Luigi Prestinenza Puglisi “riscopre” l’operato di Vittorio Giorgini, architetto ingiustamente dimenticato dalla Storia.

Ho conosciuto Vittorio Giorgini nel 1998, per caso, mentre lavoravo a This is Tomorrow, un libro che affrontava il periodo tra il 1956 e il 1977, cioè un intervallo in cui l’arte e l’architettura avevano riscoperto il piacere dalla ricerca, della sperimentazione e dell’innovazione.
Scoprii Giorgini sfogliando un vecchio numero de L’Architecture d’Aujoud’hui dove era presentata casa Saldarini. Nessuno, che io sappia, in Italia la aveva pubblicata. L’abitazione a forma di balena, realizzata nel 1962 attraverso una sottile maglia in ferro rivestita di cemento, sembrava aver anticipato di decenni le forme che in quegli anni gli studi più avanzati ‒ da Zaha Hadid a NOX, da Greg Lynn a Peter Eisenman ‒ stavano proponendo.
Ne accennai così nel libro, che voleva essere anche una saga di dimenticati, di protagonisti della ricerca architettonica rimossi perché, dopo le illusioni di quegli anni, avevano vinto le scatole dell’accademia.
Pochi ci fecero caso, tranne Marco Del Francia, a quei tempi forse l’unico personaggio che aveva preso realmente a cuore l’architettura di Vittorio Giorgini, diventandone il principale divulgatore e interprete. Marco mi telefonò e, dopo qualche tempo, fissammo un appuntamento per andare a trovare Giorgini. Il quale, dopo un esilio negli Stati Uniti, dove nel 1971 era andato a insegnare alla Pratt University, era tornato in Toscana anche a causa di una malattia degenerativa agli occhi che lo rendeva quasi cieco. Una gran pena per lui che aveva cercato in tutti i modi di indagare i segreti delle forme e che adesso poteva vedere solo attraverso il tatto e l’immaginazione. Insieme a Marco e ad altre persone che scoprii apprezzare Giorgini, quali Massimo Giovannini e Marcello Sestito, ci siamo dati da fare per divulgare la sua opera, con un certo successo, se vogliamo essere ottimisti, con mediocri risultati se vogliamo considerare il rapporto tra la statura del personaggio e la sua ancora scarsa notorietà tra gli addetti ai lavori. Ricordo per esempio una campagna martellante che lanciammo sulla presS/Tletter, la rivista elettronica che mi ero inventato in quegli anni, per far vincolare casa Saldarini e una conferenza che la facoltà di architettura di Reggio Calabria organizzò nell’aula magna. Vittorio, nonostante la cecità, tenne una lezione memorabile.

Vittorio Giorgini, Casa Esagono, Baratti Piombino 1957
Vittorio Giorgini, Casa Esagono, Baratti Piombino 1957

UN PERSONAGGIO GENIALE

Giorgini non era un genio, era un personaggio geniale. Aveva intuizioni straordinarie ma non tutte andavano a buon fine. Mi verrebbe da dire: faceva le pentole e a volte dimenticava i coperchi. Tanto è vero che è difficile elencarne con precisione l’eredità o inserirlo all’interno di una corrente o un movimento di cui lui sarebbe stato l’iniziatore o il personaggio di punta.
Si potrebbe collocare all’interno del clima culturale della Firenze degli Anni Sessanta, quella che diede all’architettura una stagione irripetibile. Provare a considerarlo come uno dei discepoli di Giovanni Michelucci accanto a Leonardo Ricci e Leonardo Savioli, dei quali era di qualche anno più giovane (Giorgini era del 1926, Savioli del 1917, Ricci del 1918). Oppure accostarlo alle figure dei radicali quali Superstudio, Archizoom o Gianni Pettena. Ma i conti non tornano. Sia a livello di carattere: con tutti e, soprattutto con Ricci, che lo prese in giro per il progetto della galleria Quadrante, ebbe da ridire. Sia a livello di ricerca formale. Giorgini ha perseguito, infatti, un’idea di architettura in cui l’aspetto estetico è il risultato obbligato di scelte concrete. Una forma buona funziona e basta. Se non funziona, vuol dire che è semplice masturbazione mentale. L’unico metro di paragone è la natura, che appunto si disvela per forme, non per diletto ma per ottenere il massimo funzionamento con il minimo sforzo, ovvero con la minore quantità possibile di materia. Savioli e Ricci sono troppo espressionisti, artisticamente organici, formalisti. E non parliamo dei radicali con tutte le loro fisime intellettualistiche. Non dimentichiamo poi che Giorgini, da bravo fiorentino, andava d’accordo, e neanche troppo, solo con sé stesso. E se proprio doveva avere un riferimento, se lo cercava nell’empireo di personaggi che non potevano dargli fastidio, come Leonardo da Vinci verso il quale aveva nutrito sin da ragazzo una passione particolare.
È più semplice a questo punto collocarlo a cavallo tra le ricerche dei maestri dell’informale, quali Frederick Kiesler, e degli ingegneri della forma quali Sergio Musmeci, notando che tra gli Anni Cinquanta e Sessanta sono diversi i progettisti che affrontano, anche grazie alle possibilità offerte dalla duttile plasticità del cemento armato, strade mai prima percorse. Personaggi che dichiarano la guerra alla scatola e, nello stesso tempo, all’arbitrio, giungendo a risultati per molti versi simili (e per altri versi molto diversi: è il paradosso di queste ricerche che vogliono essere oggettive ma sono decisamente personali).

Vittorio Giorgini accanto al plastico di Walking Tall, New York, 1983
Vittorio Giorgini accanto al plastico di Walking Tall, New York, 1983

UNA INDUBBIA PRATICITÀ

Attenzione, a questo punto, a non cadere in un altro errore.  Pensare che Giorgini si muovesse nel suo mondo di forme inusuali sospinto dal desiderio dell’inconsueto, dal bisogno di asimmetria, dal gusto dell’infrazione. Sin da piccolo, oltre, come abbiamo detto, a essere appassionato di Leonardo da Vinci, era stato un cultore della navigazione a vela e della realizzazione di modelli di aerei, che realizzava con pochi mezzi e invidiabile maestria. Un campo, quindi, dove non è concessa libertà incondizionata di manovra agli esteti. E dove bisogna conoscere, anzi, intuire bene il gioco delle forze, la resistenza dei materiali, il sistema delle tensioni. Dove i riferimenti, se proprio si vogliono avere, devono essere più a Buckminster Fuller che a Le Corbusier. E difatti Giorgini è stato un personaggio dotato di una indubbia praticità. Inventa, ancor prima di laurearsi, una casa prefabbricata in legno a forma di esagono che può far realizzare in falegnameria e montare con facilità. Costruisce, poi, gusci che si reggono, come si suol dire, per forma e non per materia. E arriva anche a ipotizzare un sistema strutturale che risolve il problema della campata unica di oltre 3 chilometri sullo stretto di Messina. Ricordo ancora una visita in cui lui mi raccontava quanto fosse semplice la sua idea basata su una conformazione geometrica che avrebbe fatto invidia a Bucky. Confesso che ci ho capito poco e sono rimasto a lungo in dubbio sulla sua validità, sino a quando ho letto che il sistema aveva ricevuto un premio dedicato alla memoria di Sergio Musmeci, quindi immagino giudicato da ingegneri strutturisti qualificati.

La sfera topologica ideata da Vittorio Giorgini, a partire dal modello dell’anello di Moebius (disegno)
La sfera topologica ideata da Vittorio Giorgini, a partire dal modello dell’anello di Moebius (disegno)

UN FORMIDABILE ALLESTITORE

Giorgini merita, inoltre, di essere ricordato come un formidabile allestitore: uno spazio in particolare gli dovrebbe assicurare un posto tra i grandi di quegli anni. È la galleria Quadrante, attiva tra il 1961 e il 194 e disegnata per la sorella Matilde, un appartamento che in quegli anni rappresentò un punto di riferimento per la ricerca artistica. La galleria coinvolgeva il visitatore a seguire il percorso espositivo attraverso una parete continua che si staccava da un soffitto a forma di nuvola evanescente.
Giorgini fu un eccellente educatore. Concepiva l’insegnamento come un incentivo al fare.  Perché solo attraverso l’agire si può provare a organizzare una teoria. Teoria che battezzò con il nome di Spaziologia. È lo spazio, infatti, il risultato della ricerca delle forme. Non potrebbe essere altro.
Ecco una riflessione che dovremmo cominciare a riproporci in un periodo come questo dominato dalla prevalenza delle icone e del simbolico. Un approccio molto pericoloso che ci fa correre il rischio di farci male interpretare anche la figura stessa di Giorgini, portandoci a considerarlo come un precursore di sperimentazioni dove l’immagine prevale, costringendo la forma a diventare dispensatrice solo di un puro piacere estetico. Esattamente l’opposto di tutto quello che questo architetto di grande statura, ma ignorato dai più, avrebbe voluto evitare. “A me” ‒ mi disse quasi in segreto ‒ “‘sto Gehry di cui dovrei essere l’antesignano, mi convince poco”.

Luigi Prestinenza Puglisi

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)