Architetti d’Italia. Adalberto Libera, l’abile

Tutta la vicenda dell’architetto Adalberto Libera, dagli incarichi in epoca fascista ai progetti successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Il destino di Adalberto Libera è che Casa Malaparte a Capri, cioè la più conosciuta e apprezzata delle costruzioni a lui attribuite, non è sua. Fu opera di un committente che se ne infischiò del suo progetto o, meglio, che lo usò strumentalmente. Siamo nel 1936 e lo scrittore e giornalista Curzio Malaparte acquista un terreno a Punta Massullo per dodicimila lire. È uno scoglio a strapiombo sul mare. Inedificabile, visto il delicatissimo contesto ambientale. Ma non per un personaggio affermato e apprezzato dal regime. Malaparte, oltre tutto, è amico di Galeazzo Ciano, che frequenta Capri ed è il marito di Edda Mussolini, e quindi il genero del Duce. Per ottenere la licenza occorre un nome che conta, meglio se giovane. Per questo motivo, probabilmente, viene disturbato Adalberto Libera, allora non ancora trentacinquenne (è nato nel 1903) ma già noto e più che promettente. È suo, solo per citare un lavoro, l’allestimento della grande mostra della Rivoluzione Fascista. Durata due anni e con oltre 4 milioni di visitatori, è la grande kermesse sulla quale Mussolini ha puntato per raccontare all’Italia e al mondo la sua rivoluzione. Adalberto Libera comprende che il suo è un progetto pro forma, una cortesia a un personaggio importante. Realizza il disegno senza pensarci troppo. Una casa su due piani con il primo rivestito in pietra, destinato alla zona notte e alla cucina, e il secondo piano, intonacato, dove c’è un salone posto accanto a una grande terrazza. Tra questo stanzone e la terrazza si interpone brutalmente una scala: niente affatto trasparente perché delimitata da muri. Segno ulteriore che Libera, che è invece un progettista raffinato e un perfezionista, all’effettiva bontà della realizzazione non ci ha voluto pensare più di tanto, cosciente che poi Malaparte avrebbe fatto tutt’altro.
E difatti Malaparte, ottenuto il permesso di costruzione con tanto di benestare ambientale, cestina il progetto. Costruisce una villa a più piani che, se denuncia l’incompetenza “disciplinare” dello scrittore, nello stesso tempo non è priva di magnifiche intuizioni. Tra queste: la scalinata rastremata, le grandi finestre del soggiorno e il camino attraverso il quale si può godere il panorama. Contrasti tra raffinatezze e volgarità che rendono Casa Malaparte bellissima, un capolavoro. Adalberto Libera, che sa bene che non è opera sua, anzi che probabilmente è una storia sulla quale è opportuno non lasciare troppe testimonianze, non la citerà tra le proprie opere.

LE VICENDE DI ADALBERTO LIBERA

Proveniente da una ricca e aristocratica famiglia (la madre era una Pallavicino di Parma), Libera sapeva stare nel mondo. Aveva trovato il modo di evitare il servizio militare e poi, neanche laureato, di partecipare al Gruppo 7, il raggruppamento esclusivo e selettivo di giovani architetti che aveva lanciato l’architettura razionalista in Italia. Era stato anche invitato da Mies van der Rohe a esporre nella mostra del Weissenhofsiedlung a Stoccarda. Ma il suo colpo di genio fu la fondazione del MIAR, il Movimento Italiano per l’Architettura Razionale, subito dopo la prima mostra dell’architettura razionale organizzata nel 1928 da lui e da Gaetano Minnucci. Al MIAR partecipano tutte le migliori promesse dell’architettura italiana: dal Gruppo 7 ad Alberto Sartoris, da Mario Ridolfi a Gino Levi-Montalcini, da Pietro Aschieri a Mario Labò. Il MIAR è in prima linea nella seconda mostra dell’architettura razionale, organizzata nel 1931 da Pietro Maria Bardi nella sua galleria d’arte a Roma. La mostra espone un Tavolo degli orrori con opere di Armando Brasini, Cesare Bazzani, Gustavo Giovannoni, Marcello Piacentini e suscita un putiferio, tanto più che è inaugurata da un compiacente Mussolini, che sembra appoggiare i giovani per dare una nuova immagine al regime.
Le cose non vanno nella giusta direzione. I tromboni dell’accademia si riorganizzano e, aiutati dal Sindacato fascista architetti, denunciano la mostra e fondano il RAMI, il Raggruppamento degli Architetti Moderni in Italia, in esplicita opposizione al MIAR.
Libera, a questo punto, invece di accettare lo scontro in campo aperto, scioglie il MIAR, dichiarando che non c’era altro da fare. L’operazione gli porterà diversi benefici. Gli viene dato l’incarico dell’allestimento della Mostra della Rivoluzione Fascista che porterà avanti con Mario De Renzi, il quale diventa il suo socio: con lui eseguirà tra le altre cose il progetto per le Poste di viale Aventino. De Renzi fa parte del RAMI: le ostilità, davanti alla prospettiva di corposi incarichi, è bene lasciarle alle spalle. Sempre nel 1932, Libera, pur iscritto all’albo di Trento, è membro del direttorio del Sindacato Interprovinciale Architetti del Lazio. Nel 1933 è membro della commissione giudicatrice per il Piano regolatore di Sabaudia e di altri concorsi.
Probabilmente è anche a causa di queste vicende che si raffreddano i rapporti con gli altri del Gruppo 7 e in particolare con Carlo Enrico Rava, con Luigi Figini e Gino Pollini. E con Casabella, cioè con Giuseppe Pagano ed Edoardo Persico. E con Alberto Sartoris.
Il successo di Libera deriva non poco da meriti artistici. È un magnifico realizzatore di volumi, perfettamente chiusi in se stessi. È poco sensibile al tema della trasparenza impressionista che affascina tanto Edoardo Persico o della scomposizione dei volumi attraverso il gioco dei piani, di ascendenza de Stijl o, come accade per Terragni, attuato secondo una plastica michelangiolesca. Paolo Melis, che ha scritto una eccellente anche se non poco agiografica biografia dell’architetto (Adalberto Libera. Tracce per una biografia), individua quattro punti forza. Sono l’estraniamento al luogo, la perfetta chiusura dell’organismo in sé stesso, l’unicità e l’irripetibilità dell’oggetto, il forte valore simbolico e ideale. Con un ruolo della struttura che, nel corso del tempo, diventerà sempre più marcato.
Nonostante la piena adesione al fascismo, il critico Bruno Zevi perdona a Libera quello che non perdonerà ad altri, per esempio a Luigi Moretti. Lo considera un fascista di sinistra e vede in termini tutto sommato positivi il sodalizio tra lui e De Renzi: “I due si integrano magnificamente: la romana mollezza trova il giusto complemento nella dura logicità e nella asciutta ritrosia del partner trentino”.

Palazzo dei Congressi, EUR, Roma, 1938. Photo seier+seier via Flickr CC BY-NC 2.0

Palazzo dei Congressi, EUR, Roma, 1938. Photo seier+seier via Flickr CC BY-NC 2.0

I PROGETTI DI LIBERA, DALL’EUR ALL’INA

Libera è uno spirito troppo indipendente per partnership durature. Preparerà un disegno particolarmente suggestivo per il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi dell’E42. Un edificio circolare anticipato da un lungo e trasparente avancorpo rettangolare. E, sempre per l’Eur, inventa un gigantesco arco simbolico che non verrà realizzato e, nel 1947, sarà copiato da Eero Saarinen a St. Louis.
Pur di portare a termine il Palazzo dei Congressi realizza un progetto del tutto differente (suscitando l’ira di Giuseppe Terragni il quale, giunto secondo al concorso, si sentirà depredato della vittoria). Inoltre accetta di deturpare la facciata principale dell’edificio caricandolo con delle colonne scioccamente monumentali, imposte da Marcello Piacentini che, non ci vuole molto a intuirlo, vedeva l’Eur in termini molto più tradizionalisti dei suoi.
Abile nel destreggiarsi, sfugge alla mattanza della Seconda Guerra Mondiale, nonostante molte persone della sua età fossero state richiamate alle armi.
La vena metafisica, che produce opere memorabili sospese tra cielo e terra, si esaurisce. La sua ossessione diventa l’edificio esatto, ben funzionante, ineccepibilmente realizzato. Dopo la guerra sarà chiamato da Arnaldo Foschini a dirigere l’Ufficio progetti dell’INA casa, il più importante tentativo di realizzare abitazioni popolari per gli italiani usciti dalla guerra. Dai risultati ottenuti, possiamo dire che entrambi fecero un ottimo lavoro.
Nel 1952 ottiene la cattedra a Firenze. Si trasferirà alla facoltà di Architettura di Roma nel novembre 1962, a quattro mesi dalla sua scomparsa, avvenuta nel marzo del 1963. Un professore bravo e scrupoloso ma scarsamente empatico, tanto da essere duramente criticato durante i moti studenteschi avvenuti tra il 1962 e il 1963 e che porteranno alla successiva venuta a Roma di Pierluigi Nervi, Bruno Zevi e Ludovico Quaroni.
Autore nel dopoguerra di una tra le più interessanti opere di edilizia residenziale in Italia, l’Unità d’abitazione orizzontale al Tuscolano, Libera mostra che si può fare poesia riducendo le forme alla pura funzione e lavorando sull’innovazione tipologica. È con il palazzo della Regione a Trento che sembra intravedersi una nuova linea orientata sulla forza della struttura. L’edificio è sospeso come se appoggiasse su due mani. A calcolarle, trasformandole in eleganti solidi iperbolici, è uno dei più geniali ingegneri italiani: Sergio Musmeci.

Luigi Prestinenza Puglisi

LE PUNTATE PRECEDENTI

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti
Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
Architetti d’Italia #52 ‒ Fabrizio Carola
Architetti d’Italia #53 ‒ Edoardo Persico
Architetti d’Italia #54 ‒ Alberto Cecchetto
Architetti d’Italia #55 ‒ Fratelli Castiglioni
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Architetti d’Italia #58 – Giuseppe Terragni
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Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica…

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