Gli artisti e la ceramica. Intervista a Michele Ciacciofera

Il legame con la ceramica è il cuore pulsante del dialogo con Michele Ciacciofera, artista ma anche esperto e collezionista della materia.

Michele Ciacciofera (Nuoro, 1969) vive e lavora tra Siracusa e Parigi. Dopo gli studi in Scienze politiche si dedica alle arti visive. Il suo lavoro si muove tra pittura, scultura, collage, disegno e fotografia. Lo abbiamo incontrato per parlare della sua passione per la ceramica e dei suoi progetti futuri.

La tua passione per la ceramica nasce con l’occhio del conoscitore e del collezionista. Quando hai deciso che avresti voluto anche lavorare con questa materia?
Ho iniziato precocemente a interessarmi alla ceramica per più ragioni. Innanzitutto vivevo in un’isola, la Sicilia, in cui la ceramica ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella sua storia perfettamente integrata in quella dell’arte fin dalle epoche più arcaiche, così come d’altronde in tutte le civiltà dal Neolitico in poi. Quindi era uno degli strumenti per leggere gli sviluppi sociali di questa terra, in cui importanti centri di produzione ceramica sussistono ancora oggi.
Il rapporto con questi oggetti mi seduceva al punto da collezionarli, oltre a volerli studiare, estendendo l’interesse a tutto quello che era la storia di questo materiale, principalmente per l’area mediterranea. Ad esempio, lo studio dei motivi decorativi delle ceramiche arcaiche della Valle dell’Indo, di quelle mesopotamiche e il confronto con quelle siculo-arabe è stato illuminante per esplorare le origini della creazione simbolica e astratta a cui ho dedicato grande attenzione. Questa premessa è essenziale per dirti quanto familiare mi fosse questo materiale che naturalmente è diventato uno dei miei medium espressivi. A volte riguardo con attenzione gli oggetti che nel tempo ho raccolto considerando i miei lavori come iscritti in un processo di stratificazione che mi riguarda sia intimamente che socialmente. Nella vita è arduo sapere cosa è definitivamente chiuso e cosa invece ancora aperto, ciò rende vivente il pensiero e l’opera umana, dato che ciò che è stato avviato da qualcuno può essere proseguito da altri in funzione della nostra stessa evoluzione.

Michele Ciacciofera, Earth Island #2, 2018, glazed ceramic, dried ganoderma lucidum, acrylic, 53x29x29 cm

Michele Ciacciofera, Earth Island #2, 2018, glazed ceramic, dried ganoderma lucidum, acrylic, 53x29x29 cm

I tuoi lavori sono spesso in dialogo con un sapere che unisce la cultura manuale della materia a quella della scrittura. Come è nato il tuo progetto sui libri in ceramica?
Ogni volta che vado a visitare il Louvre sono attratto dalle sezioni sumera e mesopotamica dove le tavolette arcaiche in argilla, testimoni delle prime forme di scrittura, rappresentano il vero momento di passaggio dalla preistoria alla storia. L’evoluzione delle forme di comunicazione, di cui le tavolette costituiscono delle pietre miliari, è un tratto importante della mia ricerca. Ascoltare le interviste dell’archeologo romano Paolo Matthiae, scopritore della mitica città di Ebla in Siria con la sua stupenda biblioteca reale di oltre 2mila tavolette che permisero di svelare il mistero di questa antica civiltà, del primo vocabolario della storia, del primo accordo diplomatico tra città che allora rappresentavano non solo degli stati ma soprattutto delle grandi civilizzazioni, contribuì ad alimentare il mio trasporto verso quello che è l’universo dei segni. Solo nella parola riconosco il primato dell’uomo nel contesto complessivo della natura, intendendola come capacità di linguaggio e creazione segnica, capacità di invenzione della realtà (in intellectu) e non suo semplice riflesso (in objecto).
Credo che la conoscenza della cultura e della evoluzione umana passi necessariamente attraverso la comprensione dei luoghi e dei contesti ambientali.

E tornando a oggi?
Tornando alle forme di comunicazione, la realtà odierna è inerme rispetto all’invasione ed erosione degli spazi di interazione sociale legati all’evoluzione tecnologica e alle forme di socializzazione virtuale onnipervasiva. Smartphone, social media, app hanno profondamente modificato quella che è la più importante conquista umana in ambito culturale: la scrittura. La tastiera è diventata il principale strumento manuale, estensione del cervello, del tatto e della vista che ha soppiantato i supporti tradizionali, come la carta e la penna, per scrivere, per creare segni e immagini. A fianco di questo, caratteri aventi funzione paralinguistica come gli emoji, nati per esprimere stati emozionali o rafforzare il senso della comunicazione, divenuti di larghissimo uso globale, stanno riportando in vita il valore pittografico dei segni seguendo la tradizione delle forme arcaiche di scrittura che, sin dagli albori, ebbero valore estetico oltreché semiologico. Questa tendenza a mio avviso conferma l’esigenza primaria dell’essere, inscritta nel processo comunicativo, di esprimere sensazioni e immagini mentali indipendentemente dal supporto o dallo strumento utilizzato, intendendo in questo senso che tutto ciò avverrebbe anche e comunque senza i sistemi tecnologici attuali, a partire da un’attitudine umana innata di utilizzare linguaggi espressivi e figurativi non strettamente verbali.

E in questo rientra anche il tuo prossimo progetto?
Il progetto The library of encoded time nasce dall’idea di restituire la complessità sociale ai processi di creazione dei segni, facendo riemergere le fondamenta di un edificio costruito nel corso di decine di migliaia di anni, paradigma dell’uomo e della sua cultura. Infatti, storicamente, l’apparizione del segno ha consentito di realizzare il fondamentale passaggio dall’animalità all’umanità, dando concretezza all’espressione intesa innanzitutto come processo sensibile astratto, che vede nell’uso della mano il compimento di un’attività cerebrale. Qui, quasi simbolicamente, l’uso di materiali primi tipici dell’architettura, quali vecchi mattoni in terracotta recuperati, rievocano dei libri o anche quelle tavolette/tablet a cui facevo riferimento prima. Si tratta di un’opera “aperta”, nel senso che, proprio come nel caso di una biblioteca, nuovi lavori nel tempo continueranno ad aggiungersi ai precedenti seguendo i vari momenti della mia vita. Infatti i mattoni che recupero e su cui scrivo con smalti fissati dal fuoco precedono e testimoniano sin dall’origine le tappe del percorso espositivo di quest’opera installativa. Così per esempio, nella prossima mostra che terrò a Firenze, nuove opere realizzate su supporti legati alla demolizione di una superfetazione del museo che la ospiterà si aggiungeranno a quelle realizzate nei luoghi delle ultime mostre di Parigi (Michel Rein), Guangzhou (Vitamin Creative Space), Marrakech e Aghmat Voice Gallery e Fondation Aghmat).

Michele Ciacciofera, The Library of encoded time, 2019. Installation view at Michel Rein, Paris Bruxelles. Photo Florian Kleinefenn. Courtesy Michel Rein, Paris

Michele Ciacciofera, The Library of encoded time, 2019. Installation view at Michel Rein, Paris Bruxelles. Photo Florian Kleinefenn. Courtesy Michel Rein, Paris

Hai da tempo instaurato una riflessione sulle strutture e sulla storia della materia argillosa, indagandone i tempi e le ere geologiche. Come decidi di rispondere a questa temporalità incalcolabile quando lavori? 
Penso che l’argilla sia il materiale originario per eccellenza, la sostanza necessaria alla creazione della forma intesa come archetipo. Secondo la mitologia tradizionale, l’azione creatrice divina si sarebbe svolta plasmando con l’argilla la prima creatura. A fronte tuttavia della narrazione mitologica, sono le teorie scientifiche degli ultimi decenni a spiegarci che le prime forme organiche di vita siano riconducibili a complessi processi biochimici primordiali di cristallizzazione e polimerizzazione molecolare che avrebbero dato vita alle matrici chiave e quindi a quell’antenato comune a tutte le forme di vita che da sempre l’uomo aspira a individuare (v. A. Caims-Smith). Fatta questa premessa, uno degli assi principali della mia riflessione riguarda la questione della temporalità in cui l’ipotesi di collasso della civiltà globale induce a modificare, sovvertendola, la relazione tra il presente e il passato, in cui la fine sembra fondersi con le origini. Immaginando un’ambiguità tra le differenti forme viventi, cerco di creare frammenti di vita che oscillano tra il mondo umano e quello naturale, sia minerale che animale, quello che Thomas Heams nel suo libro Infravies, le vivant sans frontières definisce “infra-vite”.

Hai recentemente lavorato anche con il vetro, un materiale anch’esso caratterizzato da complessità tecniche molto elevate. Quanto è importante per te poter intervenire direttamente sui materiali che usi e quanto ti affidi invece a competenze di altri? 
L’ultimo lavoro che ho presentato al Petit Palais con la Galerie Michel Rein per FIAC Projects 2019, l’installazione dal titolo Tales of the floating world, era costituito da tre tavoli in ferro su cui poggiavano dieci sculture in vetro soffiato realizzate a Murano alla fornace Seguso Vetri d’Arte 1397. L’opera fa parte di un ciclo più vasto interamente realizzato con i maestri vetrai muranesi di Seguso la scorsa estate. È stata una esperienza straordinaria sia dal punto di vista tecnico che umano per il rapporto instaurato con questi instancabili artigiani. L’opera a cui ho accennato sopra è dunque composta dalle sculture in vetro e cristallo ma anche da tavoli in ferro. Questi ultimi, da me progettati, sono stati materialmente realizzati da un artigiano siciliano con cui lavoro spesso. Alla realizzazione delle sculture in vetro invece ho partecipato direttamente dopo averle disegnate. Ho tenuto a precisare questa dualità nel mio lavoro proprio per rappresentarti come in effetti possa procedere abitualmente: affidandomi a volte alla competenza di artigiani con cui lavoro da vecchia data, per quanto riguarda le realizzazioni più standardizzate che comunque seguo personalmente dalla fase d’ideazione a quella di realizzazione; intervenendo invece direttamente, nel caso di materiali e tecniche per cui ritengo imprescindibile la mia azione. Nel caso del vetro abbiamo lavorato in quattro per ognuna delle sculture. Per Kant la mano era la finestra della mente e in tal senso mi riconosco anche nelle tesi del sociologo statunitense Richard Sennett secondo cui tutte le abilità, anche le più astratte, nascono come pratiche ed esigenze corporee e che l’intelligenza tecnica si sviluppa unicamente attraverso le facoltà dell’immaginazione.

Michele Ciacciofera, The library of encoded time, 2019, particolare, glaze on antique bricks, 2x16x9,6 cm each. Courtesy l'artista. Photo Laudisia Colonnelli

Michele Ciacciofera, The library of encoded time, 2019, particolare, glaze on antique bricks, 2x16x9,6 cm each. Courtesy l’artista. Photo Laudisia Colonnelli

Leggendo i tuoi scritti sembra che l’intellettuale organico sia per te ancora un modello di riferimento necessario e irrinunciabile. Chi sono i punti di riferimento irrinunciabili della tua formazione intellettuale e artistica? 
Parlando dell’importanza dell’intellettuale organico, è necessario che citi Antonio Gramsci a cui ho dedicato anni di ricerche e studi confluiti poi in vari cicli di lavori. Considero la definizione gramsciana imprescindibile dalla posizione dell’artista, pur nella sua evoluzione legata al mutamento dei tempi. In tal senso tengo ugualmente presente il pensiero di Pasolini, Foucault e Agamben innanzitutto. Inoltre la vicinanza con intellettuali come Nino Buttitta, Costanza e Giuseppe Quatriglio, Olga Neuwirth, Matteo Collura, Angelo Crespi, Umberto Quattrocchi, Hu Fang, giusto per citarne alcuni appartenenti ai campi della letteratura, della scienza, del cinema e della musica, mi porta a considerare l’organicità intellettuale come un impegno militante senza possibilità di diserzione.
Rispetto al contesto complessivo a cui accennavo sopra, il ruolo degli intellettuali deve necessariamente contribuire a prospettare nuovi, coerenti e più sensibili orizzonti rispetto alle sfide epocali che sta vivendo la nostra società, innanzitutto l’emergenza ecologica. In questo penso che l’attivismo globale delle giovani generazioni sia esemplare anche per il mondo della cultura.

Per finire: da ormai molti anni vivi in Francia, pur mantenendo saldo un costante legame con le radici. Chi sono i compagni di strada rispetto ai quali senti una vicinanza? 
Ne ho già citato prima alcuni, inclusi quelli recentemente scomparsi ma sempre presenti nella mia vita. Parigi, la città in cui vivo, è un luogo d’incontro straordinario in cui si muovono le idee, in cui spesso il dialogo con amici artisti e intellettuali porta anche a riflettere in profondità sulle questioni del momento, anche quindi su quello che negli ultimi anni ha scosso la comunità locale ‒ penso agli attacchi terroristici avvenuti in centro città quasi a fianco del mio atelier del Marais o alle mai sopite tensioni socio-economiche che, non solo qui, stanno globalmente scuotendo le maggiori realtà metropolitane del pianeta.
A Parigi ho un rapporto privilegiato con Michel Rein, che è anche il mio gallerista, con Mohammed Moulessehoul (conosciuto con lo pseudonimo di Yasmina Khadra), dal cui libro L’ultima notte del Raïs è tratto uno spettacolo teatrale che a breve andrà in scena e di cui curerò le scenografie, con Ami Barak, Agnès Gattegno, Michelle Kokosowski e ancora Morad Montazami e Bonaventure Ndikung.

Irene Biolchini

http://www.micheleciacciofera.com/

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio

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Irene Biolchini

Irene Biolchini

Irene Biolchini (1984) insegna Arte Contemporanea al Department of Digital Arts, University of Malta, ed è Guest Curator per il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, per il quale dal 2012 cura mostre site specific. È curatrice della collezione d’arte…

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