Appassionato di linee curve e spirali, Marcello D’Olivo ha firmato alcune delle architetture più importanti dell’epoca recente. Eppure la storia l’ha condannato all’oblio.

Non appena ho pubblicato sui social un post, anticipando che intendevo dedicare il numero 72 di questa grande serie degli Architetti d’Italia a Marcello D’Olivo, numerose persone hanno cominciato a inviarmi informazioni sul personaggio e sulle sue opere. Come se le avessero custodite gelosamente per non farle perdere. E così mi sto convincendo di due cose. La prima è che in Italia c’è una cultura nascosta, celata alle accademie e alle loro spesso cervellotiche teorie. Nei nostri cuori si preferisce conservare i ricordi delle opere dei Marcello D’Olivo, dei Sergio Musmeci, dei Luigi Pellegrin, dei Leonardo Ricci, dei Maurizio Sacripanti, dei Francesco Palpacelli, dei Venturino Ventura, dei Vittorio Giorgini, dei Walter De Salvo, degli Edoardo Gellner. L’altra tradizione, insomma, dell’architettura. Quella che amiamo, quella dei vinti.
La seconda è che ci sono stati pochi architetti così ingiustamente trascurati come Marcello D’Olivo. Nonostante abbia realizzato opere di straordinaria importanza per dimensioni e per qualità. L’immagine con la quale lo si tende a liquidare è di un utopista organico incapace, attraverso curve e spirali, di saper costruire l’architettura della città che, invece, chissà perché sarebbe migliore se caratterizzata da forme squadrate e da rigidi tracciati regolatori.
La natura” ‒ diceva ‒ “è dominata da curve. Io sono un lavoratore della matita e il mio tratto deve essere un’architettura di curve. Per rispetto verso la natura e l’architettura”.
Marcello D’Olivo, oltre a essere un incallito sognatore era un solido friulano arrivato all’architettura attraverso un percorso accidentato. Di modeste origini, abbandonò nel 1932 la scuola per andare a lavorare come garzone in una cooperativa alimentare. Ripresi gli studi, si diplomò nel 1942, a ventuno anni, al liceo artistico di Venezia per poi laurearsi nel 1947 allo IUAV. Influenzato da Carlo Scarpa, che riconoscerà come uno dei suoi maestri, sviluppò uno straordinario talento per la progettazione strutturale. E, difatti, si racconta che ai corsi accademici di bel disegno e di composizione preferisse le lezioni di Scienza delle costruzioni di Carlo Minelli e i corsi di Fisica tenuti da Giorgio Salvini a Padova. Da qui la fascinazione per l’architettura organica e per le forme della natura, viste non con l’occhio romantico degli esteti ma attraverso il filtro della tecnologia e della pratica del costruire. “Ogni curva” ‒ diceva ‒ “raccoglie in sé una potente formula matematica dettata dalla natura”.

Marcello D’Olivo, Gradiente, prospettiva, schizzo a matita, pastelli e pennarelli su lucido. Courtesy Archivio D’Olivo, Gallerie del Progetto, Civici Musei di Udine
Marcello D’Olivo, Gradiente, prospettiva, schizzo a matita, pastelli e pennarelli su lucido. Courtesy Archivio D’Olivo, Gallerie del Progetto, Civici Musei di Udine

ELOGI E AMICIZIE

I suoi primi impieghi sono da strutturista, come calcolatore di cemento armato, presso l’impresa edile Rizzani di Udine. E, quando nel 1966 trasferirà la propria attività professionale a Roma, per coincidenza nello stesso stabile in cui aveva lo studio Pier Luigi Nervi, avrà con lui incontri e scontri. Nervi ne riconoscerà il genio e ne avrà grande stima. Tanto che, alla sua morte, si racconta che uno dei figli dell’ingegnere, Antonio, avrà l’idea, poi non andata a buon fine, di affidare proprio a D’Olivo la direzione dello studio.
È, come al solito, Bruno Zevi che, con il suo infallibile occhio, tra i primi si accorge della statura del personaggio, apprezzandone la prima opera importante, realizzata nel 1950, il Villaggio del Fanciullo a Opicina. Caratterizzato da pareti inclinate e da lunghe e ariose finestre a nastro, l’edificio intriga il critico romano per la sua anti-convenzionalità, che bene esprime il senso di un progetto educativo non ortodosso, giocato attraverso il superamento dell’architettura razionalista. Zevi sosterrà l’architetto udinese non lesinando incoraggiamenti ed elogi, sino a definirlo il Wright italiano. Ma il grande sostenitore di D’Olivo è Leonardo Sinisgalli, che vede in lui l’architetto che riesce a unire la cultura umanistica con quella più moderna della “civiltà delle macchine”.
Alto, robusto e perennemente insonne, D’Olivo è un divoratore di libri. Non c’è campo del sapere che non lo interessi. Senza risparmiarsi vive la propria esistenza ‒ quasi la divora ‒ in un periodo culturale particolarmente fervido, segnato da intensi incontri tra intellettuali. Frequenta gli architetti Sacripanti, Pellegrin e il giovane Massimiliano Fuksas. I grandi letterati, quali Ernest Hemingway, Orson Welles, Alfonso Gatto, Giuseppe Ungaretti. Il pittore Giorgio de Chirico e il regista Luchino Visconti. Frequenta Giulio Carlo Argan e la sua compagna Palma Bucarelli, per la quale progetterà una villa. Argan nel 1972 scriverà una entusiasta prefazione alla sua monografia in tre volumi: Discorso per un’altra architettura. È una raccolta di progetti con disegni di rara bellezza e capacità evocativa, che raccontano di come il mondo potrebbe essere diverso se solo si ascoltassero la natura e la ragione: la ragione della natura.

Marcello D’Olivo, Villa Spezzotti a Lignano Pineta. Photo Italo Zannier. Courtesy Archivio D’Olivo, Gallerie del Progetto, Civici Musei di Udine
Marcello D’Olivo, Villa Spezzotti a Lignano Pineta. Photo Italo Zannier. Courtesy Archivio D’Olivo, Gallerie del Progetto, Civici Musei di Udine

I PROGETTI

La fama di D’Olivo è legata in Italia al progetto urbanistico per Lignano Pineta del 1952. È una lottizzazione turistica in un’area paesaggisticamente delicata. D’Olivo risolve il problema di inserimento con una strada continua a forma di spirale che permette a chi la percorre di cambiare continuamente il proprio orizzonte di riferimento. Il complesso è tagliato da un trenino lineare di servizi lungo circa 600 metri, che conduce gli abitanti dal centro dell’insediamento verso il mare. Realizzato solo in parte, il segno urbano è tanto forte e intrigante da resistere a tutte le manomissioni, diventando il principale motivo di interesse e di attrazione della zona, insieme ad alcune splendide ville da lui stesso realizzate. Tra queste spicca casa Mainardis, che, appunto, ricorda il Wright evocato da Zevi, anche se ‒ occorre dire ‒ con un approccio più brutalista che in questa, ma soprattutto in altre opere, ci testimonia che, insieme all’architetto americano, è sempre presente in misura minore o maggiore l’influsso dell’altro maestro dell’architettura contemporanea: Le Corbusier.
L’influsso si vede chiarissimo nella realizzazione dell’edificio Gusmay, che avrebbe dovuto far parte di un complesso turistico non realizzato, il villaggio di Manacore nel Gargano. L’opera nel 1964 vince il premio InArch, sicuramente grazie all’apprezzamento di Bruno Zevi, che delle scelte dell’Istituto Nazionale di Architettura è il principale ispiratore.
Già dalla metà degli Anni Cinquanta, D’Olivo è impegnato con un numero crescente di progetti all’estero. Nel 1957 avviene la svolta grazie al restauro della cupola di Omar a Gerusalemme, dove l’architetto mette a frutto tutta la propria abilità di strutturista. Abbiamo accennato alla relazione sia pur dialettica con Pier Luigi Nervi. Il principale riferimento è però Sergio Musmeci. E non potrebbe essere altrimenti. Di lui apprezza lo spirito inquieto, non convenzionale, che porta a forme che mettono in discussione i principi dell’ordine e della simmetria che, invece, affascinavano sin troppo Pier Luigi Nervi. Mi raccontava Luca Sossella che una volta passò una intera notte in automobile con D’Olivo per andare in Germania, dove si profilava l’incarico di uno stadio con copertura mobile: parlava estasiato degli esperimenti di Musmeci con le bolle di sapone per trovare le geometrie resistenti in natura.

Marcello D'Olivo al lavoro nel suo studio di Trieste, 1953. Courtesy Archivio D’Olivo, Gallerie del Progetto, Civici Musei di Udine
Marcello D’Olivo al lavoro nel suo studio di Trieste, 1953. Courtesy Archivio D’Olivo, Gallerie del Progetto, Civici Musei di Udine

DAL MEDIO ORIENTE AL COLOSSEO

I progetti realizzati da D’Olivo in Medio Oriente, in Africa e nel resto del mondo sono numerosi. Piani urbanistici, stadi, la città universitaria di Ryad, l’ospedale Mouasher ad Amman, il progetto della città delle arti a Dakar. Una quantità enorme di opere che portano lo studio a ingrandirsi. Il progetto più importante è in Iraq per il dittatore Saddam Hussein, il quale rimane folgorato dalla sicurezza e impertinenza del personaggio che aveva stroncato con poche parole i progetti presentati dai suoi concorrenti e gli aveva promesso un monumento al Milite ignoto come se ne erano mai visti. E difatti realizza a Bagdad una struttura circolare di 260 metri di diametro, sollevata da terra 13 metri, con una cupola di 60. Tra i progetti di D’Olivo ce ne è uno per il Colosseo, per separarlo, attraverso una barriera di verde, dal traffico, previsto in sotterranea, e per rifare il piano dell’arena in assi di legno poggiate su un anello reticolare in acciaio che copre un sottostante ambiente destinato a museo.
Naturalmente non si è fatto niente in questa Italia rassegnata a pensare in piccolo. Ed è proprio questa incapacità di prevedere e osare la causa dell’oblio di chi, come D’Olivo, credeva nel potere delle idee sostenute dalla cultura e dalla ragione tecnologica. I pratici sognatori come lui ce li siamo seppelliti tutti.

Luigi Prestinenza Puglisi

LE PUNTATE PRECEDENTI

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti
Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
Architetti d’Italia #52 ‒ Fabrizio Carola
Architetti d’Italia #53 ‒ Edoardo Persico
Architetti d’Italia #54 ‒ Alberto Cecchetto
Architetti d’Italia #55 ‒ Fratelli Castiglioni
Architetti d’Italia #56 ‒ Marcello Piacentini
Architetti d’Italia #57 ‒ Massimo Mariani
Architetti d’Italia #58 – Giuseppe Terragni
Architetti d’Italia #59 – Vittorio Giorgini
Architetti d’Italia #60 – Massimo Cacciari
Architetti d’Italia #61 – Carlo Mollino
Architetti d’Italia #62 – Maurizio Sacripanti
Architetti d’Italia #63 – Ettore Sottsass
Architetti d’Italia #64 – Franco Albini
Architetti d’Italia #65 – Armando Brasini
Architetti d’Italia #66 – Camillo Botticini
Architetti d’Italia #67 – Antonio Citterio
Architetti d’Italia # 68 – Oreste Martelli Castaldi
Architetti d’Italia #69 – Paolo Soleri
Architetti d’Italia #70 – Giovanni Michelucci
Architetti d’Italia #71 – Lucio Passarelli

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)