Quando gli chiedevano di definirsi, amava utilizzare l’aggettivo “antico”, ma i suoi progetti denotano una costante sfida ai dettami progettuali del suo tempo.

C’è stato un periodo, lungo il decennio che corrisponde grossomodo con gli Anni Sessanta, in cui a Roma fiorisce l’architettura. Mentre al nord il discorso disciplinare si focalizza su questioni di nostalgia e di stile, con la ritirata dall’architettura contemporanea segnata dalla vicenda del Neoliberty e della neo-metafisica, e cioè della Tendenza, nella capitale operano professionisti di notevole talento, basta pensare a Lucio Passarelli, a Manfredi Nicoletti, a Giuseppe Perugini, a Francesco Berarducci, a Ciro Cicconcelli, e quattro geniali individualità. Due le abbiamo già presentate negli scorsi profili. Sono Sergio Musmeci e Luigi Pellegrin. Di Francesco Palpacelli parleremo presto. Oggi affrontiamo Maurizio Sacripanti.
Ci sono almeno tre cause in gioco nel determinare una congiuntura così felice. La prima è la parallela fioritura dell’arte. Roma nei Sessanta è un centro della ricerca artistica internazionale. Vi troviamo Mario Mafai, Achille Perilli, Mario Schifano, solo per citarne tre. Personaggi con i quali i nostri architetti sono in contatto, con i quali condividono lunghe discussioni seduti nei bar di piazza del Popolo, con i quali affrontano notti insonni e indecenti bevute. La seconda è la grande tradizione barocca della Capitale. Al nord sovente la progettazione si esaurisce nel soddisfare il buon gusto di una borghesia operosa e di buon senso, spesso spilorcia e grettamente funzionalista. A Roma i modelli fonte di ispirazione sono grandiosi, esagerati, fuori scala. Tanto che il non certo passatista Pellegrin, quando doveva citare un grande progettista, parlava di Armando Brasini e dei suoi impossibili sogni di restaurare la magniloquenza dell’urbe massima e non dei protagonisti sia pur amati del Movimento Moderno o di quelli che in cuor suo disprezzava dell’Existenz Minimum. E non pochi hanno trovato più di una qualche analogia tra Maurizio Sacripanti e la poetica labirintica e visionaria di Giovanni Battista Piranesi.
Vi era in tutti un amore per il passato così grande che lo stesso Sacripanti a un intervistatore che gli chiedeva se fosse moderno o postmoderno, rispose nel suo romano strascicato di non essere nessuno dei due, di essere antico. Antico nello spirito che costringeva i nostri protagonisti a evitare ‒ a differenza dei nordici ‒ gli esercizi pazienti di citazione e copiatura. Perché la prima cosa che insegna il passato è proprio che non lo si può copiare. “Il senso dell’architettura moderna” ‒ diceva Sacripanti ‒ “è il passaggio dalla tradizione al futuro: ma più scopriamo il futuro, più comprendiamo la storia. Così tutto il lavoro di un architetto moderno è un progetto del mondo concreto che nasce come necessario sviluppo del passato sottoposto a tensione”.

L’INVENZIONE

E difatti la terza causa di questo periodo immensamente creativo è l’imperativo dell’invenzione. La voglia di reinventare il mondo. Di non soggiacere agli schemi, soprattutto tipologici, che provenivano dall’accademia. Per essere antichi occorreva essere moderni, talmente moderni da correre il rischio di essere incompresi. D’altra parte in quegli anni si viveva l’euforia del boom economico, di una Italia che cercava di abbandonare il suo misero provincialismo per diventare la sesta potenza industriale. E si viveva il dramma della costruzione di periferie brutte e inumane, di una città mortificata e mortificante alla quale non era lecito rispondere con vecchie formule. Come evitare lo spreco? Ripartendo da zero, cioè dai principi e non dai modelli, con uno sforzo inumano, disumano, oltreumano. E difatti ogni progetto per Sacripanti è una sfida, un travaglio immenso sino a quando non riesce a giustificarne l’esistenza. Da qui il fascino di tutte le sue opere che, a differenza dei progetti timidamente riformatori del Neoliberty, costituiscono, a chi sappia leggerli, a tutt’oggi una sfida. Utopia velleitaria e fallimentare? Forse. Ma la storia, alla lunga, è fatta proprio dai sogni dei coraggiosi e non dal buon senso dei pavidi.

LA STORIA DI SACRIPANTI

Dei quattro geni, Sacripanti è colui che ha goduto di miglior fama. È stato apprezzato sin anche da Vittorio Gregotti, è stato considerato da Franco Purini come il proprio maestro, non ha subito l’ostracismo di Manfredo Tafuri almeno sino al concorso per la camera dei deputati di Roma, un progetto culturalmente troppo raffinato e gestualmente potente per essere apprezzato dal critico che aveva costruito nello IUAV di Venezia la sua fortezza antizeviana. È stato quindi, diversamente, per esempio, da un Luigi Pellegrin che fu oggetto di culto di parte, un eroe di entrambi i campi di battaglia. Forse perché dei quattro, come accennavo in precedenza, più ricordava il Piranesi. Il più attento alla raffinatezza della forma che si inverava in organismi complessi, invitanti e allo stesso tempo impaurenti.
Lo spazio” ‒ affermava ‒ “ieri era fatto per essere controllato, oggi per essere convissuto”. E infatti, a rendere la sua opera magnetica vi è una dimensione non detta, quasi magica, che stimola il profondo di noi stessi. “Mentre la memoria si affidava alla tradizione” – continuava ‒ “oggi è recuperata nell’inconscio”.
Sacripanti ha lasciato un numero relativamente modesto di progetti e ancora più limitato di realizzazioni. Come capita per i grandi visionari, i primi sono sicuramente più interessanti dei secondi, soggetti in cantiere a sottostare a mille limitazioni e compromessi.
Tre sono capolavori che marcano la storia di quegli anni. Il grattacielo Peugeot a Buenos Aires del 1961, il teatro di Cagliari del 1965, il museo degli Eremitani a Padova del 1968. Vi è infine, perché terribilmente attuale, il progetto per il padiglione italiano all’Expo di Osaka del 1968-69.

TRE PROGETTI

Il grattacielo Peugeot è un’idea che prefigura le ipotesi di Zaha Hadid, Koolhaas e della ricerca architettonica contemporanea. Si tratta di un organismo che, attraverso un sofisticato sistema di lamelle, cambia la propria immagine adattandosi ai bisogni funzionali e comunicativi dei suoi occupanti. Il prototipo in architettura dell’opera aperta della quale l’anno successivo, nel 1962, ragionerà Umberto Eco. Sempre sull’idea del movimento come generatore di un infinito repertorio di conformazioni è il progetto per il teatro di Cagliari, il più avanzato studio su uno spazio scenico contemporaneo. “Non potevo accettare” ‒ dirà ‒ “che un’opera contemporanea di Cage si potesse continuare a rappresentare in una struttura scenica tradizionale”. Particolarmente interessante in questo lavoro è il controllo formale dello spazio e la scelta che la flessibilità alla fine non porti alla dissoluzione dell’oggetto, come per esempio accadrà nei progetti di Cedric Price, o implichi una esaltazione della componente tecnologica, come accadrà prima con gli Archigram e, oltre un decennio dopo, con il Centro Pompidou di Gianfranco Franchini, Renzo Piano e Richard Rogers.
Spiazzante è il progetto degli Eremitani, in cui storia e contemporaneo si integrano e si scontrano, secondo quella logica delle tensioni che sarà con gli anni combattuta ed esorcizzata dalle Soprintendenze. L’innovazione passa nel rifiutare la sequenza di stanze del museo tradizionale, la neutralità spaziale, per un percorso fortemente caratterizzato in cui le opere d’arte trovano il loro posto ma solo a condizione di scontrarsi con l’architettura. Una visione del museo che ci avrebbe permesso di evitare quegli spazi senza carattere che invece mortificano buona parte delle strutture espositive contemporanee.
L’opera forse più famosa di Sacripanti è il padiglione per l’Expo di Osaka. Cassato, dopo essere stato lodato, dalla giuria composta da Albini, Argan e Moretti per un progetto più fattibile e realizzabile. Il padiglione, composto da un sistema di lame che ruotano intorno a un baricentro decentrato, avrebbe magnificamente rappresentato l’Italia in movimento. Un’esperienza spaziale unica per i visitatori che avrebbero voluto conosce i prodotti del nostro Paese. Probabilmente non l’opera migliore di Sacripanti perché, come era forse inevitabile, il meccanismo avrebbe prevalso sull’architettura. Ma comunque un’opera notevole che oggi, al tempo in cui Koolhaas ha realizzato, passandola per novità, una struttura mobile, ci testimonia quanto siamo indietro. E ci fa rimpiangere i nostri quattro romani che se l’Italia fosse stata meno miope e miserabile avrebbero, e ne avevano il talento, cambiato il corso della nostra architettura.

Luigi Prestinenza Puglisi

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AutoreMaurizio Sacripanti
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)