Interessato alla “poetica delle piccole cose”, il promettente Mario Ridolfi, amico e rivale di Adalberto Libera, divenne ben presto simbolo di una architettura introspettiva e poco incline al cambiamento che invece attraversava gli Anni Settanta e Ottanta del secolo scorso.

Si racconta che il giovane Adalberto Libera, giunto nel 1925 alla Regia Scuola Superiore di Architettura di Roma, chiedesse ai suoi colleghi chi fosse lo studente più bravo. Appreso che era Mario Ridolfi, si recò a casa sua a cercarlo. Fatte le scale a piedi del caseggiato popolare, comunicò a Ridolfi che d’ora in poi sarebbero stati amici e rivali. E così avvenne, come ci testimoniano le iniziative in cui collaborarono e le tante in cui si sfidarono in gara di leale emulazione. Erano i due “padreterni dell’architettura”, come loro stessi scherzosamente si definirono sul retro di una foto che li ritrae entrambi con le teste coronate dai triangoli di due squadre di disegno.
Da questa storia capiamo quanto Ridolfi fosse stimato, nonostante le umili origini e la parlata a tratti dialettale. Inutile ricordare che si viveva in un clima ancora fortemente classista e che, oltretutto, Libera era il rampollo di una famiglia aristocratica di Villa Lagarina.
Ridolfi nasce a Roma nel 1904. Il padre è un modesto artigiano che lavora nell’edilizia e non gli può pagare gli studi superiori. Per permettersi i quali deve lavorare dal 1918 al 1923 presso un ingegnere, Vittorio Ribaudi, che lo supporta facendolo optare per le scuole serali a indirizzo edile. Il giovane si dimostra particolarmente portato, tanto da vincere una borsa di studio che gli permette di accedere agli studi universitari e di laurearsi nel 1929 con un progetto per una colonia marina a Castelfusano.
Sono gli anni in cui l’architettura moderna comincia a diffondersi in Italia. Prima con il Gruppo 7 al quale si unisce lo stesso Libera, poi con MIAR, il Movimento Italiano per l’Architettura Razionale al quale Ridolfi aderisce. Già da studente, nel marzo del 1928, partecipa con cinque progetti alla Esposizione Italiana di Architettura Razionale, organizzata da Adalberto Libera con Gaetano Minnucci. E nel 1931 con quattro progetti alla seconda mostra, quella che susciterà un putiferio a causa del Tavolo degli Orrori ideato da Pietro Maria Bardi: un collage di opere monumentali e classiciste messe alla berlina. La trovata, per quanto in un primo momento apprezzata da Mussolini, che inaugurerà l’esposizione, suscita la aspra reazione del Sindacato Nazionale Architetti Fascisti, capitanato da Alberto Calza Bini, e porta al successivo scioglimento del MIAR. Ridolfi, come la gran parte dei propri colleghi, non ha il profilo dell’eroe e si adegua alla situazione. Dirà più tardi a proposito della sua adesione al fascismo: “Non ero abbastanza colto per difendermi, né abbastanza coraggioso per uscirne fuori, avevo famiglia e molti figli”. Partecipa ai numerosi concorsi indetti dal Regime.
Dal 1930 insegna presso l’Istituto Tecnico Industriale Carlo Grella e nel 1931 si sposa con Adele (Lina) Caffoni, mettendo al mondo, dal 1931 al 1938, quattro figli. Nel 1933 vince il concorso per l’edificio delle Poste di Piazza Bologna. Finalmente un incarico che gli permette di costruire un’opera pubblica di una certa importanza nella Capitale. Nello stesso anno inizia la collaborazione con Wolfgang Frankl, un ingegnere in fuga dalla Germania nazista. Un sodalizio destinato, con una interruzione a seguito dell’introduzione delle leggi razziali anche in Italia, a durare tutta una vita. Grazie all’edificio delle poste, Ridolfi consolida la sua fama di architetto aderente ai principi del Movimento Moderno, anche se declinati in chiave plastica.

MARIO RIDOLFI E ADALBERTO LIBERA

Sono, infatti, rispetto ad altre opere razionaliste, specialmente quelle di area lombarda, evitate le grandi superfici vetrate a favore di una concezione chiara e netta del volume. Con un approccio simile a quello dell’amico e rivale Libera ma, allo stesso tempo, meno vincolato da leggi geometriche. Se, infatti, l’edificio postale di Libera e De Renzi all’Aventino, realizzato nello stesso periodo, è il montaggio perfetto di tre volumi ‒ il corpo a C, quello dell’atrio in vetrocemento e del portico ‒, tutti facilmente individuabili e leggibili attraverso l’uso di materiali diversi, il volume delle poste di Ridolfi è più avvolgente, più compatto e, se vogliamo, più sensuale. In questi anni Ridolfi si occupa della realizzazione di palazzine, un tema che lo coinvolgerà particolarmente nel dopoguerra e per il quale appronterà le sue migliori soluzioni. La Rea a via di Villa Massimo è sicuramente una delle opere migliori perché gli permette di confrontarsi con una dimensione che gli sta a cuore: quella domestica, dove non servono soluzioni strabilianti ma perizia e competenza artigianale, capacità di controllo del budget e bravura nel padroneggiare il dettaglio costruttivo.
Durante la guerra, come la gran parte dei colleghi, Ridolfi lavora poco e nulla. Si dedica ad ampliare il suo personale “archivio edile”, cioè una raccolta certosina e ossessiva dei materiali e delle tecniche artigianali che consentono una buona edificazione. Dopo la guerra il bagaglio di conoscenze accumulato sfocerà nel Manuale dell’architetto, un’opera, voluta da Bruno Zevi, che coinvolge Pier Luigi Nervi, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli e Mario Fiorentino, illustrato con tavole accuratamente disegnate, molte delle quali redatte personalmente da Ridolfi. L’imperativo durante la ricostruzione è saper ben costruire e con le tecniche a disposizione. Ridolfi affronta ogni lavoro con rigore ossessivo, disegnando a scale ravvicinate, addirittura con particolari più grandi del vero. I suoi infissi in legno hanno una tenuta perfetta, i tagli delle maioliche previsti al millimetro, le soglie hanno i più minuti accorgimenti che consentono lo scolo corretto dell’acqua piovana. Nasce una poetica delle piccole cose che non può non affascinare chi osservi oggi le sue opere. Che, però, proprio perché rifiutano, finanche con l’evolversi della situazione economica e tecnologica italiana, ogni possibile industrializzazione del processo edilizio, impediscono all’architettura di decollare verso le forme e le immagini della modernità. E difatti Ridolfi si trova a proprio agio con la progettazione di quartieri e residenze di carattere neorealista, come avviene per le case del Tiburtino, il celebre Villaggio dei Barocchi, realizzato tra il 1949 e il 1954 insieme con Ludovico Quaroni e un gruppo di giovani e promettenti progettisti: Carlo Aymonino, Carlo Chiarini, Mario Fiorentino, Federico Gorio, Sergio Lenci, Piero Maria Lugli, Carlo Melograni, Michele Valori e altri.

Mario Ridolfi & Mario Fagiolo, Palazzo delle Poste, Piazza Bologna, Roma, 1933 35
Mario Ridolfi & Mario Fagiolo, Palazzo delle Poste, Piazza Bologna, Roma, 1933 35

I PROGETTI DI MARIO RIDOLFI

La poetica delle piccole cose si articola negli anni a seguire attraverso numerose e consistenti opere: quali le Torri INA di Viale Etiopia (1954), le case INAIL a via Marco Polo (1956), il carcere giudiziario di Nuoro (1964) e le scuole materne di Poggibonsi (1964) e di Ivrea (1964) per la Olivetti. La principale realizzazione ha però dimensioni modeste: è la casa a pianta centrale nelle Marmore che tra il 1964 e il 1967 realizza, dopo averla ipotizzata in decine di versioni, per sé stesso e la moglie Lina.
Colui che, con Adalberto Libera, era stato uno degli architetti più dotati dell’architettura razionale Italia diventa sempre di più un delicato e sensibile poeta della dimensione artigianale, del controllo della resa lirica di ogni più minuto dettaglio. Una posizione notata da alcuni protagonisti dell’architettura italiana che negli stessi anni cavalcano l’ideologia del sospetto per la tecnologia, sostenendo il recupero in chiave anti-industriale dell’architettura. Nel 1974 la rivista Controspazio, diretta da Paolo Portoghesi, gli dedica due numeri monografici. Nel 1979 si inaugura a Terni una grande mostra organizzata da Francesco Cellini e Claudio D’Amato. L’anno dopo è inaugurata una mostra alla Biennale di Venezia diretta dallo stesso Portoghesi. Nel 1977 è eletto presidente dell’Accademia di San Luca. Insomma, Ridolfi diventa l’icona della reazione storicista e postmoderna italiana. La concretizzazione di fiacche poetiche che nel migliore dei casi si rifanno alla visione di Martin Heidegger: dove la tecnica è concepita come il principale nemico del pensiero e della poesia. Trasformato in simbolo, Ridolfi diventa quindi, per contrasto, la figura che più di altre illustra la volontà della ritirata dell’architettura italiana dalla contemporaneità. A suggerire la liceità di queste interpretazioni concorrono le stesse opere dell’architetto, sempre di più legate a una logica gozzaniana e introspettiva. E in effetti basta fare un giro del centro storico della città di Terni, punteggiata dalle sue palazzine e dai suoi edifici pubblici, per respirare un’aria di provincia, se non di strapaese. Forse un’Italia che sarebbe piaciuta alla cultura di matrice cattolico comunista ‒viene da pensare al realismo socialista, a Palmiro Togliatti, a Renato Guttuso o forse a don Camillo ‒, ma distante anni luce dalle problematiche spaziali delle città europee che si avvicinavano agli inquieti Anni Settanta e Ottanta.
Se l’ideologizzazione della poetica di Mario Ridolfi operata dalla lettura antimoderna fatta da Paolo Portoghesi, da Francesco Cellini e da Claudio D’Amato lo relega a una inevitabile posizione di retroguardia, questo non vuol dire certamente che del Ridolfi poeta se ne debba rifiutare del tutto l’eredità. Rimane, infatti, la sua formidabile capacità di gestione del dettaglio architettonico, la mirabile capacità di far parlare gli elementi più modesti della costruzione, la lirica del montaggio, i giochi della luce. Come, d’altra parte, avviene per l’eredità di Carlo Scarpa, considerata vitale e attuale nonostante il fatto che le sue opere sarebbero oggi impossibili da realizzare per tempi, materiali e costi o, come nel caso dei musei, per mancanza di flessibilità espositiva. Gli artisti, se autentici, sono sempre personaggi difficili con i quali fare i conti.
Ridolfi, dopo gli Anni Settanta, ancora incapace di riprendersi dalla morte della moglie avvenuta nel 1970 e devastato da quella del figlio Fabio avvenuta nel 1982, compromesso da difficoltà motorie e dalla perdita della vista, decide di concludere la sua vita affidandola alle acque del fiume Nera. Il suo corpo verrà trovato l’11 novembre del 1984. Il suo amico Adalberto Libera, l’altro padreterno dell’architettura italiana, era morto 21 anni prima, il 17 marzo del 1963.

Luigi Prestinenza Puglisi

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Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
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Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
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Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)