Che cosa c’entrano Freud e Jungh con la ceramica? A spiegarlo è Eileen Cohen Süssholz, artista originaria del Sudafrica di stanza in Belgio

Eileen Cohen Süssholz (Johannesburg, 1972: vive ad Anversa) da anni lavora sui significati più o meno manifesti degli oggetti d’uso al fine di attivare una discussione attorno ai cliché culturali, le nozioni contemporanee di gusto, così come lo status dell’oggetto d’arte stesso. L’abbiamo incontrata in occasione della sua mostra Pop goes the weasel alla Pedrami gallery per approfondire la sua pratica artistica e il suo legame con la ceramica.

Hai iniziato la tua carriera come pittrice e solo più tardi hai scoperto la ceramica. Come si è sviluppato il rapporto tra pittura e ceramica nella tua produzione?
Ho smesso completamente di dipingere per un po’, ma recentemente sono tornata a farlo per creare un dialogo tra questi due mondi e lavorare su alcune idee che sono nate dalla mia pratica ceramica. In questo ritorno, ho iniziato a concentrarmi su quello che chiamo l’oggetto-natura di un pezzo, con questo intendo l’oggetto d’arte come una ‘cosa’ con particolari qualità di superficie e una presenza fisica. Per esempio sto studiando la natura riflettente delle superfici lucide e ciò che questo potrebbe significare. Collego il lucido al nuovo, alle pagine patinate delle riviste di moda, agli schermi e anche alla natura riflettente del vetro nelle vetrine dei negozi. Nei miei dipinti sto sperimentando la resina e il plexiglas per riprodurre la superficie lucida dello smalto. Per me questo rimanda anche alla superficie lucida dei dipinti dei vecchi maestri, per effetto della vernice e dell’olio di lino usato nella pittura.

E come si inserisce il colore in questa ricerca parallela?
Prima di iniziare a usare colori brillanti sulle mie ceramiche non mi ero mai soffermata sul significato dei colori che utilizzavo. In questo momento analizzo come il colore brillante attragga la nostra attenzione, un po’ come i colori dei fiori attraggono gli insetti per l’impollinazione. Mi interessa anche come questa caratteristica percettiva sia codificata nella segnaletica per avvisarci del pericolo e anche per mantenere l’ordine civile, come nel caso dei cartelli stradali. Mi piace il contrasto tra le linee rigide e geometriche usate nella segnaletica, che denotano ordine, e le linee più espressivamente dissenzienti e personalizzate usate nei graffiti, che sfidano l’ordine. I graffiti aggiungono un tocco di umanità a paesaggi industriali spersonalizzati, ma entrambi animano e aggiungono significato al paesaggio urbano e voglio portare questo in ciò che sto facendo. Sto anche cercando di capire come il colore sia relazionale e come un colore possa compensarne o attivarne un altro. Inoltre, concentrandomi su queste qualità di superficie, spero di aggiungere un elemento di sensualità al lavoro.

E come si traduce tutto questo nella relazione con l’oggetto?
Ho incorporato vecchie cornici che ho trovato nei negozi di seconda mano per rafforzare la natura di oggetto dei nuovi dipinti. Mi piace l’ambiguità dei pezzi di ceramica perché possono essere visti in bilico tra l’oggetto decorativo e l’arte. Ho la sensazione che le cornici aiutino a percepire i dipinti più come oggetti (mi riferisco alla cornice usata prima che il modernismo eliminasse questo dispositivo, nel suo progetto di rimuovere il superfluo e la tradizione).
Nei miei nuovi dipinti, per applicare la pittura, sto usando la stessa tecnica che uso per la smaltatura, cioè il pennello ad aria compressa.
La ceramica mi ha anche dato la libertà di essere più giocosa quando dipingo. Infine, a volte la pittura mi offre semplicemente una pausa dall’affrontare la snervante natura fragile e volatile del lavoro con la ceramica.

Eileen Cohen Süssholz, The alpha and omega, 2022, glazed ceramic, chrome, 55x40x90 cm. Courtesy of Pedrami Gallery. Photo © Eileen Cohen Süssholz
Eileen Cohen Süssholz, The alpha and omega, 2022, glazed ceramic, chrome, 55x40x90 cm. Courtesy of Pedrami Gallery. Photo © Eileen Cohen Süssholz

CERAMICA E PSICOANALISI

Molto spesso basi la tua ricerca su teorie freudiane e junghiane. Come adatti la ceramica al tuo approccio?
Tutto si basa su un’idea presa dalla psicoanalisi, cioè che siamo parzialmente nascosti a noi stessi (molto accade a livello subconscio). La ceramica ha un aspetto ludico che mi permette di lavorare utilizzando una sorta di libera associazione. Non penso molto alle relazioni tra gli elementi e gli oggetti che uso, ma trovo che possano arrivare a un significato attraverso un’interpretazione ex post facto. Io lo chiamo lavoro sognante alla luce del giorno. In questo modo il significato è sempre contestuale e soggettivo.

Spiegati meglio.
Trovo che la ceramica sia un mezzo quasi regressivo con cui lavorare, mi ricorda il recinto di sabbia in cui amavo giocare da bambina, solo che ora la sabbia è più sofisticata.
Inoltre il mio lavoro è un commento al consumismo: anche in questo aspetto mi ricollego alle idee di Freud sulla libido come nostra forza motrice primaria, che è alla base della creatività ma anche delle strategie di adescamento che vengono usate per indurci a consumare.
Tempo fa ho letto una citazione di Jung in cui diceva che una volta credevamo negli dei, ma ora crediamo nelle vitamine. Jung denunciava come i nostri simboli si siano impoveriti (la scienza ha eliminato la poesia della religione). Nel mio lavoro ho riflettuto a lungo su come gli oggetti mondani spesso agiscano quali simboli per alcuni dei nostri desideri fondamentali. Nell’opera intitolata Ritual intent, per esempio, ho riprodotto un mobile da bagno con bottiglie, un asciugacapelli e altri oggetti che si potrebbero trovare su una mensola. Nella mia mente è diventato simile a un santuario della bellezza e riflette il nostro desiderio di essere amati e ammirati. Invece di rivolgerci, per esempio, alla dea Afrodite/Venere, ci rivolgiamo alla mensola del nostro bagno in quello che potrebbe essere visto come un rituale.

Qual è il tuo legame con la ceramica artigianale? Tutto il tuo lavoro sembra essere una reinterpretazione di una tradizione molto antica. 
La prima cosa che mi viene in mente è questa: mia madre e mia zia erano avide collezioniste di imitazioni economiche (probabilmente cinesi) di vasi Ming e porcellane europee. Entrambe avevano grandi vetrine e scaffali pieni di queste imitazioni (un incubo per via della polvere!). Ho passato molto tempo da bambina a guardare queste cose e credo che sia qui che ha origine il mio impegno con il kitsch. Crescendo in Sudafrica, non c’era nessuna kunsthalle o museo che ospitasse qualcosa di lontanamente vicino ai manufatti culturali europei. Nel contesto in cui sono cresciuta, una nuova cultura stava iniziando a emergere. L’unico accesso che avevo all’arte del passato era attraverso i libri e ho trascorso molto tempo da bambina a sfogliare i pochi libri d’arte che avevamo in casa. Quando sono venuta a vivere in Belgio, sono rimasta molto colpita dalle chiese gotiche ‒ che amo ancora esplorare ‒ e dal ricchissimo patrimonio artistico. Ho un particolare debole per il Rinascimento, il Barocco e la maggior parte delle cose romantiche.

E tornando al tuo lavoro?
Per quanto riguarda il mio lavoro, che è una reinterpretazione di una tradizione di lunga durata, credo di essere un po’ reazionaria e forse anche nostalgica. Penso anche che non possiamo sfuggire al passato, ma siamo sempre in dialogo con esso, sia che siamo rivoluzionari o reazionari. Sono molto consapevole del fatto che qualsiasi opera d’arte fatta oggi si trova sulle spalle di questa lunga tradizione. Gran parte del mio lavoro in ceramica si ispira all’arte del passato. Ho fatto un collegamento mentale con l’ellenismo dell’antica Grecia che segna un periodo di transizione, caratterizzato dalla decadenza, poiché l’impero greco ha esteso troppo la sua portata e la sua influenza era in declino. Lo equiparo alle narrazioni attuali riguardanti il declino della civiltà occidentale. E, sì, sento nell’aria un senso di sventura. Mi relaziono anche fortemente con il sospetto che il Romanticismo aveva nei confronti della scienza e rifletto spesso sul razionalismo come soluzione completa ai problemi dell’umanità. Penso che questo sia alla base del mio processo di pensiero. Per quanto il modernismo mirasse a rompere con la tradizione per creare qualcosa di radicalmente nuovo, riecheggiando la scienza e la tecnologia, il post-modernismo (o quello che è discutibilmente chiamato post-modernismo) mi sembra abbia riconosciuto che la nostra realtà è sempre “incorniciata” da una narrazione e che questo è parte integrante dell’essere umano. Così, per me, guardare indietro è un modo di recuperare alcune delle narrazioni perdute per catturare ciò che è utile in esse (questo è, in un certo senso, come Hegel suggerisce di considerare la storia).

Eileen Cohen Süssholz, I have a weekness for Italian movies, 2022, glazed ceramic, 49x27x71 cm. Courtesy of Pedrami Gallery. Photo © Eileen Cohen Süssholz
Eileen Cohen Süssholz, I have a weekness for Italian movies, 2022, glazed ceramic, 49x27x71 cm. Courtesy of Pedrami Gallery. Photo © Eileen Cohen Süssholz

EILEEN COHEN SÜSSHOLZ E IL POP

La tua ultima mostra si intitola Pop goes the weasel. Hai studiato pubblicità come Andy Warhol, questo ha influenzato in qualche modo le tue scelte?
Non ci avevo mai pensato prima, ma, ora che me lo chiedi, è abbastanza possibile che il mio background pubblicitario abbia influenzato le mie scelte e la mia direzione. C’è chiaramente una connessione con il consumismo e il modo in cui la pubblicità fa appello agli appetiti, ai desideri e alle paure delle persone per indurle a spendere. Penso, in linea con la classificazione del sociologo e psicoanalista Eric Fromm, alle persone come “homo consumens”, siamo esseri che consumano. Gran parte del nostro scopo culturale, a quanto pare, è quello di far girare la ruota economica. Poiché ho lavorato nella pubblicità, conosco alcuni dei trucchi che vengono usati. Tuttavia, a differenza di Warhol (che penso abbia abbracciato la cultura del mercato), credo che il mio lavoro sia un riflesso più cinico della stessa.

Qual è la tua connessione con il Pop e la Pop Art?
In realtà non ho fatto il collegamento tra il mio lavoro e la Pop Art fino a poco tempo fa.
Il titolo della mostra Pop goes the weasel mi è venuto in mente quando ho iniziato a pensare all’aspetto pop del mio lavoro. È il titolo di una piccola filastrocca che cantavamo da bambini e che ho sentito in connessione con il mio lavoro. Originariamente era cantata da una maschera del Diciottesimo secolo, che si dice fosse la preferita della regina Vittoria, anche se il significato rimane un po’ oscuro. Una delle interpretazioni possibili è questa: dai in pegno il tuo cappotto e vai giù al pub a bere qualcosa per lavare via le tue preoccupazioni. Per me è un paragone perfetto del come viviamo a credito oggi, oltre che un simbolo della dipendenza come fuga dalle ansie, spesso finanziarie. Mi piace l’idea che possa essere vista come una canzone pop del Diciottesimo secolo e che sotto la sua melodia giocosa e orecchiabile possa esserci una riflessione sobria sui tempi. Forse anche io vedo il mio lavoro sotto questa luce.

Irene Biolchini

https://www.eileensussholz.com

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio
Gli artisti e la ceramica #23 – Michele Ciacciofera
Gli artisti e la ceramica #24 – Matteo Nasini
Gli artisti e la ceramica #25 – Luisa Gardini
Gli artisti e la ceramica #26 – Silvia Celeste Calcagno
Gli artisti e la ceramica #27 – Michelangelo Consani
Gli artisti e la ceramica #28 – Andrea Salvatori
Gli artisti e la ceramica #29 – Serena Fineschi
Gli artisti e la ceramica #30 – Antonio Violetta
Gli artisti e la ceramica #31 – Ugo La Pietra
Gli artisti e la ceramica #32 – Tommaso Corvi-Mora
Gli artisti e la ceramica #33 – Paolo Polloniato
Gli artisti e la ceramica #34 – Amedeo Martegani
Gli artisti e la ceramica #35 – Emanuele Becheri
Gli artisti e la ceramica #36 – Gianni Asdrubali
Gli artisti e la ceramica #37 – Arcangelo
Gli artisti e la ceramica #38 – Francesco Carone
Gli artisti e la ceramica #39 – Federico Branchetti
Gli artisti e la ceramica #40 – Aurora Avvantaggiato
Gli artisti e la ceramica #41 – Marco Ceroni
Gli artisti e la ceramica #42 – Enzo Cucchi
Gli artisti e la ceramica #43 – Liliana Moro
Gli artisti e la ceramica #44 – Luca Pancrazzi
Gli artisti e la ceramica #45 – Alberto Scodro
Gli artisti e la ceramica #46 – Cleo Fariselli
Gli artisti e la ceramica #47 –Ludovica Gioscia
Gli artisti e la ceramica #48 – Christian Holstad
Gli artisti e la ceramica #49 – Brian Rochefort
Gli artisti e la ceramica #50 – Tony Marsh
Gli artisti e la ceramica #51. Intervista a Sam Bakewell
Gli artisti e la ceramica #52. Intervista a Diego Cibelli
Gli artisti e la ceramica #53. Intervista ad Angela Maria Piga
Gli artisti e la ceramica#54. Intervista a Florence Peake
Gli artisti e la ceramica #55. Intervista a Riccardo Previdi

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Irene Biolchini
Irene Biolchini (1984) insegna Arte Contemporanea al Department of Digital Arts, University of Malta, ed è Guest Curator per il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, per il quale dal 2012 cura mostre site specific. È curatrice della collezione d’arte contemporanea di SCIC cucine, per cui segue anche un progetto di installazioni nel flagship store in Via Durini a Milano. Per Artribune cura la rubrica "Gli artisti e le ceramica".