Architetti d’Italia. Ernesto Nathan Rogers, il respingente

È piuttosto dura la critica di Luigi Prestinenza Puglisi all’approccio architettonico di Ernesto Nathan Rogers. Fra Tendenza, International Style e Neoliberty.

Se ho aspettato tanto tempo per trattare Ernesto Nathan Rogers, uno dei più importanti protagonisti dell’architettura italiana del Novecento, c’è una ragione. Risiede in un profondo disagio. Da un lato non credo che egli sia stato un irresistibile teorico, né un architetto di particolare talento e la sua opera principale, la Torre Velasca, mi lascia molto tiepido. Dall’altro ho pensato che una dichiarazione del genere potesse far credere che non ho a cuore né il rapporto di continuità con la storia né le preesistenze ambientali, due temi che a Rogers furono carissimi. Criticare Rogers vorrebbe allora dire prendere partito per il linguaggio ripetitivo e sciocco dell’International Style o dei suoi derivati. Per l’inserimento violento dell’architettura nei tessuti storici. Per l’insensibilità alla grande cultura che ci ha preceduti. Un po’ ‒ se mi è permesso un parallelismo ‒ come è successo con l’equazione antifascismo comunismo. Quando si riteneva che non ci fossero altre forme di critica alla dittatura che non fossero quelle di una sola parte politica. Rogers, in altre parole, è diventato il santo protettore di un approccio, di una Tendenza, che ha rivendicato la custodia esclusiva di un rapporto con la storia che, invece, in forme diverse è un patrimonio molto più problematico e diffuso. Credo che Manfredo Tafuri abbia avuto una gran parte di responsabilità nel promuovere questa interpretazione: penso per esempio alle pagine in cui attacca il Pirellone di Ponti passandolo come una fetta di formaggio e ammira la Torre Velasca come esaltazione poetica di una Milano sperata e che purtroppo non esiste. Eppure Gio Ponti aveva avuto per la storia un’attenzione particolare, certo diversa da quella di Rogers, ma sicuramente vitale e interessante. E che dire di altri personaggi, quali per esempio Luigi Moretti o Bruno Zevi? Forse il primo non aveva una maniacale attenzione al passato tanto da cercare la sua poesia scavando nello spazio dell’architettura barocca? E il secondo non aveva concepito la storia come una metodologia dell’agire progettuale?

LA STORIA DI ERNESTO NATHAN ROGERS

Fino a che punto Rogers fu responsabile della sua elezione a caposcuola di uno storicismo che promuove i pasticci stilistici del Neoliberty e poi porta a Vittorio Gregotti, ad Aldo Rossi o a Giorgio Grassi? Non credo da subito. Gli esordi della sua attività fanno pensare a un finale diverso. Protagonista dei CIAM, amico di Gropius, di Le Corbusier, di Pagano e dello stesso Ponti, Rogers era stato uno dei personaggi di punta del Movimento Moderno in Italia e aveva avuto il gran merito di creare un ponte con le ricerche migliori che si realizzavano in Europa e oltre l’Atlantico. Quando nel 1946 e 1947, subito dopo i disastri della guerra, assume la direzione della rivista Domus, chiama in redazione Marco Zanuso, uno dei protagonisti della prefabbricazione e dell’industrializzazione edilizia in Italia. Personaggio che porta con sé nel 1953 quando si trasferisce alla direzione di Casabella. Se apriamo il numero 199 della rivista, dicembre 53-gennaio 54, il primo che lui firma, Zanuso compare, infatti, come redattore insieme a Giancarlo De Carlo e Vittorio Gregotti. Poi però succede qualcosa. La gestione pluralista si incrina. Zanuso e De Carlo escono dalla redazione. Il primo in punta di piedi, il secondo, come era suo carattere, suscitando una polemica. Culmina in una lettera che Rogers sente il dovere di pubblicare, insieme a una breve risposta, nel numero 214 del febbraio 1957. La lettera di De Carlo può essere riassunta così: eravamo in tre, Rogers si occupava della continuità e cioè del rapporto con la storia, Zanuso della prefabbricazione e cioè dell’innovazione edilizia, De Carlo della critica al formalismo, in particolare della critica al linguaggio oramai snervato dell’International Style. Notare che non c’è il sia pur minimo accenno, neppure in nota, al terzo redattore: Vittorio Gregotti. La rivista, prosegue De Carlo, si è però personalizzata, diventando troppo marcatamente quella del direttore. Si è occupata ‒ne deduciamo ‒ troppo del solo problema della continuità, perdendo il carattere innovativo e incisivo. Da qui le dimissioni.
Perché manca Gregotti che non figura neanche come soprammobile in questa lettera? Non lo sapremo mai e fare dietrologia non ha senso. Certo è che la mia esperienza di critico mi ha sempre mostrato che nelle lettere e nei documenti è molto più rilevante ciò di cui si tace che ciò di cui si dice. E, ad avallare questo sospetto, è il colophon di questo numero 214 nel quale sono ovviamente tolti Zanuso e De Carlo e compare, promosso a caporedattore, il solo Vittorio Gregotti. Se adesso guardiamo la storia della rivista osserviamo che nel corso degli anni successivi vi assumeranno un ruolo i nomi principali di quella che sarà la tendenza neo-conservatrice dell’architettura italiana: nel 1958 fa la comparsa un Centro studi di cui fanno parte Aldo Rossi e Luciano Semerani. Nel 1961 Aldo Rossi entra in redazione. Sempre nel 1961nel centro studi entra Giorgio Grassi, nel 1963 entrano Guido Canella e Carlo Aymonino. Tra i collaboratori vi è Manfredo Tafuri. L’unica figura difficilmente inquadrabile è il bravissimo Francesco Tentori, entrato nel 1958 e caporedattore dal 1962, quando Gregotti si dimette.

LA TENDENZA E IL NEOLIBERTY

Proprio alla fine degli Anni Cinquanta Casabella diventa il principale santuario della reazione in Italia, e Rogers il punto di riferimento di quella che sarà chiamata, mutuando un termine usato da Rogers stesso, la Tendenza. Il nome Neoliberty per giustificare architetture pasticciatamene storiciste è inventato da Paolo Portoghesi nel 1958. La celebre polemica con Reyner Banham è del 1959. Banham probabilmente intuisce che dietro le forme del Neoliberty si cela molto di più: una ritirata dal Movimento Moderno. Rogers dalle pagine di Casabella risponde duro: accusando Banham di essere il custode dei frigidaire, alludendo contemporaneamente alla freddezza dello stile tecnologico da lui promosso e all’ossessione per gli elettrodomestici che caratterizzano gli scritti del grande critico inglese. Dimenticando così volutamente quanto fosse importante per Banham, che era uno studioso coltissimo, la riflessione storica.
Nel 1959 Rogers presenta al CIAM di Otterlo la Torre Velasca. Viene subissato di critiche. In particolare dagli esponenti del Team X, cioè i nuovi compagni di strada di De Carlo.
Si consuma forse una rivincita se non una vendetta. Sicuramente un vittoria di Pirro contro la svolta reazionaria italiana. Una svolta che troverà negli anni successivi numerosi discepoli nelle accademie e nelle riviste, tanto da diventare egemone.
Ecco, in sintesi, perché non amo Ernesto Nathan Rogers, a prescindere dalle sue opere, realizzate con il gruppo BBPR, alcune delle quali sono interessanti, altre decisamente buone, altre mediocri. Tra le buone non metterei però la Torre Velasca, la pesante caricatura di una torre medioevale, ma due opere piccole e a mio avviso efficaci e poco retoriche. Il monumento ai caduti nei campi di concentramento (1946) nel Cimitero Monumentale di Milano che mi fa pensare alla leggerezza delle opere di Edoardo Persico e il padiglione canadese ai Giardini della Biennale di Venezia del 1958, un lavoro coinvolgente, anticipatore nel suo rapporto con la natura ed estremamente efficace dal punto di vista espositivo.
Forse quando il merito del confronto con la storia sarà restituito alle molteplici esperienze che maturarono in Italia in quegli anni e non sarà l’esclusiva di una sola linea di tendenza, anzi di Tendenza, la figura di Rogers ci risulterà meno respingente. Oggi, visto come caposcuola di una fazione alla quale non mi sento di appartenere, non posso che continuare a osservarlo con occhio diffidente.

Luigi Prestinenza Puglisi

LE PUNTATE PRECEDENTI

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti
Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
Architetti d’Italia #52 ‒ Fabrizio Carola
Architetti d’Italia #53 ‒ Edoardo Persico
Architetti d’Italia #54 ‒ Alberto Cecchetto
Architetti d’Italia #55 ‒ Fratelli Castiglioni
Architetti d’Italia #56 ‒ Marcello Piacentini
Architetti d’Italia #57 ‒ Massimo Mariani
Architetti d’Italia #58 – Giuseppe Terragni
Architetti d’Italia #59 – Vittorio Giorgini
Architetti d’Italia #60 – Massimo Cacciari
Architetti d’Italia #61 – Carlo Mollino
Architetti d’Italia #62 – Maurizio Sacripanti
Architetti d’Italia #63 – Ettore Sottsass
Architetti d’Italia #64 – Franco Albini
Architetti d’Italia #65 – Armando Brasini
Architetti d’Italia #66 – Camillo Botticini
Architetti d’Italia #67 – Antonio Citterio
Architetti d’Italia # 68 – Oreste Martelli Castaldi
Architetti d’Italia #69 – Paolo Soleri
Architetti d’Italia #70 – Giovanni Michelucci
Architetti d’Italia #71 – Lucio Passarelli
Architetti d’Italia #72 – Marcello d’Olivo
Architetti d’Italia #73 – Venturino Ventura
Architetti d’Italia #74 ‒ Ugo e Amedeo Luccichenti
Architetti d’Italia #75 – Walter Di Salvo
Architetti d’Italia #76 – Luigi Cosenza
Architetti d’Italia #77 – Lina Bo Bardi
Architetti d’Italia #78 – Adriano Olivetti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica…

Scopri di più