Luigi Prestinenza Puglisi racconta la storia di Giorgio Grassi, l’architetto che amava Wittgenstein e che restaurava meglio di come costruiva.

Negli Anni Sessanta, tra gli architetti di sinistra – ma allora quasi tutti gli architetti impegnati lo erano – andava di moda Ludwig Wittgenstein. Il motivo risiedeva, oltre che nella passione che nutrono gli architetti per i filosofi tormentati, nel fatto che Wittgenstein aveva progettato negli Anni Trenta una casa per la sorella, Margaret. Una costruzione rigorosa e inquietante che sembrava spazializzare la concezione filosofica espressa nel suo Tractatus logico-philosophicus, anche se, a dire il vero, in che modo esatto nessuno riusciva a capire. La difficoltà di lettura, però, aggiungeva e non toglieva fascino all’edificio.

GIORGIO GRASSI CONTRO IL FORMALISMO

Suscitò così grandissimo interesse l’apparire nel 1967 di un libro di Giorgio Grassi dal titolo La costruzione logica dell’architettura. Il saggio andava oltre l’interpretazione della casa sita tra la Kundmanngasse e la Parkgasse a Vienna, e proponeva il Tractatus logico-philosophicus come il fondamento di una nuova architettura analitica, cioè basata sui presupposti della logica simbolica, così come poi furono teorizzati anche dal cosiddetto Circolo di Vienna. Si trattava di una operazione di rilettura architettonica che oggi giudicheremmo inconsistente dal punto di vista filosofico. Come d’altronde lo sono state operazioni simili che, anche successivamente, hanno voluto stabilire corrispondenze troppo strette tra la filosofia e l’edilizia, quali per esempio tra il decostruttivismo di Jacques Derrida e di Peter Eisenman o tra il poststrutturalimo di scuola francese e il postmodernismo di Michael Graves o di Paolo Portoghesi.
Ma il libro di Grassi aveva il merito di proporre una visione originale che attaccava, criticandolo alle fondamenta, il formalismo allora dilagante. L’architettura, sosteneva, non può andare alla ricerca della forma e del bello, non può soddisfare esigenze di gusto e nemmeno correre dietro alla novità. Perché, se si comportasse in questo modo, vivrebbe in una continua ansia del nuovo che la porterebbe a snaturarsi. Come appunto – scriverà lo stesso Grassi nei suoi libri successivi – è accaduto con il fenomeno dello star system. L’architettura deve invece pescare i suoi modelli dal passato, dal suo corpus disciplinare e l’architetto deve comportarsi esattamente come Wittgenstein.

Giorgio Grassi - La costruzione logica dell'architettura (Marsilio, Venezia 1967)
Giorgio Grassi – La costruzione logica dell’architettura (Marsilio, Venezia 1967)

UNA ARCHITETTURA ISPIRATA DA WITTGENSTEIN

Il merito di Wittgenstein, secondo Grassi, era consistito nel fatto che questi aveva immaginato un nuovo modo di pensare il linguaggio. Il linguaggio del filosofo avrebbe avuto infatti la qualità di essere per così dire trasparente, nel senso che avrebbe evitato di aggiungere o togliere all’esperienza qualsiasi qualità o attributo che non fossero propri dell’esperienza stessa. Il filosofo, insomma, avrebbe usato il linguaggio come uno strumento asettico rispetto alla realtà empirica oggetto di descrizione, facendo ricorso solo alla logica analitica, quella che, come accade per esempio con i sillogismi, permette di combinare le frasi nella forma più precisa e pura possibile. Per chi masticasse qualcosa di logica: avrebbe reso tautologici i passaggi da una frase all’altra.
Come ottenere questa asetticità in architettura? Impedendo all’architetto di diventare produttore e creatore di nuovo linguaggio. Basta quindi inventare stili e universi formali accattivanti. Il progettista deve, invece, comportarsi esattamente come il logico analitico che non può aggiungere nulla di suo all’esperimento da lui descritto, se non vuole falsificarlo rendendolo inutile: deve, lo ripetiamo, riprendere i modelli del passato e ricombinarli in modo che questi non aggiungano o tolgano nulla alla storia alla quale si è attinto.
Sarebbe inutile sottolineare la auto-contraddittorietà di questo programma, per non dire il suo fallimento storico. Lo stesso Wittgenstein, nella seconda parte della sua vita, si accorse della complessità del linguaggio e della impossibilità di ridurlo a una semplice macchina trasparente e analitica. Difficoltà che sono, nel nostro caso, moltiplicate dal fatto che ci occupiamo di architettura e non di scienza, dove ha un senso parlare di linguaggio puramente denotativo. Mentre in architettura è impossibile ridurre il linguaggio, come vorrebbe la filosofia del Tractatus, alla pura denotazione, essendo comunque preponderante il molteplice universo della connotazione, cioè dei significati che inevitabilmente si aggiungono, indipendentemente dalla nostra volontà, a qualsiasi intervento formativo.

COSTRUIRE PER SOTTRAZIONE

Ma, ciò che a noi importa in questa sede non è tanto capire se la teoria di Giorgio Grassi abbia un fondamento scientifico e filosofico, che non ha, quanto in che modo questa teoria abbia influenzato la sua architettura. Infatti, a circa cinquant’anni dalla uscita del libro, nel 2008 Giogio Grassi ne ricorda l’importanza : “Un libro scritto malissimo e partorito con grande sforzo, ma che contiene quelle che ancora oggi sono le mie convinzioni più radicate”.
Il fascino dell’architettura di Grassi è, a mio avviso, infatti, proprio in questo progetto destinato a fallire. Un progetto che lo differenzia dalla gran parte degli architetti italiani per i quali, invece, l’obiettivo è la accumulazione dei segni. “Ho costruito“, racconta Grassi, “il linguaggio dei miei progetti quasi soltanto per eliminazione, per esclusione progressiva, precludendomi tutta una serie di scelte formali…”.
La logica della sottrazione lo porta a due scelte. La prima è l’optare per una sorta di lingua morta, cioè di una lingua non più parlata. A suggerirgli la quale è Adolf Loos con il sua battuta che l’architetto è un muratore che parla il latino. Quale sia l’architettura che parla il latino, in effetti, nessuno lo sa, anche perché, a un’attenta analisi storica, l’architettura romana ha avuto molteplici forme e linee espressive: da quelle di matrice etrusca, a quelle di derivazione greca, e poi ellenistica. E, inoltre, Grassi evita l’uso di archi e di cupole dei quali invece l’architettura e l’ingegneria romana fecero largo uso. A una lettura disincantata si vedrebbe che lo stesso Loos utilizzò la sua frase in senso molto elastico, mostrandosi un interprete poco attento dei suoi stessi aforismi, come noterà lo stesso Wittgenstein, disgustato da tanta superficialità. Grassi non esita a costruire una propria visione della severità romana ed è forse questa sua invenzione – che non indugia a mescolarvi immagini riprese dai rigoristi Ludwig Hilberseimer, da Jacobus Johannes Pieter Oud e da Henrich Tessenow – uno dei motivi del suo fascino.
La seconda è di evitare il così detto facciatismo. Giorgio Grassi si rifiuta di progettare ciò che costituisce l’aspetto più appariscente e attraente degli edifici e cioè le facciate. Tralascia quindi apparati decorativi, modanature, cornicioni, ritmi e piacevoli logiche compositive. Scappando così dal principale pericolo al quale lo espone la sua teoria di costruire l’architettura del presente solo sulla base di quella del passato e cioè l’eclettismo. Davanti alla abbondanza, Grassi – occorre dire – non sempre riesce a resistere. Ogni tanto compaiono segni dell’antica magnificenza dell’architettura. Ma come nota lui stesso: questi segni ricordano ciò che l’architettura non potrà mai più essere. “Mi è capitato“, confesserà nella sua autobiografia, “sempre per esprimere nel progetto quello stesso senso di incompletezza, di far apparire nella muratura rustica l’assenza, appunto la mancanza, di quegli elementi di completamento della composizione (della linea continua di un davanzale, di una modanatura marcapiano o di una cornice), di mostrarla letteralmente, materialmente, predisponendo nelle murature o nel coronamento degli edifici l’immorsatura, cioè il segno in negativo, di quell’elemento necessario ma non più possibile, appunto il suo bisogno insieme alla sua aspettativa… per far risaltare il suo bisogno insieme alla sua improbabile apparizione e inutile attesa”.

GIORGIO GRASSI E IL RESTAURO

Gli edifici di Grassi possono quindi apparirci come spettrali, incompleti, duri, finanche inumani. Non concedono nulla al piacere dei sensi. D’altronde Grassi racconta con disgusto le lezioni di Gio Ponti per rendere piacevole l’architettura attraverso l’uso dell’ornamento e del colore. E l’unico maestro che ricorda con nostalgia è l’Ernesto Nathan Rogers che fu il suo insegnante al Politecnico di Milano e, poi, lo volle come assistente al corso di Caratteri Stilistici e come redattore nella rivista Casabella, accanto a Vittorio Gregotti e Aldo Rossi, solo per ricordarne due.
Tuttavia, allo stesso tempo, i suoi edifici ci coinvolgono con il fascino che hanno tutte le grandi privazioni e i minimalismi esasperati, soprattutto in un periodo come quello attuale in cui l’architettura non si fa mancare niente, anche il rifarsi ai concept più deliranti e secondo i quali dovrebbe ispirarsi ai buchi del formaggio o alle schegge di una esplosione.
Dove il metodo Grassi mostra i suoi prodotti migliori, a mio giudizio, è negli interventi di restauro più che negli edifici abitativi, che sembrano tetri falansteri se non istituti di pena. Grassi infatti è contrario sia a lasciare le rovine nel loro suggestivo stato di abbandono, sia alla logica della finta ricostruzione del dov’era e com’era. Ricostruisce dei pezzi ma solo quelli indispensabili per riportare l’edificio alla sua forma (Grassi usa la parola modello) originaria. In questo modo ci racconta la sua storia ma, nello stesso tempo, lascia capire quanto è rimasto dell’antico e quanto è stato ricostruito. Un approccio che, come per il caso del Teatro di Sagunto, ha provocato a Grassi non pochi problemi con le autorità preposte alla tutela del bene. Ma, si sa, gli Sgarbi e i Settis non esistono solo in Italia.

Luigi Prestinenza Puglisi

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Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti
Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
Architetti d’Italia #52 ‒ Fabrizio Carola
Architetti d’Italia #53 ‒ Edoardo Persico
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Architetti d’Italia #55 ‒ Fratelli Castiglioni
Architetti d’Italia #56 ‒ Marcello Piacentini
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Architetti d’Italia #58 – Giuseppe Terragni
Architetti d’Italia #59 – Vittorio Giorgini
Architetti d’Italia #60 – Massimo Cacciari
Architetti d’Italia #61 – Carlo Mollino
Architetti d’Italia #62 – Maurizio Sacripanti
Architetti d’Italia #63 – Ettore Sottsass
Architetti d’Italia #64 – Franco Albini
Architetti d’Italia #65 – Armando Brasini
Architetti d’Italia #66 – Camillo Botticini
Architetti d’Italia #67 – Antonio Citterio
Architetti d’Italia # 68 – Oreste Martelli Castaldi
Architetti d’Italia #69 – Paolo Soleri
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Architetti d’Italia #73 – Venturino Ventura
Architetti d’Italia #74 ‒ Ugo e Amedeo Luccichenti
Architetti d’Italia #75 – Walter Di Salvo
Architetti d’Italia #76 – Luigi Cosenza
Architetti d’Italia #77 – Lina Bo Bardi
Architetti d’Italia #78 – Adriano Olivetti
Architetti d’Italia #79 – Ernesto Nathan Rogers
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Architetti d’Italia #83 – Vittoriano Viganò
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)