Formatosi come notaio, Andrea Bartoli è considerato da Luigi Prestinenza Puglisi un architetto a tutti gli effetti. Lo dimostrano i coraggiosi progetti di recupero delle aree abbandonate siciliane.

Il quarantesimo profilo della grande serie degli “Architetti d’Italia” doveva essere dedicato a Giancarlo De Carlo, un protagonista del dibattito del dopoguerra. Tra i pochi che in Italia ha avuto il coraggio di anteporre alle ragioni della forma quelle delle persone e, così, per un paradosso che è proprio dell’arte, di introdurre nuove parole nel linguaggio dell’architettura e quindi delle forme.
Mentre mi stavo accingendo a scrivere, mi ha colpito un post apparso sui social in cui Andrea Bartoli annunciava di volersi impegnare in politica e, a tal fine, avrebbe organizzato un pullman per andare in viaggio nelle città e nei paesi della Sicilia, per cercare le persone che “già in passato hanno avuto quella fantasia, quella creatività e quella capacità di immaginare luoghi e creare Comunità che prima non esistevano”.
Ecco, si potrebbe pensare, l’ennesimo idealista o, peggio, l’ennesimo demagogo che dichiara di voler cambiare il mondo e quel suo continente ‒ la Sicilia ‒ che si dimostra impermeabile e ostile a qualsiasi tentativo di migliorarla. Il mondo, lo sappiamo bene, è pieno di mestatori che promettono tanto e mantengono poco.
Il caso di Andrea Bartoli è diverso e lo testimonia il suo operato di progettista. Intendiamoci: non ha, a quanto mi risulta, alcun titolo di studio da architetto, anzi, facendo il notaio, ha probabilmente una laurea in giurisprudenza, quindi quanto di più lontano ci possa essere rispetto alla nostra disciplina. Ma se, come negli Anni Sessanta notava Hans Hollein, tutto è architettura e, aggiungerei io, alcune cose lo sono in particolare, è uno dei migliori architetti italiani oggi in circolazione.
Bartoli era stanco di fare solo il notaio di Favara, uno dei posti sperduti della Sicilia, vicino ad Agrigento e a un paio di ore dal più vicino aeroporto. Ha deciso di trasformarlo in uno dei principali centri di attrazione dell’intelligenza alternativa. Degli artisti, degli architetti, dei creativi. Insomma di persone che in Italia vengono viste come inutili perditempo.
Fin qui l’operazione non è particolarmente nuova: sono stati diversi, basta ricordare Gibellina, i piccoli comuni periferici che hanno lavorato in questa direzione. E poi, sempre in Sicilia, c’è l’esperienza controcorrente di Antonio Presti, il mecenate di Fiumara Arte che ha usato l’immaginazione e il bello come un grimaldello per cambiare la società.

Andrea Bartoli, Farm Cultural Park, Favara
Andrea Bartoli, Farm Cultural Park, Favara

FARM CULTURAL PARK

L’idea originale di Bartoli è stata di aggredire il centro storico di Favara con la sua Farm Cultural Park. Sfruttandone la principale potenzialità, e cioè il suo degrado e i valori immobiliari particolarmente bassi. Introducendo sana e dissonante architettura contemporanea. Ha realizzando interventi coraggiosi, colorati, energici, mobilitando architetti che hanno lavorato affiancati dagli artisti e questi da persone che avevano a cuore il recupero della comunità.
È nata così la realtà dei Sette cortili che in pochi anni ha stimolato investimenti per 20 milioni di euro e ha favorito l’occupazione di un centinaio di posti di lavoro. Oggi attrae una media di 120mila visitatori all’anno. Vi rendete conto? Centoventi mila visitatori all’anno a Favara.
Bartoli, ed è qui il suo merito, ha posto un problema: come recuperare borghi, paesi, realtà urbane meridionali che non hanno particolari qualità. Insomma non sono Spello, Bevagna, Gubbio, cioè cittadine incantevoli, localizzate in contesti paesaggistici ancora più affascinanti, desiderate dall’aristocrazia del turismo. Sono, invece, luoghi derelitti, spesso brutti, dove sono in atto fenomeni di degrado e di spopolamento e dove gli edifici cadono uno dopo l’altro come denti cariati. Naturalmente non tutto è andato liscio. Le istituzioni pubbliche e l’autorità comunale, invece che fargli ponti d’oro, lo hanno trattato a volte con indifferenza e distacco, a volte con segni di aperta ostilità. Come quando hanno sequestrato un paio di installazioni temporanee accusandole di abusivismo. Ne cogliete l’involontaria ironia? Una accusa di abusivismo in Sicilia, a Favara… Per fortuna tutto si è risolto grazie allo sdegno sollevato dai social media e dagli altri canali di comunicazione. Anzi, se vogliamo, la persecuzione, come spesso accade, si è ritorta contro i persecutori e ha giovato alla causa della Cultural Farm.
Essere architetti, ci insegnava Giancarlo De Carlo, non vuol dire inventare forme nuove o cercare di stupire ogni giorno con un effetto speciale. Ma saper trovare nuove relazioni che legano gli abitanti all’habitat, accrescendo le potenzialità del loro mutuo rapporto. In questo senso Bartoli non poteva fare un lavoro migliore. Da progettista nato, ha subito intuito che il problema è lo spazio. Il suo uso e la capacità che noi abbiamo di leggerlo come risorsa. E difatti una delle iniziative che ha promosso è stata una scuola di architettura per i bambini. Se sin da piccoli non si riesce a distinguere un luogo da un altro, se siamo insensibili alla qualità, allora il destino delle nostre città è segnato. E difatti, in Italia, dove manca l’educazione allo spazio e all’arte (e si passano come campioni di cultura i mummificatori Sgarbi, Settis e Montanari che, comunque, rispetto alla media rappresentano cime inarrivabili), le nostre città regrediscono giorno dopo giorno. Conta solo la cubatura, la quantità e, nei recenti periodi di crisi economica, anche questi ultimi parametri diventano insignificanti. Basta, del resto, girare per gran parte della Sicilia, e non solo, per accorgersene.

Andrea Bartoli, Farm Cultural Park, Favara
Andrea Bartoli, Farm Cultural Park, Favara

UN MENTORE INFATICABILE

Andrea Bartoli è, inoltre, un infaticabile mentore e promotore di talenti. Ha intuito che negli anni le università siciliane hanno sfornato numerosi bravi architetti, spesso costretti a emigrare (ci sono più architetti nel volo Palermo-Barcellona che in un’aula di una facoltà di architettura del nord Europa) o a lavorare in oscure situazioni di provincia. Ha dato ad alcuni di loro una possibilità, una occasione, un palco. Mostrando che lavoro potrebbe essercene di più e molto più interessante, se solo si attivassero circuiti virtuosi. Che la qualità premia. Sì, proprio così, che la qualità e non l’appartenenza premia.
Bartoli è un promotore inarrestabile, un profeta del cambiamento urbano che ricorda gli architetti della migliore razza. Sa che un’esperienza quale la sua, per funzionare, deve avere una vasta eco attraverso i mezzi di comunicazione. E, da accorto notaio, comprende che ogni iniziativa, superata una fase iniziale, dove ancora l’entusiasmo conta più dell’organizzazione, deve diventare una istituzione, deve insomma essere strutturata. Ecco forse perché ha deciso di alzare la posta e tentare la carta politica. Cercando, con il suo pullman, altri luoghi in Sicilia che hanno in germe promesse e potenzialità e, soprattutto, cercando di un unirli in un movimento.
Il programma può sembrare avventato se non velleitario: “Chiederemo a tutti quelli che ne hanno voglia, di dirci quali sono i loro sogni per le loro città, per la Sicilia e per l’Italia e quali sono le progettualità, le strategie e le azioni che ci possano portare a realizzare quei sogni. Mi piacerebbe che la Sicilia diventasse…”.
Riuscirà nel suo obiettivo? Chi conosce la Sicilia non può non essere pessimista. Non facciamo fatica a immaginare che, come accade in tutti i movimenti allo stato nascente e che stanno superando la loro fase di start up, si accoderanno personaggi che poco hanno a che vedere con i valori iniziali per puntare a sfruttare a fini personali i beni collettivi messi in campo. E poi occorrerà sfuggire dall’abbraccio mortale del Palazzo dei Normanni, dove pascola la politica ufficiale, opposizione compresa. Ma questa storia interesserà i commentatori di politica. A noi che ci occupiamo di questioni più sovrastrutturali, e cioè di forme e di architettura, sta a cuore un altro aspetto: finalmente si sta capendo che, senza intaccare lo spazio, è impossibile pensare a radicali riforme o a piccole e grandi rivoluzioni. Bartoli, che non lo è ma si comporta come un architetto, lo ha colto perfettamente. E così facendo si è collocato di diritto all’interno della nostra disciplina occupando un posto dove prima c’erano diversi protagonisti ‒ abbiamo ricordato Giancarlo De Carlo ‒ ma che oggi è desolatamente vacante. Ecco perché, qualunque direzione prenderà il suo pullman, il quarantesimo profilo di questa serie è suo.

Luigi Prestinenza Puglisi

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)