Architetti d’Italia. Luigi Moretti, il poeta

Osteggiato da Tafuri e Zevi, anche per i suoi legami mai celati con il fascismo, Luigi Moretti è, secondo Luigi Prestinenza Puglisi, un architetto da riconsiderare.

Per Manfredo Tafuri, Luigi Moretti non poteva essere un bravo architetto. Era stato fascista e non aveva rinnegato, a differenza di altri, il proprio passato. Peggio: si diceva che fosse stato repubblichino e, dopo la guerra, continuasse a finanziare il Movimento Sociale Italiano, del quale rimase un simpatizzante. Negli Anni Cinquanta, addirittura, girava con la pistola.
Inoltre, in un periodo dominato dall’ideologia dell’architetto anti-sistema o comunque ideologicamente impegnato, Moretti era un professionista di successo e costruttore.
Ironia della sorte, si era messo in società con un imprenditore, il conte Adolfo Fossataro, conosciuto in carcere, dove nel 1945 era finito per collaborazionismo e con lui avevano fondato la Cofimprese, che ebbe un ruolo importante nella ricostruzione post-bellica, in particolare a Milano.
Durissimi i giudizi: un architetto formalista che batte le vie del disimpegno, una visione cinica e reazionaria e, infine, l’accusa di appropriarsi da destra delle sperimentazioni dell’avanguardia. Proprio quelle stesse sperimentazioni che Tafuri demoliva nei propri scritti. Quando nel 1984 scriverà per la rivista francese L’Architecture d’Aujourd’hui sull’Italia, mancheranno tre giganti, tutti, in un modo o nell’altro, nemici: Gio Ponti, Luigi Moretti e Pier Luigi Nervi. Come se un autore che volesse scrivere di architettura oggi, omettesse Zaha Hadid, Daniel Libeskind e Santiago Calatrava, qualunque cosa possa pensare su di loro. Omissione amplificata dalla considerazione che Tafuri, nel corso della sua vita, scrisse solo due monografie di architetti italiani: una dedicata a Vittorio Gregotti e l’altra a Ludovico Quaroni.

IL RAPPORTO CON ZEVI

Il rapporto con Zevi fu più articolato, anche se non meno duro. Zevi pubblicò, con il contagocce e limitandosi alla Casa delle Armi, opere di Moretti. Sulla rivista L’Architettura cronache e storia, una testata che sovente opponeva ai nemici il silenzio, parlò di realizzazioni dell’architetto sia pure per criticarle. Non si oppose, e il suo veto sarebbe stato vincolante, al conferimento di premi InArch ai suoi edifici.
Moretti, di undici anni più vecchio di Zevi, ebbe per il critico romano immensa stima e lo trattò sempre con la riverenza dovuta a un interlocutore più anziano. Lo considerava il proprio “miglior nemico” e riconosceva che le critiche erano in parte giuste e comunque tali da “mantenere vivo il mio contributo più di un articolo agiografico”. E questo nonostante Zevi non ci andasse leggero. Nel necrologio scritto nel 1973 il critico romano parlerà di un computer inceppato dal dannunzianesimo. Non si può pensare a un’accusa più cattiva.
È veramente strano che il nostro critico più importante si sia scagliato con tanta violenza contro uno dei più dotati progettisti della propria generazione, un architetto che, oltretutto, a differenza di altri coetanei quali Carlo Scarpa, aveva realizzato e in tutto il mondo opere importanti, visibili e complesse. Ma, la cosa più strana è che sia le opere di Moretti che la sua produzione teorica, portata avanti anche attraverso la rivista Spazio da lui fondata, finanziata e diretta, fossero le più vicine al modo di vedere l’architettura dello stesso Zevi. Molto più delle opere, tanto per citare architetti coetanei, di Franco Albini o Ignazio Gardella, progettisti invece apprezzati e trattati con grande riguardo. Con una affermazione forse esagerata e che però esprime una verità, si potrebbe dire: nessun architetto italiano è stato più zeviano di Moretti. Ha cioè rappresentato il tema della centralità dello spazio, si è caratterizzato per una incessante ricerca avvenuta per azzeramenti e brusche accelerazioni, ha puntato alla concretezza del fare progettuale e, forse, ha anche reso onore alle sette invarianti. Li accumunava il fatto che sia Zevi che Moretti avevano una ammirazione sconfinata per Michelangelo e Borromini.  Moretti è uno dei pochi architetti che si cimenta con successo con le linee curve e l’informale. Realizza, come Zevi, plastici dove il vuoto e il pieno si invertono, per far capire bene che la priorità poetica è del primo. E, se si osservano l’impaginato della rivista Spazio e quello dei libri di Zevi, si vedono non pochi punti di contatto nell’organizzare le immagini per illustrare gli scritti. Moretti, infine, come Zevi, ha un approccio all’architettura che passa dall’arte. E nella galleria, che fonda e gestisce, espone artisti amatissimi dallo stesso Zevi. Tra tutti Jackson Pollock, sull’opera del quale Zevi scrive pagine bellissime, mettendo insieme il suo dripping e un nuovo modo di vedere il rapporto tra urbanistica e paesaggio.
Viene quasi da pensare che Zevi trovi in Moretti la propria immagine allo specchio e abbia bisogno di esorcizzarla. Perché gli racconta quanto sia fragile il nesso tra ricerca spaziale e impegno politico, che lui ha così faticosamente cercato di costruire. Quell’immagine riflessa che con Frank L. Wright, individualista ma aperto alle idee sociali, funzionava, ma che con Moretti, fascista ed ex repubblichino, non può.
Alla morte di Moretti, scrive Zevi: “Possedeva una autentica tempra di artista, integrata da una notevole anche sistematica cultura e da una straordinaria capacità professionale. Avrebbe potuto assumere un ruolo determinante nella depressa atmosfera italiana; ma una volontà spasmodica di affermazione individuale, associata a un intellettualismo di marca dannunziana, ingordo di raffinatezze e di lusso, riportava la sua fantasia nei binari di un insopportabile conformismo; uno spreco in termini civili ed umani, da cui non si riscattava mai completamente”.

SPLENDORI E CONTRADDIZIONI DELL’ARCHITETTURA ITALIANA

Non potendolo liquidare altrimenti, Zevi insiste sul lusso, sull’estetismo, sul dannunzianesimo. Una componente sicuramente presente nell’opera di questi, ma che facciamo fatica a vedere come un tratto distintivo, che lo contraddistinguerebbe da altri architetti trattati meglio dal critico romano. E così il fascista disprezzato da Tafuri e tenuto a distanza da Zevi ha avuto bisogno di tempi migliori per poter emergere. Eppure, attraverso Moretti, non è difficile attraversare splendori e contraddizioni dell’architettura italiana. Avversario del MIAR, cioè il razionalismo duro e puro, Moretti, pur scegliendo i reazionari del RAMI, produce capolavori quali la Casa delle Armi e la Palestra del Duce.  Negli Anni Cinquanta realizza testi manieristi quali la Palazzina del Girasole a Roma e il complesso per uffici e abitazioni in corso Italia e via Rugabella che ancora ci intrigano, ci affascinano e ci stupiscono. Con Villa La Saracena passa alle linee curve, con una lettura del Barocco e del Brutalismo di Le Corbusier senza precedenti. Ma i suoi progetti più sorprendenti sono gli ultimi, in cui Barocco e informale collidono, a volte incontrandosi, a volte scontrandosi. Dalle terme di Bonifacio VIII a Fiuggi sino al santuario a Tagbha sul Lago di Tiberiade, senza dimenticare la splendida chiesa Sancta Mater Ecclesiae nel quartiere romano di Decima, di cui forse solo oggi riusciamo ad apprezzare i valori iconici e spaziali.
Lo spazio, affermava Moretti, si fonda su quattro punti di forza: la forma geometrica semplice o complessa del suo involucro, la dimensione in rapporto alla scala umana, la densità data dalla luce e dai chiaroscuri e, infine, dalla pressione data dalla energia in cui il peso non sempre scende a terra ma a volte rimane sospeso in aria, comunicando la tensione dell’uomo a scalare il cielo e il dramma del precipitare.
In questa ottica, la forma è una realtà fatta di interrelazioni, un continuo rapportarsi di sequenze, come la musica. Pura matematica. Una matematica spesso troppo complessa per poter essere descritta per via analitica e quindi lasciata a un approccio intuitivo.
In questa concezione, teorizzata da critici quali il Wittkower, possiamo trovare una spericolata apertura al futuro. Le relazioni possono, infatti, essere gestite da parametri e la parola parametrico ritorna spesso nell’elaborazione morettiana. Pensare a questo grande architetto non solo come ispiratore di Venturi e di Eisenmann, come lo è stato con le architetture manieriste quali la Palazzina del Girasole, ma di personaggi quali Zaha Hadid è sicuramente azzardato.
Certo è, però, che questo poeta di talento sconfinato, il quale innervosiva Tafuri e metteva allo specchio Zevi, merita di essere riconsiderato. E, per favore, non per le sue opere costruite durante il fascismo che sono tra le poche che, chissà perché, non disturbano gli antifascisti.

Luigi Prestinenza Puglisi

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Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica…

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