Come affrontava Armando Brasini la questione dell’architettura moderna? E quali buone intuizioni ha regalato alla disciplina progettuale? Ne parla Luigi Prestinenza Puglisi.

Armando Brasini era un trombone. Eppure lo sforzo di inserirlo in questa grande serie dedicata agli architetti d’Italia va fatto. Perché, tra i tromboni, probabilmente era il più intonato e, poi, perché ci permette di sollevare una questione particolarmente importante.
Si può riassumere in questa domanda: la buona architettura deve a tutti i costi essere legata a un corredo di forme che si ritengono le più adatte a rappresentare lo spirito del tempo? Oppure segue propri principi di composizione e di articolazione formale che la rendono, in una certa misura, indipendente dalle caratterizzazioni stilistiche?
Brasini probabilmente credeva in questa seconda ipotesi. Tanto che affermava che il “liscio” ‒così definiva l’architettura moderna ‒ era bravo, anzi “bono”, a progettarlo anche lui. Facendo intuire che tutta la questione della modernità poteva essere racchiusa in una faccenda di modanature o, a essere generosi, di ordini architettonici. Lui ai pilotis preferiva le colonne doriche, corinzie e composite ma, in fondo, era solo una questione di gusto e di scelta di campo, non di orizzonte di riferimento: che era unico ed era la buona architettura.
Che Brasini fosse bravo, forse il migliore, nell’articolare volumi e masse ce lo testimonia, del resto, l’attenzione che verso di lui hanno nutrito architetti decisamente schierati sul fronte della contemporaneità. E non alludo tanto a Robert Venturi che lo cita nel suo celebre libro Complexity and Contradiction in Architecture, quanto alla stima se non passione che aveva verso di lui Luigi Pellegrin, uno dei protagonisti delle vicende italiane, particolarmente attivo nella ricerca e nella sperimentazione. Raccontava di essere rimasto affascinato da questo signore vestito di bianco quando, bambino, si recava al cantiere del Buon Pastore a Roma, dove, come capo carpentiere, lavorava il padre dello stesso Pellegrin. Ricordava l’autorità e la sicurezza con le quali dirigeva gli operai, ordinando di costruire nuove addizioni o demolirne, con un semplice segno del bastone da passeggio, altre mal eseguite. E raccontava che l’ammirazione verso di lui era via via cresciuta studiando e approfondendone l’opera. Brasini, infatti, sapeva articolare i volumi nello spazio padroneggiando la grande dimensione. Caratteristica rara da trovare in molti che passano, invece, come alfieri della modernità.

Armando Brasini, Ponte Flaminio, Roma. Photo Giorgio Rodano via Flickr, gennaio 2016
Armando Brasini, Ponte Flaminio, Roma. Photo Giorgio Rodano via Flickr, gennaio 2016

LE MASSE PLASTICHE

Se nei migliori protagonisti del Movimento Moderno, quali per esempio Franco Albini, centrale è il vuoto nel quale flottano gli oggetti, in Brasini sono le masse plastiche che, articolandosi, generano le cavità, così garantendo la scala urbana e monumentale che è uno dei portati più importanti della grande tradizione romana. Quella che nel Novecento costituisce il filo rosso che lega le opere di progettisti quali appunto Armando Brasini, Luigi Pellegrin, Francesco Palpacelli, Maurizio Sacripanti. E che a tutt’oggi segna la differenza tra la scuola romana e la milanese: per semplificare, tra un Massimiliano Fuksas e un Renzo Piano. Con il primo focalizzato sul tema dell’organismo plastico e della dimensione urbana e territoriale e il secondo su quello dell’oggetto, della sua leggerezza e, se vogliamo, del modulo.
Pensare che gli architetti tradizionalisti alla Brasini non sappiano progettare se non copiando schemi obsoleti, credo sia stato uno degli equivoci peggiori del secondo Novecento. Sarebbe come dire che i cantanti melodici non sappiano cantare o che bisogna a tutti i costi spegnere la radio mentre tenori come Andrea Bocelli o José Carreras intonano un’aria o una canzonetta di successo. D’altra parte ci sono molti edifici legati a una visione tradizionale che apprezziamo per l’intelligenza delle relazioni, sia tra le parti che dell’intero con il contesto. E non ci vuole molto ad ammettere, per fare un solo esempio, che il piano di Berlage per Amsterdam sud abbia generato una città migliore e più felice di tante organizzate secondo i principi della Carta d’Atene. Personalmente ho vissuto parte della mia vita a Roma in un isolato accanto al quale c’era un edificio neo-medioevale formalmente mediocre ma talmente ben progettato che ho sempre sperato di andarci ad abitare, sensazione che non ho mai avuto, per esempio, per il Corviale, tanto celebrato da personaggi così diversi come Bruno Zevi o Franco Purini.
Ammesso questo, tuttavia, non riesco proprio a convincermi che per fare i conti con la modernità basti saper progettare il liscio. L’architettura moderna è sicuramente molto di più. Il tentativo di Brasini o anche di molti architetti italiani a ridurla a una questione di spoglia nudità e di semplici modanature testimonia quanto l’equivoco possa essere pericoloso. Come per esempio quando tra il 1929 e il 1931 Marcello Piacentini decise di realizzare in stile moderno la palazzina sul lungotevere Tor di Nona per ospitarvi abitazione e studio professionale. Non ci vuole molto a capire che si trattava di una sfida ai giovani razionalisti, che in quel momento stavano cercando di cambiare le vicende italiane. Ma una sfida di cui Piacentini non riesce a intravedere la portata etica. Pur moderna in diversi aspetti, alla fine a quella costruzione manca proprio lo spirito migliore, la nuova prospettiva che ha prodotto i capolavori di Giuseppe Terragni o, a una scala più ridotta, di Edoardo Persico e Marcello Nizzoli. Controprova che la nuova architettura non è una funzione o uno stile, ma il progetto di un nuovo esistere.
È la stessa sensazione, per rimanere al parallelo con la musica, che si ha quando un cantante tradizionale intona canzoni estranee al suo repertorio: finge una tensione, una persona che non gli appartiene. Dietro il liscio, se mi si permette il gioco di parole, c’è solo il liscio di un fallimento che ha privato i segni dei suoi contenuti.

Armando Brasini, Palazzo della Banca Nazionale del Lavoro, Napoli. Photo Elliott Brown via Flickr, luglio 2012
Armando Brasini, Palazzo della Banca Nazionale del Lavoro, Napoli. Photo Elliott Brown via Flickr, luglio 2012

BUONI E CATTIVI ESEMPI

Non tutta la produzione di Armando Brasini è dello stesso livello. La cupola per la chiesa di Piazza Euclide a Roma, per esempio, è una rimasticatura fra tardo Rinascimento e Barocco: per fortuna che non è stata realizzata. Mozzo, l’edificio appare più interessante. E, sempre per fortuna, non sono stati realizzati tanti schemi urbani da lui immaginati per l’Urbe Maxima. Più intrigante, a mio avviso, è il Brasini piranesiano, quando lancia a briglia sciolta la fantasia realizzando capricci architettonici, a volte stupefacenti. Come pochi, sa smontare e rimontare edifici alti o estesi. Riescono a essere unitari nella loro frammentazione, pur evitando di apparire incombenti, sempre ovviamente che si accetti una scala monumentale di riferimento. Un buon esempio in proposito è l’edificio di via IV Novembre, sempre a  Roma, la cui facciata, organizzata lungo molteplici piani in altezza e in profondità, merita uno studio attento.
Chi trovasse insulsi e retorici i suoi lavori, può comunque apprezzarlo per il fatto che da giurato, con il suo voto, nel 1932 contribuì alla scelta del progetto del gruppo Toscano guidato da Giovanni Michelucci nel concorso della Stazione di Santa Maria Novella a Firenze.  Segno che questi tromboni, oltre a un gran senso dell’opportunità politica, avevano un gusto meno gretto di quello che per anni gli abbiamo attribuito. Carlo Belli, in uno scritto apparso in occasione della sua morte, avvenuta nel febbraio del 1965, dirà che dei tre grandi intoccabili del Regime, lui, Cesare Bazzani e Marcello Piacenti, Brasini era il meno temibile e il meno intransigente. Un carattere cordiale e arguto a cominciare dalla sua parlata romanesca, come, forse, dietro la maschera monumentale, era la sua migliore architettura.

Luigi Prestinenza Puglisi

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti
Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
Architetti d’Italia #52 ‒ Fabrizio Carola
Architetti d’Italia #53 ‒ Edoardo Persico
Architetti d’Italia #54 ‒ Alberto Cecchetto
Architetti d’Italia #55 ‒ Fratelli Castiglioni
Architetti d’Italia #56 ‒ Marcello Piacentini
Architetti d’Italia #57 ‒ Massimo Mariani
Architetti d’Italia #58 – Giuseppe Terragni
Architetti d’Italia #59 – Vittorio Giorgini
Architetti d’Italia #60 – Massimo Cacciari
Architetti d’Italia #61 – Carlo Mollino
Architetti d’Italia #62 – Maurizio Sacripanti
Architetti d’Italia #63 – Ettore Sottsass
Architetti d’Italia #64 – Franco Albini

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)