Un altro architetto ingiustamente dimenticato dalla Storia finisce sotto la lente di Luigi Prestinenza Puglisi. Stiamo parlando di Mario Galvagni.

Tra il 1948 e il 1953 il ventenne Mario Galvagni progetta strutture edilizie inconsuete se non incomprensibili. Le chiamerà architetture laminari. Per capirle occorrerà aspettare almeno sette lustri e i lavori maturi di Frank Owen Gehry che sembrano ispirarvisi direttamente. Probabilmente, però, il canadese non ha mai visto i disegni dell’italiano. Sfogliando uno dei pochi scritti che credo siano stati dedicati a Galvagni, un saggio di Laura Vinca Masini all’interno di una collana diretta da Paolo Ferrara e Sandro Lazier, troviamo altre sorprese. Le innovazioni che hanno segnato gli ultimi venti anni sembra averle intuite prima di tutti. Ha infatti progettato e in parte realizzato un gran numero di edifici che cercano di raccontare lo spazio tempo, che si rifanno alla morfologia del terreno, che sondano la geometria dei gusci, che si frammentano e sembrano essere decostruiti.
Come capita quando si arriva troppo presto, si passa inosservati. E, difatti, provate a mettere su Google il suo nome e vi appariranno pochi siti, tra questi Archphoto, che si sono occupati di lui. Vi apparirà anche una storia che ci racconta di come la stampa e gli ordini professionali gli abbiano fatto la guerra per le sue ville a Torre del Mare-Bergheggi (Savona), giudicate alla stregua di una semplice speculazione immobiliare. Anzi un episodio di cementificazione con forme bislacche.
A boicottarlo è stata anche la Casabella di Ernesto Nathan Rogers che aveva evitato di pubblicargli i progetti. Dirà Galvagni: “Un giorno porto a ‘Casabella’ la documentazione dei miei lavori, mi apre la porta Gae Aulenti, li prende, mi saluta e li ripone in un cassetto”.
Lo stesso Zevi, che con il suo occhio infallibile aveva notato la carica innovativa dei primi lavori dell’architetto, non li pubblica nella propria rivista, L’Architettura cronache e storia. Forse in attesa di materiale di migliore qualità fotografica. Ma, Galvagni, inesauribile produttore di opere architettoniche, è un modesto documentatore di sé stesso.
Dicevamo che arriva in anticipo. Ma negli Anni Sessanta e Settanta non è certamente un isolato, nel senso che in parallelo ci sono diversi outsider che portano avanti ricerche simili. Si pensi per tutti a Vittorio Giorgini, a Gigi Pellegrin, a Maurizio Sacripanti o a John Johansen e Frederick Kiesler, solo per citarne alcuni. La dimenticanza di Galvagni, come quella dei suoi compagni di strada (nel senso che percorrono, anche se spesso in solitaria, strade simili), ci testimonia di uno dei più sciocchi misfatti di cui è stata responsabile la critica architettonica. Misfatto di gravità pari a quello operato da critici quali Siegfried Giedion che, negli anni eroici del Movimento Moderno, fu responsabile della guerra fatta alle correnti espressioniste dell’architettura europea e che vide il boicottaggio di personaggi del calibro di Hugo Häring, Hans Scharoun, Hermann Finsterlin, Erich Mendelsohn.

EQUIVOCI E PRESUNTI LEGAMI

Semplificando, potremmo dire che come negli Anni Trenta, anche negli Anni Sessanta e Settanta c’erano due concezioni opposte dell’architettura. Una apparentemente seria, disciplinare, attenta alla storia e che non necessariamente produceva scatole ma che aveva un folle timore di uscire dai binari consueti e cadere nell’arbitrario. Che ammetteva la chiesa di Ronchamp di Le Corbusier o la Sidney Opera House di John Utzon, ma le vedeva come la linea ultima del confine oltre il quale non era opportuno andare. L’altra che vedeva le stesse Ronchamp o la Sidney Opera House come gli avamposti di un nuovo immenso territorio da esplorare, e senza richiami all’ordine. Vi era però un equivoco gigantesco: che la prima linea di ricerca fosse seria e appropriata (una brutta parola che si sente ripetere sempre più spesso) e la seconda anarchica e sregolata. Dimenticando, come si era dimenticato nella precedente guerra all’espressionismo, che dietro le ricerche di questi giovani innovatori c’era tanta cultura e conoscenza della storia. E che il loro sentire libertario aveva il merito di introdurre all’interno della disciplina architettonica nuove idee che venivano dal mondo della scienza, della tecnologia e degli studi umanistici. Non si trattava certamente di cedere all’arbitrio ma di ampliare attraverso l’eteronomia i confini, se non gli orizzonti, dell’autonomia.
Galvagni dalla scienza è stato sempre influenzato se non ossessionato. A partire dalla teoria della relatività. Se questa ‒ ha affermato nei suoi scritti ‒ ha cambiato la concezione dello spazio, come è possibile che non se ne tenga conto proprio nell’architettura che ha come obiettivo la costruzione delle cavità nelle quali si svolge la vita degli uomini? E, se noi viviamo in un universo caratterizzato da proprie geometrie, come è possibile che poi non ci rifacciamo a queste, comprendendone le ragioni più segrete?
Inesauribile nel proporre soluzioni, Galvagni ha elaborato centinaia di schemi e di ipotesi progettuali. Molti dei quali, vi confesso, faccio fatica a capire perché spesso sono concettualmente complessi, se non astrusi, e presentati in forma criptica. Occorre però dargli fiducia. Infatti le numerose opere costruite ci mostrano di funzionare perfettamente, di ben integrarsi ai luoghi, di non essere affatto quelle opere arbitrarie che la critica vorrebbe bollare. Compresi i progetti che sembrano più forme scultoree che architettoniche. Tanto più che personaggi come Gehry hanno poi dimostrato che ci sono tra le due discipline molti più punti di incontro di quelli che riusciamo a immaginare.
Qualcuno ha notato che nelle proprie opere Galvagni si rifà all’insegnamento di Frank Lloyd Wright. Affermazione questa che l’architetto nega, sostenendo che, all’epoca in cui lui aveva eseguito buona parte dei lavori, la sua conoscenza del maestro americano non era particolarmente approfondita. Sebbene le affermazioni dei progettisti siano sempre da prendere cum grano salis, non c’è ragione per non credergli. Nel momento in cui vengono rimossi preconcetti e freni inibitori, il gioco delle forme può portare a risultati simili anche percorrendo strade diverse. E difatti nella ricerca di Galvagni non è difficile notare altri punti di contatto, per esempio con Finsterlin o Sacripanti. Così come le forme di Carlo Scarpa ricordano quelle degli edifici a gradini di Galvagni, ma non per questo pensiamo che il primo si sia rifatto al secondo.

Mario Galvagni Architetto, Complesso residenziale turistico, Torre del Mare, Savona. Photo Sandro Lazier - antithesi.info
Mario Galvagni Architetto, Complesso residenziale turistico, Torre del Mare, Savona. Photo Sandro Lazier – antithesi.info

UN LIBRO ANCORA APERTO

Dobbiamo necessariamente credere che l’architettura di oggi debba rifarsi alle teorie dello spazio tempo einsteniano o giocare su complesse morfologie che ci ricordano il mondo naturale? Direi di no. Da sempre gli architetti vanno dietro a teorie che provengono da altre fonti adattandole a loro modo se non deformandole. Certo però è che questo incontro-scontro con la cultura esterna alla disciplina ne produce l’avanzamento, con nuovi stimoli e scommesse. Poco importa che gli architetti rinascimentali restituissero a modo loro lo spazio dell’iperuranio platonico o che il decostruttivismo architettonico non coincida con quello filosofico o che il post modern di Jean-François Lyotard abbia poco a che vedere con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi. Nel bene e nel male è proprio il continuo confronto con il mondo esterno che rende l’architettura meritevole di essere goduta, amata e criticata. I progetti e le realizzazioni di Galvagni, letti da questo punto di vista, sono un libro ancora aperto, traboccante di geniali intuizioni e di fertili errori. Un palinsesto in gran parte da approfondire, fonte di sorprese. Pensateci bene: molta critica reazionaria alla ricchezza del pensiero e della formatività di questi spiriti creativi ha contrapposto il pallido Neoliberty o lo storicismo nostalgico della Tendenza. L’architettura in Italia, se le cose fossero andate diversamente, sarebbe potuta essere ben più interessante. Rimuovere infatti dalla storia i Vittorio Giorgini, i Gigi Pellegrin, i Maurizio Sacripanti, i Marcello d’Olivo, i Sergio Musmeci, esattamente come accadde quando furono rimossi gli Hugo Häring, gli Hans Scharoun, gli Hermann Finsterlin, alla fine non può che renderci tutti più poveri e banali.

Luigi Prestinenza Puglisi

LE PUNTATE PRECEDENTI

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti
Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
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Architetti d’Italia #65 – Armando Brasini
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Architetti d’Italia #69 – Paolo Soleri
Architetti d’Italia #70 – Giovanni Michelucci
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)