Dal 1982 all’altroieri. La puntata numero 44 della serie di interviste “Gli artisti e la ceramica” vede protagonista Luca Pancrazzi.

Luca Pancrazzi (Figline Valdarno, 1961) ha un rapporto con la ceramica che non è esclusivo ma attraversa tutta la sua produzione artistica: da un lavoro giovanile risalente al 1982 fino ai “paesaggi” realizzati nell’ultimo biennio, passando per le prime due edizioni della Biennale della Ceramica di Albissola, tenutesi nel 2001 e nel 2003.

L’INTERVISTA CON LUCA PANCRAZZI

La tua prima uscita pubblica con il materiale si lega alla partecipazione alla Biennale della Ceramica del 2001, organizzata da Tiziana Casapietra e Roberto Costantino. Mentre a Genova esplodeva la guerriglia durante il G8, a pochi chilometri di distanza, ad Albissola, si presentava la mostra dal sottotitolo Il volto felice della globalizzazione. In quell’occasione hai presentato delle carte d’identità a tratti illeggibili. Quanto della situazione politica che ti circondava si è riflesso nella pratica? O forse è una sovralettura a posteriori?
Le sovraletture sono sempre possibili, nel cammino alla ricerca di chiavi di lettura attualizzabili e sostenibili. L’arte è una scelta politica e sociale prima ancora che adotti linguaggi specifici per soluzioni specifiche. Ogni momento è un momento storico e porta con sé tensioni e ripropone scenari nuovi ma solo spostati nel tempo. Non appena una generazione nuova che ha dimenticato, almeno parzialmente, la precedente trova motivi profondi, più profondi delle conseguenze generazionali per sostenere la libertà come diritto precluso, mette in atto delle prove di forza col potere, anche se spesso però soccombe. Proprio in queste settimane abbiamo assistito alla promozione di carriera dei due militari che avevano giustificato l’irruzione delle forze dell’ordine in campo nella scuola genovese [la famigerata Scuola Diaz, N.d.R.], portando al suo interno delle molotov confezionate per l’occasione e recapitate a domicilio.
L’arte ha sempre questo come obiettivo, con l’immolazione dell’artista sull’altare dello spettacolo. L’artista combatte sempre con la realtà perché non lo rappresenta, perché in fondo non la ama o addirittura la odia, fugge, scappa fisicamente, ma al tempo stesso viene lusingato e risucchiato dallo spettacolo. Che risolva o meno questo dissidio, nasce sempre una solidarietà con chi mette in evidenza il tentativo del potere di opprimere tutto.

Luca Pancrazzi, CF, 2001, smalti e terzofuoco su terracotta, 5,5x8,5 cm. Opera realizzata ed esposta alla Prima Biennale di Ceramica di Albissola, 2001
Luca Pancrazzi, CF, 2001, smalti e terzofuoco su terracotta, 5,5×8,5 cm. Opera realizzata ed esposta alla Prima Biennale di Ceramica di Albissola, 2001

Torniamo alle opere presentate alla Biennale.
I codici fiscali tradotti in copie ceramiche dovevano essere non solo miei, ma di tutti gli artisti che esponevano. Inizialmente volevo sia carte di credito sia codici fiscali, per mescolare le carte e mettere in evidenza la duplice identità degli stessi artisti, ma non ho ricevuto nessuna foto dei documenti, nonostante avessi dichiarato che non avrei trascritto alla lettera le cifre e i numeri delle carte di credito. Ho quindi riprodotto la mia tessera sino a cancellarne la definizione.

A ben guardare la tua produzione, saltano all’occhio due lavori giovanili: Figulina e La mia casa sulla montagna, entrambe in terracotta, entrambe legate a una ridiscussione dei luoghi comuni sul tema dell’identità e del paesaggio. In che modo questi due lavori si legano alla tua produzione coeva?
Figulina è un po’ un omaggio alle storie della comunità che mi ha visto crescere sulle rive dell’Arno. Storie che riguardano il fondamento del paese di Figline Valdarno legato alla produzione di terrecotte e più specificamente di figurine umane modellate nell’argilla, abbondante in quelle valli alluvionali. A quel tempo il paese sorgeva sulle colline sopra l’attuale posizione, quelle colline erano i miei luoghi di gioco da ragazzo poiché abitavo ai margini del paese e preferivo andare verso la campagna piuttosto che verso il centro.
Figulina è un po’ un esercizio sul tema e sul materiale a cui sono legato, mentre La mia casa sulla montagna è una conseguenza di alcune tematiche che iniziavo ad affrontare nelle opere di pittura e di disegno con l’intento che fossero delle opere d’arte a tutti gli effetti. Tutti quei disegni e pitture sul paesaggio banale erano un tentativo di presa di posizione rispetto alla natura e all’artificio, che è sempre stato un argomento di conversazione, tutela, rimodellazione in Toscana, in tutti i tempi.

Luca Pancrazzi, “Quelli che partono” La distanza è sicurezza. Installation view at ex stazione FFSS di Vado Ligure, II Biennale della Beramica di Albissola, 2003
Luca Pancrazzi, “Quelli che partono” La distanza è sicurezza. Installation view at ex stazione FFSS di Vado Ligure, II Biennale della Beramica di Albissola, 2003

Nel 2003 sei invitato nuovamente alla Biennale della Ceramica e presenti una scritta che, letta oggi, ha un suono sinistramente preveggente: “La distanza è sicurezza”. Ci racconti quel progetto?
La nascita di quelle opere ha una storia che parte due anni prima, durante la Biennale di Ceramica ad Albissola nel 2001: durante la realizzazione dell’opera per quella mostra ho incontrato la comunità di ceramisti e addetti ai lavori intorno all’industria della ceramica, e ho incontrato anche nelle strade alcune insegne di attività commerciali realizzate in ceramica, spesso rossa. Barbiere, meccanico, ecc.: erano vecchie insegne ancora splendide nella loro semplicità e unicità, per fortuna non sostituite dalle brutte moderne insegne. Ho così cercato una delle poche persone che avevano storicamente realizzato quel tipo di lettering e la fabbrica dove venivano cotte e smaltate. L’anziano ceramista ha accettato di realizzare per me ancora un alfabeto col quale potessi costruire delle frasi a mo’ di insegna che avevo destinato per una mostra diffusa nella città di Trieste chiamata Transform, dove il tema era il riutilizzo e il riciclo intelligente dei materiali e delle idee.
È nata così una collaborazione con Rivo Barsotti, che era stato esiliato da piccolissimo con la famiglia toscana in quel di Vado Ligure. Non a caso il nome Rivo (per gli amici) era in realtà il diminutivo di Rivoluzionario.

Come si è concretizzata quella collaborazione nel 2003?
Per la II Biennale di Ceramica, allargata oltre il territorio di Albissola, durante la ricerca degli spazi espositivi mi è capitato di passare davanti alla vecchia stazione razionalista (e in disuso) di Vado, dove ho poi realizzato un’installazione di pezzi di ceramica dedicati all’opera Gli addii, Quelli che vanno e Quelli che restano di Umberto Boccioni. Quella stazione evocava in misura ridotta la stazione di Firenze. Avevo il nome Vado, la stazione razionalista e l’artigiano Rivoluzionario per omaggiare i due quadri di Boccioni dedicati ai sentimenti intimi dei viaggiatori e al movimento. Boccioni è in biglietteria, davanti al vetro, e sta comprando un “biglietto valido per partire e per restare”, mentre io alle sue spalle riprendo la partenza quando vengo distratto da un osservatore che da fuori la biglietteria osserva la scena. L’osservatore è il pubblico della II Biennale che interviene visitando l’installazione, fatta di pezzi minimi volanti e due scritte dedicate a emozioni dovute alla lontananza e alla vicinanza.
Questa è la storia della scritta appesa in biglietteria, che, come un augurio o un dolore, avvinghia i viaggiatori che si avvicinano e che si allontanano.

Luca Pancrazzi, Paesaggio Minuto, 2018, smalto su terracotta, 15x10,5x2,5 cm
Luca Pancrazzi, Paesaggio Minuto, 2018, smalto su terracotta, 15×10,5×2,5 cm

La tua ricerca sul paesaggio si estende anche a una serie, Paesaggio Minuto, realizzata nel corso degli ultimi due anni. Mi dicevi che ognuno di questi paesaggi deve essere realizzato in un tempo, sempre quello. Aggiungevi che solitamente questo tempo lo conquisti nelle “pause” e nelle “sospensioni”. Posso chiederti come funziona per te l’equilibrio stasi-immobilità-velocità?
Ci sono momenti per agire e momenti per osservare, anche se stessi, da lontano, e poi momenti per pulire gli angoli dello studio. La materia incontrollabile della terra da modellare come per i colori della pittura ha bisogno di mani esperte per essere toccata e non pasticciata. La manualità ciclico-mantrica dell’occhio della mano e della mente costituisce la protesi migliore per esprimere progetti e idee nell’ambito del mondo fisico. La creta è un materiale difficile come tanti altri e io, che non sono un modellatore specializzato, tratto quel materiale col rispetto necessario e con tutta l’intimità di un processo ludico e terapeutico.
I Paesaggi Minuti sono principalmente dei paesaggi realizzati coi minuti contati, con quel lasso di tempo che assomiglia al tempo di: “Arrivo tra un minuto!”. Sono paesaggi minuti perché magri, e piccoli, veloci e al tempo stesso che trasmettono la potenza del materiale e l’energia in scala della Terra. Sono sculture realizzate durante periodi di spazio e di tempo a rarefazione modificata, realizzati cioè in quei momenti dove il tempo si dilata in maniera intima.

A quando risalgono i primi Paesaggi Minuti?
I primi li ho realizzati durante un’estate in Filandia [il riferimento è all’artist run project Made In Filandia, N.d.R.]: avevo ridotto al minimo le mie dotazioni tecniche di materiali per potermi dedicare ad ampliare le possibilità dei pochi materiali rimasti; lo spazio temporale estivo restituiva l’idea che non ci fosse bisogno di niente altro se non il presente e il lavoro. Per la mia modesta esperienza con la creta e per dare una regola finita in quel tempo infinito ho deciso di modellare paesaggi a memoria con pochi colpi di modellato: così sono nati i primi “paesaggio minuto”, che poi sono stati smaltati per immersione oppure patinati con un ossido di ferro.
Ero molto felice di questo lavoro e della mia estate, ma appena intorno a noi si sono verificate delle condizioni inedite di chiusura forzata mi sono trovato di nuovo con la creta in mano a fare una seconda serie di paesaggi minuti, con le condizioni di rarefazione che assomigliavano moltissimo a quella prima estate. Quell’estate assomigliava alle estati della mia infanzia, dove le cicale nei prati secchi cantavano all’infinito senza fermarsi neppure la sera e dove il vento caldo e fisico dava ai pensieri una completezza rara.

Luca Pancrazzi, Il pesce più grosso che ho visto nel fosso è un pesce veramente rosso, 1982
Luca Pancrazzi, Il pesce più grosso che ho visto nel fosso è un pesce veramente rosso, 1982

Per chiudere – o per iniziare – vorrei tornare a una delle tue prime opere in ceramica: Il pesce più grosso che ho visto nel fosso è un pesce veramente rosso (1982). Anche in questo caso c’è una riflessione sulle forme primordiali, più o meno riconoscibili. E su un rosso che è vero come la terracotta. Con Francesco Carone abbiamo parlato di quell’effetto “a mattoncini” di certe città toscane. Credi che quest’intorno abbia contribuito alle tue prime sperimentazioni in terracotta?
Nel paese delle Figurine ho fatto la mia prima figurina secondo canoni estetici semplici e naturali, poi in quella seconda scultura già ho provato a portarla verso il lavoro che pensavo dovesse essere fatto. Quella forma primordiale era giusto fosse fatta di fango e poi cotta, in ogni caso avrebbe assunto una somiglianza al contesto che era fatto di terra cruda e/o di terra cotta. Assomigliava ai miei disegni un po’ espressionisti di forme primordiali rosse non come carrozzerie, ma come gamberi cotti nella terra.

‒ Irene Biolchini

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio
Gli artisti e la ceramica #23 – Michele Ciacciofera
Gli artisti e la ceramica #24 – Matteo Nasini
Gli artisti e la ceramica #25 – Luisa Gardini
Gli artisti e la ceramica #26 – Silvia Celeste Calcagno
Gli artisti e la ceramica #27 – Michelangelo Consani
Gli artisti e la ceramica #28 – Andrea Salvatori
Gli artisti e la ceramica #29 – Serena Fineschi
Gli artisti e la ceramica #30 – Antonio Violetta
Gli artisti e la ceramica #31 – Ugo La Pietra
Gli artisti e la ceramica #32 – Tommaso Corvi-Mora
Gli artisti e la ceramica #33 – Paolo Polloniato
Gli artisti e la ceramica #34 – Amedeo Martegani
Gli artisti e la ceramica #35 – Emanuele Becheri
Gli artisti e la ceramica #36 – Gianni Asdrubali
Gli artisti e la ceramica #37 – Arcangelo
Gli artisti e la ceramica #38 – Francesco Carone
Gli artisti e la ceramica #39 – Federico Branchetti
Gli artisti e la ceramica #40 – Aurora Avvantaggiato
Gli artisti e la ceramica #41 – Marco Ceroni
Gli artisti e la ceramica #42 – Enzo Cucchi
Gli artisti e la ceramica #43 – Liliana Moro

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AutoreLuca Pancrazzi
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Irene Biolchini
Irene Biolchini (1984) insegna Arte Contemporanea al Department of Digital Arts, University of Malta, ed è Guest Curator per il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, per il quale dal 2012 cura mostre site specific. È curatrice della collezione d’arte contemporanea di SCIC cucine, per cui segue anche un progetto di installazioni nel flagship store in Via Durini a Milano. Per Artribune cura la rubrica "Gli artisti e le ceramica".