A dicembre 2021 in mostra a Todi con Giuseppe Chiari, l’artista e scrittrice Angela Maria ripercorre il suo legame con la terra come materia prima

Angela Maria Piga (Roma, 1968) è un’artista e scrittrice italo-svizzera. Laureata in Lettere Moderne, ha lavorato in una galleria d’arte della Capitale fino al 2006. Nel 2003 pubblica il suo primo romanzo, La sindrome di Salomone. È stata giornalista, autrice e conduttrice di programmi culturali radiofonici in inglese per Rai International dal 2006 al 2009 e ha scritto di arte, cinema e architettura su Domus, Casa Vogue, Art Passions, L’Uomo Vogue, Il Messaggero, Cahiers du Cinéma. Nel 2015 si trasferisce per due anni a Düsseldorf dove inizia la propria ricerca come artista. L’11 dicembre inaugurerà una doppia personale dal titolo Lettera Scarlatta (a cura di Matteo Boetti) con Giuseppe Chiari presso CollAge a Todi.

Come è avvenuto il tuo primo contatto con la terra tra le mani?
Ero a Düsseldorf dove ero andata a vivere nel 2015 per due anni. Vivendo a contatto con artisti vicini all’Accademia di cui avevo scritto per alcuni anni, ho compreso che il mio modo di osservare l’arte, come mi disse un amico e artista, Lorenzo Pompa, era quello dell’artista, non del critico. Un giorno, per riprendermi da un momento difficile, un’amica artista mi ha suggerito un workshop di ergoterapia. Lì mi sono trovata davanti a un tavolo con una massa di argilla pronta per l’uso. È stata un’epifania: era l’argilla che si muoveva a contatto con le mie mani. Non viceversa. Ne uscì un busto maschile perfetto, un Messerschmidt contenuto e discreto. Da lì tutto il mio bagaglio letterario, di scrittura, di amore per il cinema ha assunto forma, è stato come dare vita a un alfabeto fatto di spazio, movimento, intuizione del gesto giusto al momento giusto. Un passaggio dal racconto alla regia.

Poco tempo fa mi hai detto che le tue sculture escono da un “cortocircuito manuale“, una definizione che mi è sembrata potentissima. Che cosa intendi di preciso?
Quando modello comincio schiacciando l’argilla con i piedi. Bisogna eliminare l’aria dal blocco, il modo ortodosso è picchiare con un bastone, o scaraventare la materia a terra. Io ho un rapporto complice ma non sadico con l’argilla. Questo è il cortocircuito manuale: nella scrittura dai circostanze a una situazione, nella scultura le mani anticipano un pensiero o un sentimento che emerge solo a posteriori. Se dirigi a partire da un’idea da illustrare, cioè a mente fredda, le mani ti smentiscono. Fanno sì che il significato resti implicito, mai esplicito. C’è sempre qualche attimo in cui l’artista esita, e tende ad aggiungere anziché limitarsi all’affermazione tout court. La cosa più favolosa e vertiginosa è che a quel punto la materia si impone e ti fa capire che la compiutezza è più importante della completezza.

Angela Maria Piga, L'Inquilino, 2018, ceramica smaltata, cm 50x24x15. Photo Corrado De Grazia
Angela Maria Piga, L’Inquilino, 2018, ceramica smaltata, cm 50x24x15. Photo Corrado De Grazia

LA CERAMICA SECONDO ANGELA MARIA PIGA

Alcune delle tue sculture sono colorate, altre stanno ancora aspettando che tu decida come trattarle. Come scegli ogni volta il colore di ciascuna?
Il colore per me è libertà solo nelle opere su carta, perché tracciano solchi lirici. Io ho sempre avuto affinità con quello che ho scoperto chiamarsi sinestesia, cioè vedere i suoni e sentire i colori. Per me i giorni ad esempio hanno un colore e una posizione spaziale. La mia poesia altrettanto, sono puri suoni che tendono a descrivere un colore e uno spazio senza poterlo essere. Per le sculture il discorso è diverso. Quando la scultura è svuotata, asciutta e cotta, comincia la parte più razionale, di messa in scena. Se vesti un attore esangue ed efebico di viola, otterrai un’identità diversa se la stessa veste la posi su un attore marcato e cubico. A quel punto la prima scelta è già se lasciare la scultura come pelle viva, quindi dipinta a freddo, opaca, dopo la prima cottura, o se invece ho davanti una creatura che necessita di una superficie specchiante, che rimanda allo sguardo dello spettatore anziché assorbirlo, e allora l’opera diventa smaltata, in seconda cottura. In genere, poiché rifuggo da ogni definizione di identità, cerco dei non colori, dei colori che ancora non hanno un nome. Inventare colori che non hanno un nome è pari a scrivere una poesia: rifuggire da ogni chiarezza illustrativa, restare allusivi.

Hai anche deciso di non colorare alcune delle tue sculture?
Ora ho deciso di lasciare spazio alla terracotta sola, nella serie I Confess, in riferimento all’omonimo film di Hitchcock. Figurine pietose accasciate su muri fragili, intrappolate da colpe inesistenti, dunque incapaci di svoltare al di là del muro che altro non è se non il loro bisogno di mortificazione, nonostante, è il caso di dirlo, la prova del fuoco sia stata superata. Un bisogno di innocenza che sembra prefigurarsi solo se sussiste una colpa. Per cosa possiamo essere graziati, se non abbiamo colpe?

Angela Maria Piga, Il mio muso, 2021, fotografia e acrilico su carta, cm 61x45,5
Angela Maria Piga, Il mio muso, 2021, fotografia e acrilico su carta, cm 61×45,5

LE FONTI DI ISPIRAZIONE DI PIGA

Molti degli artisti di questa rubrica si sono definiti senza maestri, tu invece citi spessissimo le tue ispirazioni e le figure-feticcio che hanno guidato la tua ricerca. Quali sono?
Noi donne non abbiamo le muse, la parola musa non esiste al maschile. Possiamo però avere qualcosa di molto più prosaico: dei musi. Ho fatto una serie di opere su carta con fotografie della mia infanzia in cui cancello l’altro. Perché la mia musa è la mia infanzia, con tutto ciò che ha comportato. Direi allora che più che maestri ho delle muse, ma alla fine forse è la stessa cosa: maestro, in senso artistico, per me non è chi insegna, ma qualcuno che ha realizzato prima di te opere affini al tuo sentire. Un riferimento visivo e talvolta esistenziale. La mia prima musa è stata senz’altro Thomas Schütte, di cui ho seguito a lungo il lavoro e scritto numerosi articoli. Un artista che non si ripete mai, pur preservando dei soggetti a lui cari, e che combina magistralmente ironia, monumentalità e colore, dalle sculture e acquarelli alle installazioni e architetture.

E poi?
Ho muse effettive perché femminili: Eva Aeppli, Ketty La Rocca, Marisol Escobar, Hilma af Klint, Alina Szapocznikow, Nathalie Djurberg. Poi ci sono artiste che amo particolarmente come Chiara Camoni e Margherita Manzelli. In generale sono tutte artiste che non temono il grottesco, un umorismo nero, e non intendono sedurre con astuzie allettanti per la voga del momento. A parte la Af Klint, a cui mi sento vicina per un certo naturalismo visionario di stampo teosofico. La mia famiglia paterna australiana fu co-fondatrice della Società Teosofica di Sydney a fine Ottocento. Mi sento erede anche di questo retaggio. Infine va detto che devo all’incontro con l’intellettuale e collezionista Giuseppe Garrera il ritorno del linguaggio nel mio lavoro. Il suo saggio per la mostra Lettera scarlatta, curata da Matteo Boetti, è un terremoto d’intelligenza.

Angela Maria Piga, L'uomo che ride, 2018, ceramica smaltata, cm 32x26x19. Photo Corrado De Grazia
Angela Maria Piga, L’uomo che ride, 2018, ceramica smaltata, cm 32x26x19. Photo Corrado De Grazia

LO STILE DI ANGELA MARIA PIGA

Spesso le tue ispirazioni sono anche figure che non vengono strettamente dal mondo delle arti visive.
Il regista teatrale Robert Wilson è stato per me essenziale per concepire il volto come una mappa solipsistica del mal di vivere quotidiano. Così come David Lynch, Roman Polanski (a cui è dedicata la scultura L’inquilino), Rainer Werner Fassbinder, John Cassavetes, ma anche pittori come Füssli, Bacon, Henry Darger, e scrittori come Kafka, Poe, Musil, Mann, i Grimm: registi di un’apocalisse privata quotidiana. E poi ancora la Francia, L’uomo che ride di Victor Hugo, il suo romanzo meno noto, ha segnato la mia concezione del mostro quale ultimo paladino della purezza, così come il personaggio di Vautrin nei romanzi di Balzac, capro espiatorio del male altrui, mostro grottesco, male assoluto perché tradito dai mali peggiori della società benpensante e barbara. Parlo di scrittori o registi alla stregua di scultori e pittori perché per me non ha senso distinguere le discipline. Sembra un’affermazione banale, tanto che nei progetti ormai è legge scrivere “multidisciplinare”. Eppure nella realtà delle cose i mondi artistici vivono separati.  Arte per me è tutto ciò che ci fa concepire un universo esistenziale attraverso una struttura conclusa, lasciando una soglia per poterne uscire, benché indenni, almeno ammaccati abbastanza per doverci fare i conti una volta tornati a casa.

Infatti hai guardato anche alla performance.
Dalla danza e letteratura ho concepito il progetto di performance Le Duc. Si tratta di un progetto ispirato al racconto di Edgar Allan Poe Le Duc de l’Omelette, dove in un inferno disseminato di sculture, perché il diavolo è un collezionista, il duca de l’Omelette (in nomen omen) sfida il diavolo a una partita a carte. Il tutto con umorismo e visionarietà psichedelica. Ho contattato il coreografo inglese Thomas Noone, che da un paio di anni porta avanti una ricerca di danza assolo con puppet. Lo feci dopo aver visto nel 2019 il suo primo spettacolo con puppet After the Party” al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma. L’idea è di realizzare un puppet derivato da una delle mie sculture del diavolo, che Noone manipolerà nella coreografia, interpretando il duca. Il progetto era stato accettato poco prima della pandemia dai curatori del centro d’arte di William Kentridge a Johannesburg “The Less Good Idea”, poi purtroppo a causa del Covid tutto si è fermato. La danza per me coincide con la capacità di sintesi nello spazio e nel tempo: un gesto, che sia sull’argilla o del proprio corpo, può esprimere in un attimo un intero spettro emotivo, e nel gesto grottesco attingere dall’Es.

A proposito di ispirazioni: un tuo lavoro parte da Beckett per arrivare a una serie di bocche spalancate. Ci racconti come è avvenuto il salto dal palco alla terra? 
La bocca è una questione. San Giacomo scriveva che lì dimora l’origine del male peggiore, la lingua. Organo di cui sono per lo più prive le mie sculture. Le mie bocche gridano senza lingua, si potrebbe dire che emettono il suono afono di chi non ha voce in capitolo, e cioè ognuno di noi. La lingua tradisce la bocca. La bocca sta lì per il piacere, la lingua per decidere e sopraffare. Nel già citato L’uomo che ride di Victor Hugo, a cui dedicai una scultura nel 2018, il protagonista è un bambino divenuto adulto a cui nell’infanzia aristocratici col vezzo della perversione di classe avevano tagliato la bocca per stampargli un sorriso cicatrizzato a vita (fatto che Hugo spiega essere ispirato alla storia reale). Un Joker ante litteram, condannato a vivere la sua malinconia dietro un sorriso artificiale quanto lo può essere il corpo in cui per caso siamo finiti. Ecco, le mie creature sono uomini condannati al riso. A una bocca perennemente aperta, ma priva di suono. La scrittura è per me un grido articolato. Con l’argilla questo grido si definisce, trova il suo segno.

Irene Biolchini

https://angelamariapiga.com/

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio
Gli artisti e la ceramica #23 – Michele Ciacciofera
Gli artisti e la ceramica #24 – Matteo Nasini
Gli artisti e la ceramica #25 – Luisa Gardini
Gli artisti e la ceramica #26 – Silvia Celeste Calcagno
Gli artisti e la ceramica #27 – Michelangelo Consani
Gli artisti e la ceramica #28 – Andrea Salvatori
Gli artisti e la ceramica #29 – Serena Fineschi
Gli artisti e la ceramica #30 – Antonio Violetta
Gli artisti e la ceramica #31 – Ugo La Pietra
Gli artisti e la ceramica #32 – Tommaso Corvi-Mora
Gli artisti e la ceramica #33 – Paolo Polloniato
Gli artisti e la ceramica #34 – Amedeo Martegani
Gli artisti e la ceramica #35 – Emanuele Becheri
Gli artisti e la ceramica #36 – Gianni Asdrubali
Gli artisti e la ceramica #37 – Arcangelo
Gli artisti e la ceramica #38 – Francesco Carone
Gli artisti e la ceramica #39 – Federico Branchetti
Gli artisti e la ceramica #40 – Aurora Avvantaggiato
Gli artisti e la ceramica #41 – Marco Ceroni
Gli artisti e la ceramica #42 – Enzo Cucchi
Gli artisti e la ceramica #43 – Liliana Moro
Gli artisti e la ceramica #44 – Luca Pancrazzi
Gli artisti e la ceramica #45 – Alberto Scodro
Gli artisti e la ceramica #46 – Cleo Fariselli
Gli artisti e la ceramica #47 –Ludovica Gioscia
Gli artisti e la ceramica #48 – Christian Holstad
Gli artisti e la ceramica #49 – Brian Rochefort
Gli artisti e la ceramica #50 – Tony Marsh
Gli artisti e la ceramica #51. Intervista a Sam Bakewell
Gli artisti e la ceramica #52. Intervista a Diego Cibelli

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AutoreAngela Maria Piga
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Irene Biolchini
Irene Biolchini (1984) insegna Arte Contemporanea al Department of Digital Arts, University of Malta, ed è Guest Curator per il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, per il quale dal 2012 cura mostre site specific. È curatrice della collezione d’arte contemporanea di SCIC cucine, per cui segue anche un progetto di installazioni nel flagship store in Via Durini a Milano. Per Artribune cura la rubrica "Gli artisti e le ceramica".