Appuntamento numero 34 con la saga di Luigi Prestinenza Puglisi sui protagonisti dell’architettura nostrana. Il sipario si alza su Francesco Dal Co, curatore del primo padiglione dello Stato Vaticano all’imminente Biennale di Architettura di Venezia.

Ci sono poche persone che hanno avuto tanta influenza sull’architettura italiana degli ultimi quaranta anni quanto Francesco Dal Co.
Basta andare sulla pagina di Wikipedia a lui dedicata per scoprire un curriculum di altissimo profilo: ha scritto nel 1976 con Manfredo Tafuri una delle più vendute, lette e tradotte storie dell’architettura contemporanea; è stato nel 1988 direttore del settore architettura della Biennale di Venezia; direttore del Dipartimento di Storia dell’Architettura allo IUAV; è direttore della rivista Casabella dal 1996; è il punto di riferimento della Electa, la principale casa editrice di architettura in Italia; è stato professore nelle più importanti università europee e americane. Tuttavia, appena ci chiediamo quale sia la sua posizione culturale, facciamo fatica a dare una risposta, come fa fatica lo stesso recensore della voce su Wikipedia, che non riesce a dire due parole che vadano oltre l’illustrazione degli incarichi, dei libri e delle pubblicazioni.
Proviamoci noi, partendo da due storie.

DA CACCIARI…

La prima coinvolge Massimo Cacciari e la seconda Renzo Piano. Massimo Cacciari, al pari di Manfredo Tafuri è uno dei personaggi che più ha ispirato il Nostro. Insieme con Alberto Asor Rosa, Mario Tronti, Manfredo Tafuri e, per un certo tempo, Toni Negri partecipano nel Sessantotto alla redazione di Contropiano, la rivista di una gioventù operaista e barricadera.
Nonostante siano coetanei (sono, rispettivamente, del 1944 e 1945), Dal Co ne sente il notevole influsso tanto che gli dedica uno dei suoi primi e più impegnativi lavori: Abitare nel moderno, edito nel 1982. Un testo indigeribile ‒ provate a leggerlo ‒ ma che riassume in pieno, comprese le citazioni in apertura a Martin Heidegger ed Ernst Jünger, il clima di una certa intelligenza di estrema sinistra, snob, colta e raffinata. Che avrebbe potuto creare disastri, come la deriva di Toni Negri ha ben mostrato, oppure che prima o poi, come è puntualmente avvenuto, sarebbe stata riassorbita nel Sistema, ma pur sempre restandone un po’ al di fuori, in nome di un mai abbandonato primato intellettuale e culturale. Quel primato che il 19 maggio del 1994, quando è già sindaco di Venezia, porta Cacciari a dichiarare al Corriere della Sera che il Costanzo Show non lo vedrà mai e che il 19 ottobre, ospite proprio al Costanzo Show, gli fa sciorinare una rotonda citazione in latino: “Virtus ipsa praemium est” (l’episodio è riportato in un divertente pamphlet del 1995 di Dario Borso).
Torniamo a Dal Co.
Credo che rispondere alla domanda su quale sia il punto di vista di Dal Co, oggi sia non più semplice che rispondere alla domanda di quale sia la posizione di Massimo Cacciari. Probabilmente c’è ed è ben argomentata, sorretta da robuste citazioni, anche in tedesco. Ma è sempre più inafferrabile proprio per tener conto dei continui aggiustamenti di tiro. Come potrebbe essere altrimenti? Come si potrebbero, se no, giustificare gli accomodamenti logici e ideologici?
È di pochi mesi fa (20 marzo 2018) la notizia, per esempio, che Dal Co sarà il curatore del primo padiglione dello Stato Vaticano alla Biennale di Architettura di Venezia. Ma tant’è, il tempo produce mutamento, soprattutto dei punti di vista. Chi rimane fermo nelle proprie posizioni è uno sprovveduto. D’altra parte, chi cambia occupando i luoghi che aveva prima criticato deve praticare la virtù di essere inafferrabile.

Vatican Chapels, la cappella progettata da Norman Foster (veduta generale)
Vatican Chapels, la cappella progettata da Norman Foster (veduta generale)

… A RENZO PIANO

E veniamo alla seconda storia che chiama in causa Renzo Piano, il nostro migliore architetto.
È nota la scarsa simpatia di Manfredo Tafuri per l’architettura del genovese. Il Beaubourg fu liquidato con poche e sprezzanti parole e lo stesso Tafuri si rifiutò di considerare Piano tra i cento migliori architetti italiani (cento, non dieci). In tutte le facoltà di architettura, dove l’influenza di Tafuri era formidabile, Renzo Piano fu considerato un impresentabile e per molto tempo. Almeno fino agli Anni Novanta, quindi per una quindicina di anni, se consideriamo che il Centro Pompidou fu inaugurato il 31 gennaio 1977.
È stato merito di Francesco Dal Co riabilitare Piano agli occhi dell’Accademia. Con una serie di interventi prima prudenti e poi espliciti, che hanno fatto in modo che l’architetto acquistasse una posizione sempre più centrale e accettata. Sino alla grande mostra da lui curata, svoltasi a Padova dal 15 marzo al 15 luglio 2014, e a un libro catalogo esaustivo su Piano. Un libro a cui è stata idealmente affiancata una monografia dal titolo Centre Pompidou. Renzo Piano, Richard Rogers and the Making of a Modern Monument, proprio su quell’edificio che aveva costituito motivo di scandalo e di esclusione dal salotto buono dell’architettura in Italia.
A questo punto si potrebbe pensare che Dal Co si sia convertito sulla via di Damasco alle ragioni di un’architettura migliore di quella di Gregotti, Purini, Monestiroli, propugnata anche in anni recenti, per esempio partecipando attivamente ai convegni, di stampo reazionario, sull’italianità dell’architettura italiana.
In realtà l’operazione è un capolavoro di trasformismo, che fa ricordare quello del suo tanto ammirato amico Cacciari. Il Beaubourg è infatti presentato attraverso una duplice luce. Come l’opera dei francesi contro il predominio della cultura americana, quindi come l’antitesi alla cultura della globalizzazione che oggi tanto ci corrompe (in una lezione sul libro dichiara: “Sono d’accordo con Georges Pompidou che il nemico è ciò che parla inglese”). E, in secondo luogo, come la ripresa di alcuni grandi temi dell’ingegneria dell’Ottocento, Torre Eiffel compresa, quindi come un’opera che ha saputo trarre il meglio dalla tradizione. Si tratta, ovviamente, di due punti di vista plausibili, tanto più che sono sostenuti con intelligenza e competenza storica. Ma che, se sopravvalutati, corrono il rischio di farci capire poco e nulla del mutamento culturale che un’opera del genere ha significato, soprattutto nel modo di pensare e produrre architettura. Trascurando di sottolineare il ruolo che ha avuto quel filone che parte dai radicali, passa da Archigram e Cedric Price e che, invece, parla soprattutto inglese, o comunque una lingua internazionale, a dispetto di Georges Pompidou e del suo sia pur lodevole sciovinismo. E dimenticando che gli anni recenti, portatori di valori tanto criticati da Dal Co, sono figli di questa cultura che non ha affatto paura della globalizzazione, non ha ansia da prestazioni rispetto alla tradizione e sa perseguire le strade dell’informale, del kitsch, dell’antigrazioso, del non finito, del silenzio o sin anche dell’urlato.

LONTANO DA UNA POSIZIONE PRECISA

Stavo facendomi prendere troppo dall’ideologia, attribuendo al direttore di Casabella una posizione precisa. In realtà, lo stesso potrebbe rispondere che sulle pagine della sua rivista non ha esitato a pubblicare architetti innovatori, anche controversi. Che la guerra tra posizioni ideologiche è finita e quello che oggi importa è la qualità dell’opera. Álvaro Siza può convivere con Frank O. Gehry, Zaha Hadid con Rafael Moneo, Tadao Ando con Carme Pinós.
Chi non può far parte del gruppo? Lo racconta lo stesso Dal Co ricorrendo a un dipinto del Tiepolo che mostra l’imbonitore che allude a un mondo nuovo che volta le spalle al passato e identifica il futuro con i saltimbanchi e le maschere dell’eterno carnevale della società dello spettacolo.
Chi sono, però, oggi i pagliacci? Dal Co prudentemente evita di dirlo. L’importante è che il club che in nome della qualità gli si oppone sia ben costituito e al suo interno raccolga personaggi che possano esserne degni, secondo criteri stilistici abbastanza flessibili da non suscitare le ire né dell’Accademia né dello Star System, né tanto rigidi da precludere scelte e mutamenti di prospettiva futuri. Quando viene a mancare l’ideologia, non resta che il criterio della esclusività, della padronanza della cultura, della dialettica e della inafferrabilità.
Ecco forse perché su Wikipedia l’estensore della voce non è potuto andare oltre i titoli, perché gli sarebbe stato difficile raccontarci l’ideologia architettonica di Dal Co, il suo punto di vista tagliato sulla disciplina, come ci confermano le pagine bellissime ma prive di anima di Casabella. Dal Co, avrebbe dovuto limitarsi a dire, è il custode del salotto buono, della qualità ben impaginata. Parlando di Manfredo Tafuri, che se non altro un punto di vista lo aveva e perentorio, il Nostro afferma: “Il mio Maestro di tanti anni fa”. In effetti, se consideriamo i mutamenti avvenuti, stiamo parlando di più di tanti anni: era, probabilmente, una differente era geologica.

Luigi Prestinenza Puglisi

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi

Dati correlati
CuratoreFrancesco Dal Co
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)

2 COMMENTS

  1. caro Luigi,

    credo che ci siano posizioni ben chiare che emergono dall’operato di Francesco Dal Co.

    Credo che la Casabella di Dal Co abbia preso una posizione ben chiara e distinta dalla precedente e dalle altre riviste del settore negli inizi degli anni 90. Mi sembra che due punti principali possano essere evidenziati.

    1) una chiara rilevanza all’architettura come soggetto che possa trovare la sua completezza solo come con l’opera costruita (e quindi una presa di distanza da chi affermava che -l’architettura è disegno- ad esempio, questo senza denigrare l’importanza del disegno o del lavoro concettuale, ma affermando che una cosa è l’architettura realizzata attraverso un procedimento, di cui il disegno e il pensiero sono parti fondanti, e altro è il disegno di architettura o l’idea di architettura, e che per affermarsi o confermarsi debbono essere però realizzati). La predominanza quasi assoluta di architetture costruite pubblicate è una chiara dimostrazione di questa posizione.

    Questa scelta ritengo sia una posizione molto forte e chiara, che a mio avviso ha inoltre generato una profonda attenzione ed un profondo stimolo verso gli architetti italiani a porre maggiore interesse / attenzione verro il costruito ed a uscire dai recinti teorici ed accademici che includevano gli architetti italiani in un mondo isolato nelle ultime due decadi dello scorso secolo.

    La qualità della presentazione delle immagini e dei disegni ha inoltre sostenuto queste posizioni, senza lasciare stare però un’analisi critica e storiografica sempre di buon livello (permettimi di dire anche che in poche altre riviste si possono trovare ancora articoli e ricerche storiche o critiche approfondite come in Casabella) .

    2) la necessità di illustrare diversi punti di vista e diverse posizioni sull’architettura e lo spazio: se da un lato sembrava strano vedere Ghery e Rossi pubblicati sullo stesso numero, dall’altro era interessante valutare i pro e contro di due approcci in antitesi (magari per scoprire anche punti in comune).

    Credo che mostrare la ricchezza di pensiero e diversi approcci sia una posizione più interessante e intellettualmente corretta per una rivista che non ridursi e chiudersi a raccontare un’unica storia (penso che nessuno più creda all’esistenza di un’unica narrazione / verità…. nemmeno tu….).

    se poi si legge accuratamente Casabella si potrà notare che c’è una chiara preferenza (in termini di presenza) verso alcune opere che riprendono i temi del moderno, temi inevitabilemente vicini alla storia culturale del direttore (come tu hai segnalato).

    Mi sembra poi che anche un laico possa avviare un dialogo sul sacro, magari anche in questo caso cercando punti di comune interesse (mi viene in mente ad esempio il bellissimo libro di corrado augias e vito mancuso / disputa su dio e dintorni). L’occasione del padiglione del Vaticano mi sembra in questi miseri tempi un’occasione difficile da rifiutare (penso che non l’avresti rifiutata nemmeno tu se te l’avessero offerta… magari l’avresti fatto in modo diverso, ma questa e’ un’altra storia…)

    E’ chiaro poi che compromessi, incoerenze, adattamenti sono spesso inevitabili in 40 anni di lavoro, ma penso che la critica e le poche energie che restano oggi dopo gli innumerevoli appesentamenti burocratici debbano rivolgersi verso altre direzioni, altri obbiettivi, altri soggetti, che hanno dato ben meno contributi e creato invece profondi danni all’architettura italiana. Perchè se no questi commenti rischiano di essere interpretati solo come una necessità di fare presenza.

    Sempre con vera stima e simpatia, Luca Paschini

    (perdonami i salti e le semplificazioni, ma il lavoro mi chiama e non riesco ad approfondire di piu’ anche se meriterebbe….)

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