Dall’architettura di regime a soluzioni più innovative e leggere, tutta la storia di Giuseppe Vaccaro raccontata da Luigi Prestinenza Puglisi.

Il paradossale destino di Giuseppe Vaccaro è di essere dai più ricordato per una delle sue opere meno felici: il palazzo delle Poste a Napoli, realizzato tra il 1928 e il 1936, in piena era fascista. L’edificio è in linea con quanto si faceva in quei tempi, inebriati dalla retorica della romanità. E, difatti, Marcello Piacentini lo loda senza riserve: “Nella sua assoluta unitarietà ogni cosa è necessaria ed è al suo posto. Raggiunge in tal modo una monumentalità definitiva, che lo caratterizza di botto per opera prettamente italiana”. Retorico e celebrativo, l’edificio mostra, tuttavia, la mano di un architetto particolarmente dotato che conosce bene le leggi della composizione architettonica, che sa giocare con il contrasto tra l’andamento orizzontale delle finestre e la verticale dell’ingresso principale, che all’occorrenza sa essere leggero per smorzare la pesantezza dei volumi e ha talento nell’orchestrare gli spazi interni, controllando il disegno e l’esecuzione dei particolari costruttivi.
I rapporti tra Giuseppe Vaccaro e Marcello Piacentini risalgono al biennio 1922-1923 quando poco più che venticinquenne ‒ è nato nel 1896 ‒ si fa le ossa nel suo studio. “Io l’ho avuto vicino” ‒ affermerà Piacentini ‒ “si può dire sin da adolescente e ne conosco a fondo le doti: provvisto di solida cultura umanistica, artistica e tecnica e di temperamento ricco ed equilibrato, egli tratta l’architettura con un calore non menomato dalla riflessività e dalla sua facoltà di penetrazione”.
Allevato da un così importante mentore, il problema di Giuseppe Vaccaro sarà come staccarsi dall’ingombrante figura, ma nello stesso tempo goderne i vantaggi in termini professionali. La soluzione sembra prospettargliela l’estetica di Benedetto Croce secondo la quale l’architettura nasce da una sintesi personale che poco ha a che vedere con ogni sorta di precettistica e quindi con il problema che angosciava l’architettura di quegli anni e cioè lo scontro tra i razionalisti, che aderiranno al MIAR, il Movimento Italiano per l’Architettura Razionale, e i tradizionalisti, capeggiati appunto da Piacentini.

LA FONDAZIONE DEL RAMI

Lo scontro diventa furibondo il 30 marzo del 1931, quando nella Galleria d’Arte di Roma, diretta dal critico Pietro Maria Bardi, si inaugura la II Esposizione dell’Architettura Razionale. Colpevole il Tavolo degli orrori: un collage messo in bella vista che prende di mira l’architettura dei tromboni, Marcello Piacentini e Alberto Calza Bini in testa.
Benito Mussolini, che presenzia la vernice e al quale è consegnato il Rapporto sull’Architettura scritto dallo stesso Bardi, accoglie benevolmente la protesta dei giovani del MIAR proclamando che il fascismo avrebbe dovuto dare spazio alla loro visione di un’architettura senza orpelli. Ma, come accade spesso, quella dei giovani si rivela una vittoria di Pirro. Subito dopo, i conservatori riprendono il sopravvento, riottengono l’appoggio di Mussolini e costringono i giovani razionalisti alla ritirata con lo scioglimento ‒ che avverrà nel luglio del 1931‒ dello stesso MIAR. La mossa inventata da Alberto Calza Bini, potente Segretario del Sindacato Nazionale Fascista Architetti, è di costituire, contro i rivoltosi, il RAMI, il Raggruppamento Architetti Moderni Italiani. Una trovata mefistofelica. Che mette progettisti di talento ‒ tra questi Mario De Renzi, Luigi Moretti, Mario Paniconi, Giulio Pediconi, Giuseppe Samonà ‒ contro altri progettisti di talento quali Giuseppe Terragni, Luigi Figini, Gino Pollini, Giuseppe Pagano.
Chi sente tutta la squisitezza di questo momento e tutto il bisogno di raccoglimento che ne deriva” ‒ scrive Vaccaro il 6 maggio del 1931‒ “non può non sentirsi enormemente infastidito e disturbato dal clamore di chi tenta di spacciare i propri prodotti come quelli dell’unica marca genuina. In un periodo come questo che si preannuncia creativo, nulla è più micidiale del tentativo di dettar legge, imporre norme, creare accademie”. E poi: “In questo particolare momento la formazione di gruppi è dannosa”.
Ma poi Vaccaro sceglie il partito vincente, incurante dei propositi di equidistanza espressi nei suoi scritti. E difatti nel giugno del 1932 lo vediamo partecipare alla Mostra di Architettura Moderna e di Arredamento organizzata dal Sindacato Architetti e dal RAMI.
Ai pochi che credono ancora nella rivoluzione estetica resta sempre meno spazio. È una disfatta, forse la peggiore, per l’architettura moderna in Italia. Tuttavia, per gli strani paradossi della storia, è proprio quest’opera di sparigliamento fatta da Calza Bini che libera anche nuove energie generando inaspettate unioni.

Giuseppe Vaccaro, Palazzo delle Poste, Napoli. Credits Archvio Vaccaro
Giuseppe Vaccaro, Palazzo delle Poste, Napoli. Credits Archvio Vaccaro

VACCARO, DE RENZI E LIBERA

È in questi anni, infatti, che Adalberto Libera, già segretario del MIAR, Mario De Renzi, membro del RAMI, e Giuseppe Vaccaro, sedicente equidistante, entrano in più stretto contatto, apprezzando ciascuno l’opera dell’altro. E così i tre decidono di mettere insieme le idee per partecipare ad alcuni concorsi. Prima di affrontare i quali occorre però fare un passo indietro.
Dopo l’edificio delle Poste, Vaccaro ha costruito opere rilevanti. Tra queste la Nuova sede della scuola di ingegneria a Bologna (1931-35). A differenza dell’edificio postale di Napoli o anche del Ministero delle Corporazioni di via Veneto, realizzato tra il 1928 e il 1932, in associazione proprio con Marcello Piacentini, è un’opera essenziale, funzionale, debitrice ancora alla retorica della romanità ma non priva di aperture formali alla modernità, come testimoniano per esempio le lunghe finestre a nastro che fanno da contrappunto ad altre più tradizionali in altezza. Gio Ponti ne scrive ammirato, trovando l’edificio di Bologna migliore di quello di Napoli, condizionato invece da una “monumentalità di prammatica”.  Segno che Vaccaro sta maturando un proprio linguaggio in cui c’è meno posto per la retorica che in quegli anni sta corrompendo la cultura architettonica.
È intorno al 1935 che assistiamo a una profonda svolta, a partire dal modo di disegnare. Il segno diventa leggero, delicato, con schizzi che ricordano quelli di Le Corbusier o, comunque, del Movimento Moderno. E proprio nel 1935 Vaccaro realizza, con De Renzi e Libera, un progetto incredibilmente moderno per l’Auditorio a Porta Capena. Non manca qualche suggestione classicista per piacere al regime, ma il progetto si caratterizza per una coraggiosa parete vetrata che fa trasparire l’elegante struttura interna in cemento armato. Non meno interessante, per la purezza dei volumi e l’abile gioco delle trame del prospetto, è il progetto di concorso per la casa Littoria del quartiere Aventino, sempre con Libera e De Renzi.
Tra il 1936 e il 1937 Vaccaro disegna alcune Case a gradoni che fanno pensare a Le Corbusier e tra il 1936 e il 1938 realizza il suo primo capolavoro: la Colonia marina dell’Agip a Cesenatico. La pesantezza è scomparsa e c’è una freschezza che manca alle opere dell’amico Libera. L’edificio sembra volare leggero grazie al fatto di essere appoggiato sopra esili pilastri, a loro volta interrotti da una terrazza che lo collega ai corpi laterali, dilatando così l’edificio lungo l’orizzontale. Perfetto, dal punto di vista figurativo, l’accorgimento di raccordare le finestre a nastro con gli interpiani mediante una sorta di strombatura frammentata secondo sottili strisce orizzontali. Forse la migliore opera, a mio giudizio, del razionalismo italiano. Segno di un talento straripante che si è finalmente liberato dal super io-piacentiniano.
Nel dopoguerra, Vaccaro si mostra come uno dei più solidi e, allo stesso tempo, sperimentali progettisti italiani. Non nel senso che si faccia conquistare dalle poetiche d’avanguardia. Tutt’altro. Ma in ogni progetto cerca di mettere in prova conformazioni nuove, con la scommessa, e forse la certezza, che anche l’inconsueto può essere razionalizzato, organizzato in solida unità. In questo senso sono molto interessanti alcuni suoi studi apparsi nel dicembre del 1952 nella rivista Spazio, diretta da Luigi Moretti, che di Vaccaro è un altro importante estimatore, nei quali cerca di evidenziare quali siano i principi di armonia in architettura, a partire da alcune leggi geometriche, leggi che non postulano certo geometrie banali, simmetriche o bloccate.

Giuseppe Vaccaro, Asilo Piacenza Unità Galleana, planimetria. Credits Archvio Vaccaro
Giuseppe Vaccaro, Asilo Piacenza Unità Galleana, planimetria. Credits Archvio Vaccaro

LEGGEREZZA E ASIMMETRIA SECONDO VACCARO

D’altronde tra il 1949 e il 1951 Vaccaro aveva mostrato con la chiesa di Sant’Antonio Abate a Recoaro Terme di come si potesse realizzare un edificio sacro quasi fuori dal tempo: sospeso tra richiami non banali al passato e intelligenti innovazioni, compreso un impianto asimmetrico che ha intrigato lo stesso Robert Venturi. Nel 1953 a Foggia, per la Borgata Foresta, progetta un’altra chiesa sorprendente il cui tetto riprende, con piglio moderno ma ferreo controllo del progetto, suggestioni vernacolari. Ogni lavoro sembra metterlo alla prova con problemi che alla fine vengono brillantemente risolti. Compresi i numerosi interventi di case popolari che si caratterizzano tutti, in un’epoca nella quale furono messi in opera anche molti schemi ideologici e inumani, per la loro attenzione alle esigenze concrete degli abitanti, suscitando l’ammirazione di Denise Scott Brown che da lui, nel 1956, svolse parte dell’apprendistato. Tra il 1953 e il 1955 progetta un altro capolavoro, l’asilo nido del quartiere Ina_casa a Piacenza. L’idea è semplicissima: uno spazio circolare in cui oltre i tre quarti sono destinati a giardino e il resto all’edificio. Elementare, quasi diagrammato ma, nello stesso tempo, rassicurante e avvolgente. Un microcosmo perfetto per i bambini.
Come l’amico Libera, con il quale è costantemente in contatto, Vaccaro si fa prendere dal fascino delle strutture. Coinvolge Pier Luigi Nervi e i migliori strutturisti e sperimenta spazi nei quali l’ossatura svolge un ruolo primario. Un grande interprete con una capacità di affrontare, ogni volta con un punto di vista nuovo, il progetto. Peccato che ancora oggi molta della sua fama sia dovuta a un edificio, le poste di Napoli, certamente non il migliore e che tanto piacque a classicisti e piacentiniani.

Luigi Prestinenza Puglisi

LE PUNTATE PRECEDENTI

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Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti
Architetti d’Italia #51 ‒ Vittorio Sgarbi
Architetti d’Italia #52 ‒ Fabrizio Carola
Architetti d’Italia #53 ‒ Edoardo Persico
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Architetti d’Italia #56 ‒ Marcello Piacentini
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Architetti d’Italia #58 – Giuseppe Terragni
Architetti d’Italia #59 – Vittorio Giorgini
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Architetti d’Italia #61 – Carlo Mollino
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)