Appuntamento numero 36 con la saga dedicata da Luigi Prestinenza Puglisi agli architetti italiani. Stavolta l’attenzione si sposta su Manfredo Tafuri, critico “da dimenticare”.

Tra gli architetti d’Italia non può mancare lo storico Manfredo Tafuri, anche se il suo influsso critico è stato devastante. Per un doppio ordine di motivi. Innanzitutto perché non c’è edificio che alla sua analisi riesca a salvarsi dall’accusa di essere sublime inutilità. E poi perché, forte di questa accusa che mette sullo stesso piano l’opera di un grande talento con quella di un pessimo esecutore, ha rivolto la sua attenzione ad architetti mediocri e mediocrissimi. Basti ricordare che le sue due monografie di architetti italiani a lui contemporanei le ha dedicate a Ludovico Quaroni e a Vittorio Gregotti. E cioè al Principe del dubbio, che è arrivato a perdersi nei giochi postmoderni del progetto per il teatro dell’opera di Roma, e all’Imperatore della certezza, autore di edifici apodittici quali il disastroso quartiere Zen a Palermo o il quartiere Bicocca a Milano. Se si legge la sua Storia dell’architettura italiana, 1944-1985, non si può non rimanere colpiti dallo spazio dedicato a progettisti dimenticabili e dalla parallela mancanza di apprezzamento di altri che invece straboccavano di talento, e valga per tutti l’esempio di Renzo Piano che già nel 1985 aveva mostrato chi fosse e chi sarebbe diventato e che Tafuri si rifiutò di mettere nella lista dei cento migliori architetti operanti in Italia.
Si dirà che il critico aveva delle proprie idee sull’architettura e che, negli anni del postmodernismo, aveva, invece, intuito il valore di architetti quali Aldo Rossi che lavoravano sul linguaggio, la nostalgia e la memoria. In realtà, provate a rileggere questi scritti di apprezzamento con un po’ di distacco e vi accorgerete che Tafuri non riusciva a trovare alcuna opera architettonica che sfuggisse al destino di essere un gioco puramente narcisistico e consolatorio. “È” – come afferma nell’introduzione al Progetto e utopia ‒ “il dramma dell’architettura di oggi, quello cioè di vedersi obbligata a tornare pura architettura, istanza di forma priva di utopia, nei casi migliori, sublime inutilità. Ma ai mistificati tentativi di rivestire con panni ideologici l’architettura, preferiremo sempre la sincerità di chi ha il coraggio di parlare di quella silenziosa e inattuale purezza”.

Manfredo Tafuri - Storia dell'architettura italiana 1944-1985 (Einaudi, 1986)
Manfredo Tafuri – Storia dell’architettura italiana 1944-1985 (Einaudi, 1986)

UN DOPPIO VINCOLO

Forse proprio per questo motivo, il critico Ignasi de Solà-Morales si chiese, in un numero della rivista ANY del 2000 dedicatagli con il titolo Being Manfredo Tafuri, se egli amasse veramente l’architettura. La risposta ce la può suggerire solo la psicoanalisi. Perché è certo che la posizione di Tafuri mostra sempre, come direbbe Gregory Bateson, un doppio vincolo.
Chi crede nel valore utopico dell’architettura è infatti sconfitto dalla dura legge della storia e, soprattutto, dalla logica del capitalismo che non tiene in alcun conto gli spazi che suggeriscono un mondo liberato e migliore. Mentre chi è disilluso è costretto a una poetica che perennemente contempla il proprio essere vuota forma: a un’estetica che celebra il proprio fallimento. Insomma, non si scappa. Non rimane che il suicidio poetico, che si celebra attraverso il silenzio, il linguaggio che si contempla allo specchio o tutte le innumerevoli pratiche masturbatorie che l’architettura mal scimmiotta dall’arte. E difatti, sovente, negli scritti di Tafuri fa capolino Sade. Quando non c’è più il gusto delle cose, la sensazione della loro utilità a costruire un cambiamento, non resta che il piacere che produce il cervello quando gira a vuoto godendo di farlo.
Se negli Anni Settanta e Ottanta Tafuri era l’avversario da combattere, uno dei principali responsabili dell’inaridimento dell’architettura italiana di allora, più difficile è valutarne oggi il ruolo, a distanza di oltre vent’anni dalla morte (1994), quando la sua figura è stata ridimensionata. Non sono certo i ripescaggi tafuriani che ogni tanto vengono tentati dai suoi allievi o estimatori che possono seriamente farci preoccupare. E meno che mai appare convincente la contrapposizione, che ogni tanto si cerca di tentare, tra una critica italiana di architettura divisa tra uno Zevi, propugnatore della dismisura, dell’eccesso, della dissonanza e un Tafuri teorico invece della misura, dell’appropriatezza, della morigeratezza. Una lettura,a mio avviso, banale e riduttiva che non tiene presente la componente sadiana (e piranesiana) di quest’ultimo.
Sembra, invece, più interessante l’ipotesi che considera Zevi e Tafuri come autori di due grandi narrazioni, tra loro opposte e simmetriche. L’una, quella di Zevi, che dà all’architettura valore profetico, anche a costo di farle recitare un ruolo per il quale a volte sembra poco attrezzata. L’altra di Tafuri che trasforma l’esigenza profetica in un perenne scacco, un orizzonte che si intravede solo attraverso un continuo insuccesso (mi chiedo se non sia questa la ragione per la quale Tafuri in punto di morte dichiarò che il grande critico era stato Zevi, suo implacabile avversario).
È questo forse uno dei motivi per il quale Tafuri più volte cita nei propri scritti Martin Heidegger, un filosofo con il quale sicuramente ebbe ancora più punti di contatto dei sia pur diversi dichiarati. Nello stesso modo in cui la conoscenza scientifica della metafisica nasconde la realtà dell’Essere che pure in qualche modo si continua a intravedere, l’architettura, nella sua sublime inutilità, ci racconta in trasparenza una storia molto più grande di lei. Quella in cui, come nel Rinascimento, era portatrice di un progetto utopico di ricreazione del mondo e cioè la spazializzazione di una Utopia (sul valore del Rinascimento come cartina di tornasole per l’architettura contemporanea si veda anche l’introduzione a La sfera e il labirinto, il testo del 1980 in cui tenta di teorizzare, mescolando marxismo, nichilismo e poststrutturalismo, il suo approccio metodologico).

Manfredo Tafuri - L'architettura moderna in Giappone (Cappelli, 1964)
Manfredo Tafuri – L’architettura moderna in Giappone (Cappelli, 1964)

QUATTRO CRITICITÀ

Al fascino di questa narrazione corrispondono quattro criticità che però rendono, a differenza della grande narrazione zeviana che genera energia positiva, il racconto tafuriano, esiziale.
Il capovolgimento di giudizio: la storia è teatro di una tragedia il cui protagonista è il nostro senso crescente di impotenza. Per metterla in scena e descriverla occorrono parole quali crisi, dramma, sconfitta, scacco, fine. E a essere descritti ‒ con gusto masochista, direi, più che nichilista ‒ sono gli insuccessi, mai i successi. Nel “progetto di crisi” tafuriano, si vince perdendo: saltando aggrappandosi ai capelli.
Il disprezzo per la scienza e per la tecnica. Scienza e tecnica in questa prospettiva sono strumenti che ci allontanano dall’essenza del mondo; da qui la sottovalutazione del sano empirismo, del rapporto prammatico con le cose e dell’interesse per l’innovazione.
La sovrainterpretazione della cultura classica. La cultura greca e rinascimentale sono viste come i momenti di maggiore tensione utopica e quindi caricate di intenzioni che non ebbero o ebbero solo in parte. E, soprattutto, sono vissute masochisticamente come il massimo punto insieme di scacco e di consapevolezza della ragione, secondo la strategia del doppio vincolo cui prima accennavamo. Come se il problema principale di Brunelleschi fosse stato misurare l’impotenza del codice classico, quello di Alberti di metterne alla prova i limiti attraverso una serie di applicazioni ai più svariati esempi storici.
La sopravvalutazione delle ricerche intellettualistiche a scapito di quelle spaziali. Privilegiando l’architettura che si auto-contempla come Narciso in uno stagno per affogare nella nostalgia, mediocri protagonisti delle ricerche sul linguaggio si trasformano in eroi nietzschiani, mentre architetti che hanno lavorato con successo sullo spazio diventano personaggi minori. Incapace di saper gustare l’architettura, per viverla in una prospettiva autopunitiva, la ricerca di Tafuri, come si accennava in apertura, ne ha dimenticato o sottovalutato intere pagine. Nessun critico ha provocato più danni. A questo punto, quindi, non resta altro che dimenticare Tafuri. Come si devono dimenticare i grandi: dopo averlo letto e meditato. E senza cercare di trasformarlo, lui che è stato il più diabolico (nel senso etimologico: che separa, che divide) dei critici italiani, in un custode dell’ordine e della tradizione.

Luigi Prestinenza Puglisi

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)