Etichettato come un esponente del Brutalismo italiano, spesso con accezione negativa, Vittoriano Viganò è stato un poeta dell’architettura, allergico a qualsiasi definizione univoca.

Erano diversi giorni che cercavo di tirar fuori una chiave interpretativa per Vittoriano Viganò, uno dei grandi poeti dell’architettura italiana. Non riuscivo a trovarne una convincente, sino a quando mi sono imbattuto in un testo di Leonardo Ricci proprio su Viganò, redatto in occasione di una mostra dedicatagli dalla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. A scrivere, quindi, non è un critico ma un progettista, di non minore levatura poetica. L’obiettivo del testo è smantellare un luogo comune: quello che vede Viganò come il “maggiore esponente della corrente brutalista italiana”. Il ragionamento è ineccepibile e stringente. Occorre togliere al personaggio la maschera che gli è stata appioppata e che restituisce solo visioni unidimensionali. Certo, Viganò è stato un architetto brutalista, se questo vuol dire capire le materie nella loro essenza e usarle nelle loro qualità tecniche, espressive, estetiche. Così come, egualmente, può essere definito un eclettico. Infatti, scelse volta per volta di ispirarsi a fonti diverse, senza però farsi trascinare dalle mode. Ci sono ragioni per qualificarlo come organico, se consideriamo un certo suo modo di relazionarsi con i colori, le forme e la realtà circostante. Così come ci sono motivi per vederlo formalista e anche espressionista, per esempio nella sua attitudine a restituirci le impressioni passate attraverso i moti dell’anima. Ma le etichette, avverte Ricci, hanno creato e possono creare confusioni. Esattamente come hanno fatto per lui: “Anche a me sono state appiccicate, ma nel profondo mi sono sempre sentito estraneo. Straniero”. Conclude Ricci: “Se proprio ne dovessi accettare una, la migliore sarebbe ‘esistenzialista’ e lo stesso si potrebbe dire per Viganò. Non tanto nel senso filosofico, ma semplicemente per cercare di raccontare che si è cercato di esistere, di vagare su un terreno sconosciuto, di non percorrere mai il già noto ‘come un cane da tartufo che ne insegue l’odore, che poi è l’odore della vita’”.
L’epiteto di brutalista era stato attribuito, come una particolare nota di merito, a Viganò da Reyner Banham, uno dei più importanti critici del Novecento, a seguito della realizzazione del sorprendente Istituto Marchiondi Spagliardi, completato nel 1958, quando in Italia impazzava il Neo Liberty, cioè uno stile ruffiano che, cinguettando con il passato, evitava di assumersi il peso delle contraddizioni del presente. Ed è nota la durissima polemica contro il Neo Liberty, come fuga degli architetti italiani dall’architettura moderna, che vide contrapposto lo stesso Banham a Ernesto Nathan Rogers.
Viganò capisce che, per quanto depistante, l’etichetta poteva giocare a proprio favore e così cerca di darle un proprio peculiare significato. Scrive in un testo:
brutalismo: come fatto diretto, esplicito, non finzione spaziale e materica;
brutalismo: come riconoscimento di valore (formale e civile) dei materiali poveri;
brutalismo: come contestazione dell’atteggiamento elegante, facile, di élite;
brutalismo: come assunzione di strumenti materici unificati, interno/esterno, e semplificazione; brutalismo: come espressionismo (come opposto della maniera) come verifica dello spazio e delle proprietà sia delle materie che dell’edilizia”.
Per arrivare alla conclusione che non poca cultura contemporanea è brutalista e che il grande avo dell’architettura moderna, Le Corbusier ‒ il quale proprio in quegli anni è alle prese con La Tourette (1956-60) e Ronchamp (1950-55) ‒ è l’ispiratore del nuovo stile.

Vittoriano Viganò, Piano per il Parco Sempione, Milano 1979 1987. Foto di Federico Balestrini (2009) Credits Fondazione dell'Ordine degli Architetti di Milano
Vittoriano Viganò, Piano per il Parco Sempione, Milano 1979 1987. Foto di Federico Balestrini (2009) Credits Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano

LA STORIA DI VIGANÒ

Viganò, come intuisce Ricci, è però un personaggio culturalmente troppo inquieto per essere inquadrato da uno stile o, peggio, da uno slogan. A partire dal suo sogno di leggerezza e di colore che mutua da Franco Albini, del quale è un fervente ammiratore, e da Gio Ponti, del quale è stato studente e assistente all’università. E, poi, è l’arte, nella molteplicità delle sue sperimentazioni, a guidarlo. Suoi sono alcuni splendidi allestimenti per spazi milanesi: la Galleria del Naviglio, la Galleria San Fedele, la Libreria il Salto. In quest’ultima si riuniscono i protagonisti del MAC, Movimento Arte Concreta, fondata nel 1948 da Gillo Dorfles, Gianni Monnet e Anastasio Soldati. Per Viganò l’architettura non differisce da una scultura o da un quadro, anche se è ovviamente soggetta a proprie leggi che la costringono innanzitutto a funzionare. Da questa apertura all’arte nasce la frequentazione con uno dei personaggi più importanti dell’architettura europea, il francese André Bloc, che lo porterà a collaborare, dal 1947 al 1963, con la rivista da lui diretta, L’architecture d’aujourd’hui, per la quale cura due numeri monografici dedicati alla nuova architettura italiana e diversi articoli tra i quali ne ricordiamo uno su Franco Albini e l’altro su Pier Luigi Nervi. Del primo, come abbiamo accennato, lo colpisce il senso della leggerezza che costituisce l’antidoto e, insieme, il complemento alla pesantezza del cemento armato, del secondo il prevalere della struttura, considerata una componente da esaltare, in quanto portatrice di valore plastico e scultoreo.
André Bloc, da committente, lo coinvolgerà come architetto nella realizzazione di quello che, a mio avviso, è il capolavoro di Viganò: la casa La Scala a Portese del Garda del 1958. Rappresenta una vetta inarrivabile per l’architettura italiana di quegli anni. La casa ha una sua concreta materialità sottolineata dallo spessore dei solai ma, allo stesso tempo, si lascia attraversare dallo sguardo grazie alle vetrate che la circondano. Chi si avvicina alla abitazione può osservare in trasparenza lo stupendo panorama del luogo. Costruita in cemento armato su pilastri in ferro, l’abitazione è attraversata da colori, in primis da strisce rosse e blu. Solo Carlo Scarpa avrà l’intelligenza e il coraggio di accostare materiali, trame e colori tanto lontani e che però si rilevano magicamente necessari. E poi vi è l’atto temerario di una lunga scala che unisce la casa alla spiaggia sottostante. Un’opera di notevole intelligenza strutturale e gestuale, decisamente anti-graziosa eppure stupendamente e paradossalmente contestuale. La casa è pubblicata dalle principali riviste, a cominciare ovviamente da L’architecture d’aujourdhui, che ne colgono il segno di novità e anche il carattere atipico generato dall’incontro di un committente speciale con un grande architetto.
Viganò, come è stato notato, fa parte di una generazione insieme fortunata e sfortunata. È quella di mezzo nata intorno al 1920. Suoi coetanei sono Giancarlo De Carlo, Leonardo Ricci, Bruno Zevi, Leonardo Savioli. Sono coloro che non hanno vissuto il periodo eroico del Movimento Moderno ma l’eredità, sentendo la perentorietà dell’insegnamento, e nello stesso tempo non sono ancora i disillusi e i cinici ai quali è stato destinato il compito di superarlo con nuovi principi. Inutile dire che l’architetto al quale Viganò maggiormente si ispira è Giuseppe Terragni, anche se le assonanze tra i due si devono cercare al di là di banali rassomiglianze, che difatti non ci sono.

Vittoriano Viganò, Ampliamento Sede del Politecnico di Milano, 1970 1983. Foto di Federico Balestrini Credits Fondazione dell'Ordine degli Architetti di Milano
Vittoriano Viganò, Ampliamento Sede del Politecnico di Milano, 1970 1983. Foto di Federico Balestrini Credits Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano

I COLORI E L’ARCHITETTURA

Viganò, come Alberto Burri, nel corso della sua vita sarà affascinato da due colori: il rosso e il nero. Il rosso in quanto materia cromatica portatrice di energia e il nero per la sua capacità di assorbire la luce. Sono i colori che meglio esaltano la poesia del non finito, del provvisorio, dell’architettura che rifiuta di presentarsi come la soluzione incontrovertibile e definita di una equazione. “Io” ‒ racconta ‒ “forse, sono più portato per temperamento a un vissuto più sperimentale, più movimentato che persuasivo, mi trovo più a mio agio nel non finito. Gardella è un maestro del finito. Quando si va verso il finito, come lui, il rosa e testa di moro sono quasi un destino. Se vuoi sapere perché io faccio il rosso e il nero, rispondo che il mio rosso è il tuo rosa e il mio nero è il tuo marrone: in altri termini il mio destino”.
Viganò è anche autore di magnifici interni, di cui forse il migliore è la propria abitazione. Uno spazio fluido e intrigante dove l’occhio non trova riposo. L’architettura, come la vita, deve essere fonte di continue sorprese. Così come lo sono i numerosi pezzi di design che progetta, apparentemente minimali ma portatori di complessità spaziale.
Diversi i capolavori. Tra questi vi è sicuramente la sede della facoltà di architettura di Milano (1970-85). Uno dei pochi edifici universitari che insegna agli studenti l’importanza della buona progettazione, a partire dall’esperienza spaziale che riesce a generare.
Ma l’opera più suggestiva di Viganò è stata realizzata almeno dieci anni prima, tra il 1961 e il 1962 ed è un omaggio alla memoria del padre, Vico, che aveva immaginato un edificio verticale che dialogasse con le guglie del Duomo a Milano. Vittoriano realizza tra piazza Duomo e piazza Reale una torre effimera in tubolari metallici alta un centinaio di metri, appena colorata da sporadici pannelli bianchi, arancio e rossi.
È il monumento alla leggerezza e alle trasparenze, realizzato proprio dall’architetto che era stato indicato qualche anno prima come il caposcuola del brutalismo italiano. Opera con la quale dimostra, una volta per tutte, che, come intuisce Leonardo Ricci, ai veri poeti è molto difficile poter affibbiare un’etichetta senza essere prima o poi smentiti clamorosamente dalle loro opere.

Luigi Prestinenza Puglisi

LE PUNTATE PRECEDENTI

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti
Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
Architetti d’Italia #52 ‒ Fabrizio Carola
Architetti d’Italia #53 ‒ Edoardo Persico
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Architetti d’Italia #61 – Carlo Mollino
Architetti d’Italia #62 – Maurizio Sacripanti
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)