’incontentabile filosofo austriaco si sarebbe trovato in soggezione di fronte a lei, se non altro quando lei stessa lo avrebbe istruito su quanti giri di cacciavite una vite richiedesse per essere ben montata.

DALLA SICILIA AL MONDO

Ossessività e perfezionismo dell’imperfezione (che è la perfezione più difficile da perseguire): ve ne accorgete se vi capita di assistere a una sua conferenza. Durante la quale vi racconterà i suoi progetti senza risparmiarvi il minimo particolare, anche il più apparentemente insignificante. E solo così capirete la pignoleria con la quale ha curato la monografia delle proprie opere: un’operazione che normalmente richiede un paio di mesi e che a lei è costata un paio di anni di intenso e inflessibile lavoro.
In questo senso la Cannizzo, nel panorama italiano, eclettico e piacione, rappresenta un controsenso, una eccezione. È lei l’anti-Boeri, l’anti-Casamonti, l’anti-Zucchi. Perché l’architettura non deve piacere e basta, deve convincere. E per convincere non può addivenire a compromessi. Se no l’incarico lo si lascia, perché non è detto da nessuna parte che lo si debba proseguire a ogni costo, nel momento in cui perde la sua integrità.
Anche la scelta di vivere in un paese sperduto della Sicilia, Vittoria, racconta della Grasso Cannizzo. Che però non è una provinciale. Non si crogiola nel localismo e vive a stretto contatto con Milano e con le altre capitali della cultura e dell’arte contemporanea. Insomma, non la sentirete mai fare l’elogio della cassata o dell’arancino. Vi parlerà sempre delle ultime ricerche dell’arte contemporanea per ricordarvi che, se non va bene la globalizzazione, non ha senso neanche la provincia. Perché la condizione contemporanea non è il chilometro zero ma l’estraneità ai luoghi che si abitano. E che si vive lontani proprio perché si vive ovunque.

Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Casa per vacanze, Noto 2010. Photo Hélène Binet
Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Casa per vacanze, Noto 2010. Photo Hélène Binet

UN APPROCCIO ANTI ACCADEMICO

Fummo io e Franco Porto, su una vaga indicazione di Italo Lupi, il bravissimo direttore di Abitare, a scoprire il caso Cannizzo. Quindici anni fa nessuno la conosceva. La ponemmo subito all’attenzione perché ci sembrava un personaggio altamente emblematico: siciliana, donna, estranea ai circuiti universitari, anti accademica nel suo approccio libero da ogni preconcetto formale. Il paradosso è stato che, a distanza di tempo, proprio l’accademia la ha trasformata in una sua eroina. E difatti alla Triennale è stata premiata insieme a Gae Aulenti e Vittorio Gregotti, due personaggi che non potrebbero esserle più lontani. Una ragione c’è. In un’Italia che cerca di sfuggire alle sfide della professione con la retorica del tradizionalismo e della distanza critica, la Grasso Cannizzo non poteva non diventare un’icona. E così l’architetto meno accademico che la Sicilia abbia sfornato sta diventando l’eroina di un accademismo di ritorno. Un destino che la accomuna al Wittgenstein amato e celebrato da tutti i seguaci di quell’Adolf Loos del quale proprio lui fu la negazione. Ma questo è un discorso troppo impegnativo che, se vuole Dio, lasciamo a un’altra puntata di questa serie.

Luigi Prestinenza Puglisi

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)

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