“Educata” e accademica, l’architettura di Ignazio Gardella è al centro delle riflessioni di Luigi Prestinenza Puglisi.

Alberto Samonà aveva una prosa soporifera, probabilmente ereditata dal padre, Giuseppe, un grande personaggio dell’architettura italiana.
Assistente di Ignazio Gardella allo IUAV di Venezia, dove Giuseppe era rettore, Alberto si sentì più tardi in dovere di dedicare al Maestro una monografia con uno scritto introduttivo prolisso oltre ogni capacità di umana lettura. Lo avrebbe potuto riassumere in poche pagine e in una semplice tesi: il merito principale di Ignazio Gardella era rappresentare al meglio il professionismo italiano. Difficilmente, infatti, si sarebbe potuto dare altra lettura unitaria a un architetto, particolarmente dotato, ma che nella sua lunga attività progettuale aveva realizzato opere afferenti a linguaggi tra loro molto diversi.
La tesi, nel 1981, quando il libro uscì per i tipi di Officina Edizioni, era ben congegnata e non priva di una sua astuzia. Erano infatti i tempi dell’ideologia e tra gli intellettuali che si dedicavano all’architettura la peggiore accusa che si potesse muovere a un interlocutore era proprio quella di essere un professionista. A meno che, ovviamente, non si specificasse che tutto questo non andava a detrimento del rigore della composizione, dell’impegno politico e sociale e del rapporto con la storia. In questo caso, alla parola si aggiungeva “colto” e così l’autore poteva essere sdoganato e accettato anche da chi sul cantiere, per dedicarsi alla critica sociale e all’impegno politico, non era mai andato. Costruire al di fuori di certe condizioni ideologiche era un peccato e ricordo ancora che a Roma, nel 1977, i miei assistenti di Composizione architettonica, rossiani convinti e oltranzisti, Giangiacomo D’Ardia e Dario Passi, definivano addirittura Vittorio Gregotti un professionista colto, perdonandogli così il fatto di capitanare, già da allora, uno degli studi di progettazione più attivi sul territorio italiano.
La benevolenza, mostrata per Ignazio Gardella o per Vittorio Gregotti, non era riservata a tutti: per esempio a Luigi Moretti o a Gio Ponti, a Carlo Mollino o allo studio Passarelli, a Leonardo Ricci o a Leonardo Savioli. I quali venivano invece relegati in un girone minore, riservato agli eccentrici e ai servi, più o meno intelligenti, del potere. Come se le case popolari di Moretti fossero ontologicamente diverse da quelle di Gardella, e le palazzine di Ponti meno impegnate di quelle di Albini.
Per appartenere alla categoria del professionismo colto occorreva essere accettati in un certo giro culturale, essere di sinistra (ma allora gli architetti lo erano un po’ tutti) e avere il sospetto verso le innovazioni e la sperimentazione. Inoltre era un punto a favore insegnare all’università, meglio se negli atenei del nord, venendosi già da allora a configurare quell’asse Milano-Venezia che tanto è stato dannoso per l’architettura successivamente prodotta da Firenze in giù.

NON SOLO TRADIZIONALISTI

Gardella, in realtà, non era amato solo in ambito tradizionalista. Anche l’anti accademico Bruno Zevi, che lo aveva frequentato allo IUAV di Venezia dove entrambi insegnavano, aveva per lui stima. Riteneva, e a ragione, il Dispensario Antitubercolare di Alessandria, il PAC di Milano e la mensa Olivetti di Ivrea essere dei capolavori, e tralasciava di valutare le opere balbettanti e decisamente passatiste, con tettucci a falda e infissi con persiane o portelloni in legno pur realizzati dallo stesso. E aveva grande considerazione di una delle sue opere più controverse: la Casa alle Zattere a Venezia, alla quale dedicherà un’intera Cronaca di architettura per difenderne l’inserimento nella laguna veneziana. Dimenticandosi a bella posta che, sul Canal Grande, Frank Lloyd Wright aveva progettato, per poi vederselo rifiutato da chi lo avrebbe dovuto autorizzare, un edificio di ben altra portata, una lezione di inserimento non mimetico eppure espressione infinitamente creativa, come si direbbe oggi, dell’anima dei luoghi. Mi sono sempre domandato: come poteva la Casa alle Zattere non apparire per quello che era, e cioè un’opera abile ma mediocre, a occhi così esperti quali quelli del nostro critico? Anche un bambino la avrebbe letta come un esercizio di ambientazione, succube ai principi del vernacolo e del Neo Liberty, cioè quegli atteggiamenti stilistici che Reyner Banham aveva bollato come sintomo della ritirata italiana dal Movimento Moderno. Qualche asimmetria, concessioni al pittoresco, graziose finestre a rombo, vibranti giochi di luce sui parapetti merlettati. Una abile mistificazione in cui il nuovo corre all’inseguimento dell’antico, sempre sull’orlo di una caduta nel kitsch.
La simpatia di Zevi per Gardella subirà un deciso colpo a seguito delle vicende della costruzione del teatro Carlo Felice a Genova, dal critico giudicato come la grande pazzia edilizia in Italia dopo il monumento a Vittorio Emanuele II. Ma, anche in questo caso, le bordate più cruente, e ve ne furono di feroci, erano dirette ad Aldo Rossi, più che al co-progettista Gardella. Il quale, però, ci rimase malissimo, tanto da compromettere il rapporto con il critico. Lui che per tutta la vita aveva giustificato la propria mancanza di linguaggio unitario sostenendo che la coerenza non vuole affatto dire immobilismo.

Ignazio Gardella, Casa Cicogna alle Zattere, Venezia. Photo Paolo Monti Servizio fotografico Venezia, 1982 via commons.wikimedia.org
Ignazio Gardella, Casa Cicogna alle Zattere, Venezia. Photo Paolo Monti Servizio fotografico Venezia, 1982 via commons.wikimedia.org

UN ESEMPIO VIRTUOSO?

Ritorniamo alla questione: perché ci ostiniamo a raffigurare Gardella come l’esempio virtuoso del professionista italiano? La risposta potrebbe essere: perché ci ha mostrato che si può costruire rispettando le esigenze della committenza e producendo opere di qualità e finanche dei capolavori. Ci ha insegnato, inoltre, che occorre essere realisti rispettando le tecniche costruttive a disposizione, senza avventurosi salti nel buio. Ma, soprattutto, ci ha fatto vedere che ci possono essere architetti i quali possono svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione tra l’accademia e il mercato. Che, cioè, non rompono il patto non scritto. Dice che la ricerca sul linguaggio la fa l’accademia e che i professionisti non devono far altro che applicarla in libertà sia pur vigilata. Controprova? Gardella è amato da accademici quali Paolo Portoghesi, Vittorio Gregotti e Paolo Zermani ed è letteralmente venerato da Antonio Monestiroli, assistente e collaboratore di Aldo Rossi, il quale nel 1995 ha pubblicato un libro-intervista particolarmente impegnativo dal titolo L’architettura secondo Gardella. Sono sicuro che non lo avrebbe mai fatto se Gardella avesse avuto una posizione autonoma, originale rispetto alle posizioni accademiche.
Ha affrontato” ‒ racconta Monestiroli ‒ “il discorso sui principi partendo dagli esempi e risalendo alle idee che ognuno di questi contiene e su cui ognuno si conforma. Ogni progetto contiene un’idea forte e precisa, un’idea che nasce sempre dal mondo a cui l’opera è destinata”. Insomma: niente di più e niente di meno di quelle tranquillizzanti verità che si insegnano nelle facoltà universitarie.
È ovvio che, rispetto allo schema, personaggi come Luigi Moretti, Gio Ponti, Leonardo Ricci, Luigi Pellegrin sono destabilizzanti. Per loro la scuola è semplicemente il posto dove trasmettere anche caoticamente ciò che si sperimenta fuori con la professione, in un processo continuo in cui è quasi impossibile teorizzare se non per squarci. Ed è la sperimentazione dell’inaspettato, non la coerenza metodologica, lo stimolo alle loro ricerche. Gardella professionista è, invece, proprio l’immagine della professione che circola tra i banchi di scuola: seria ed educata, attenta alla tradizione e ai suoi materiali. La sua addomesticazione. Se non fosse troppo forte, diremmo: la sua negazione, sia pure ai livelli più alti.

Luigi Prestinenza Puglisi

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AutoreIgnazio Gardella
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)