Gli artisti e la ceramica. Intervista a Francesco Carone

Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata al legame fra gli artisti e la ceramica. Stavolta a prendere la parola è Francesco Carone.

Francesco Carone (Siena, 1975), da sempre interessato agli oggetti e alla circolarità della creazione, da alcuni anni utilizza la ceramica per la produzione delle proprie opere. In questa intervista racconta come la terra, l’artigianato e gli oggetti dialoghino con la sua ricerca.

Tempesta è un’opera collettiva in continuo mutamento. In ceramica adotti lo stesso criterio di discussione dell’autorialità, lavorando anche con artigiani e confondendo il tuo linguaggio al loro?
Non considero Tempesta un’opera propriamente collettiva; non perché non risponda ai criteri che la potrebbero definire tale – essendo per l’appunto un’opera in cui vari autori, orchestrati da un’unica direzione, hanno dato e daranno il loro contributo autonomo – ma perché non è un’opera “fatta di” interventi diversi, ma bensì realizzata “attraverso” questi interventi. È un divenire.
Gli artisti coinvolti vi lavorano consci che il loro prodotto dopo poco sarà cancellato (anzi, nascosto, coperto; reso sostanzialmente invisibile). Non vi sarà mai un momento in cui si potranno fruire tutti i passaggi contemporaneamente perché Tempesta non è un collage di immagini di autori diversi, non è un catalogo e neppure un “cadavere squisito”. È un’opera unica il cui aspetto esteriore varia attraverso un tempo (il mio) e in cui le abilità dei vari pittori altro non sono che la “speciale tecnica” che ho scelto di adottare, pur non dominandola.
È facile quindi capire che il rapporto che ho avuto e ho con gli artisti che hanno aderito al mio invito è molto diverso da quello che in genere adotto con gli artigiani, compresi i ceramisti. Ai primi propongo un supporto e racconto una storia (la mia) fatta di tempeste e, spero, di atmosfere. Dopodiché mi disinteresso fidandomi del risultato fin quando non dichiarano di aver finito.

Mentre con gli artigiani e i ceramiisti?
Amo seguire nel dettaglio i vari passaggi, quando non sono io stesso a metterli in atto. Spesso propongo stratagemmi esecutivi anomali tesi a ottenere delle variazioni finali ininfluenti al loro giudizio. In genere preferisco lavorare con artigiani la cui produzione si è raramente intrecciata al mondo dell’arte. Non è una posizione concettuale né tantomeno definitiva, ma solo pragmaticamente utile. Infatti è proprio da questa confusione di linguaggi (o valori) che traggo vantaggi: tento di coniugare la mia intransigenza congenita per le curve incerte e per gli spigoli imprecisi con le loro sbrigative motivazioni tecniche. Io cerco di spingere all’estremo il loro compasso interiore e il loro calibro manuale, mentre loro mi insegnano a prendere con più leggerezza la vita, dato che la terra e il fuoco non hanno nessuna intenzione di soggiacere in tutto e per tutto al nostro volere (e quando lo fanno, se lo fanno, l’anima vola via e il suo spazio viene ingombrato solo dal vuoto di una superfetazione stilistica). Gli artigiani lasciano le loro impronte digitali sulla terra umida e io di nascosto, per non offenderli, le spugno via. Pentendomene immancabilmente.

Tempesta, 2013-work in progress (senza fine), Eugenia Vanni, Luca Bertolo, Paolo Parisi, Luca Pancrazzi, Marco Neri, Maria Morganti, Alessandro Sarra, Riccardo Guarneri su tela, cm. 30X40x2,5. Collezione Agi Verona. Photo Serge Domingie
Tempesta, 2013-work in progress (senza fine), Eugenia Vanni, Luca Bertolo, Paolo Parisi, Luca Pancrazzi, Marco Neri, Maria Morganti, Alessandro Sarra, Riccardo Guarneri su tela, cm. 30X40x2,5. Collezione Agi Verona. Photo Serge Domingie

In una tua intervista hai dichiarato: “Ma la cosa curiosa è che dopo poco mi sono reso conto di non aver romanzato decine di bugie ben architettate, bensì di aver semplicemente raccontato altrettante verità ancora non capite o accettate”. Verità e finzione, così come storia e contemporaneità, sono due termini che ricorrono anche nel tuo rapporto con la terra?
Il rapporto tra storia e contemporaneità credo sia insito in ogni opera d’arte degna di questo appellativo, al di là della tecnica o del materiale in cui questa sia realizzata.
Per quanto riguarda verità e finzione, la mia superficiale Weltanschauung scinde le due cose con un coltello poco affilato che, invece di tagliare nettamente, lacera in maniera disordinata la questione. A destra rimane il vero – la verità -, cioè tutto ciò che è naturale, compreso l’uomo che ne fa parte. A giorni alterni in realtà sarei tentato di mettere l’uomo a sinistra, facendo vacillare la struttura di queste fantasie. Per questa intervista però preferisco mantenermi lineare, oltre che superficiale, e lasciarlo (l’uomo) a destra mentre a sinistra mettere ovviamente il falso – la finzione -, che immagino come qualcosa di totalmente innaturale, prodotto esclusivo del genere umano.

Parlami ancora della finzione.
L’uomo non può evitare di fingere, fingendo anche quando finge (dicendo quindi talvolta a sua insaputa la verità e confermando che quest’ultima almeno inconsciamente gli appartiene, in quanto facente parte della natura, appunto). Fingiamo quando diciamo la verità e non diciamo la verità quando fingiamo, cioè non siamo sinceri neppure nella finzione. Bada bene, non sto parlando di bugia ma di finzione: di qualcosa di involontario e a noi selvaggio dunque. Ci potremmo addentrare fino a ipotizzare che la finzione, se davvero inestirpabile, potrebbe rappresentare la nostra unica condizione, diventando pertanto la nostra sola possibile realtà. Quindi non più finzione. Ma anche in questo caso credo sia meglio rimanere lineari e abbandonare questa deriva che aggroviglia ulteriormente il problema e il senso delle parole. La domanda che a noi interessa in questa sede è: se l’Arte è davvero la nostra forma più alta di espressione, può discostarsi da tale dinamica?

Cosa ti rispondi?
No. Sono certo però che la sua magia risieda proprio in questo. Nel desiderio irraggiungibile e inesauribile, nella tensione sovrumana appunto, a emanciparsi dalla finzione. Finalmente naturale.

Francesco Carone, Erma Ermafrodita + Idolo, 2016, ceramica smaltata + poliedro ricavato da capitello in marmo venato della metà del 1400, cm 35x20x20 + cm 23x23x8. Collezione privata, Pistoia. Photo Serge Domingie
Francesco Carone, Erma Ermafrodita + Idolo, 2016, ceramica smaltata + poliedro ricavato da capitello in marmo venato della metà del 1400, cm 35x20x20 + cm 23x23x8. Collezione privata, Pistoia. Photo Serge Domingie

L’eternità, e la ciclicità, sono spesso al centro della tua ricerca. Come si inserisce la ceramica in questo percorso?
L’eternità, intesa come contrapposizione alla finitezza, è solamente un costante assillo che non mi abbandona mai; ciò nonostante non saprei né come rappresentarla né come parlarne. Né con la terracotta e neppure con altri materiali. È pur vero però, e lo dico conscio di rischiare di cadere in una di quelle banalità che tanto temo, che la terracotta porta con sé qualcosa, se non di eterno, di antichissimo. Dopotutto su terra, acqua e fuoco si è evoluta e modellata la nostra specie (comunque sia non eterna).
La ciclicità invece la trovo più interessante perché più a nostra portata: anche in una sola vita possiamo farne esperienza. Le mie opere, comprese quelle in ceramica, si dividono, rallentano, si sdoppiano e si sommano, si aggregano e modificano non nel tempo dell’eterno ma in quello della mia vita biologica. Le procrastino per crearmi alibi futuri; per darmi più tempo. Creo appuntamenti col futuro ma evito sempre le scadenze

Alcuni anni fa hai realizzato il cencio per il Palio dell’Assunta, simbolo vivo di quella tradizione che è quotidiana presenza in una città come Siena. In quella occasione hai deciso di lavorare con tutte le contrade, producendo un’opera di assoluto candore che era anche un grande omaggio a Duccio. Siena è la tua città: cosa ha significato per te realizzare quel progetto e cosa significa invece scegliere di viverci? Ad esempio: nella scelta di usare la terracotta c’è una certa influenza del cotto che popola il paesaggio senese che ti circonda?
Realizzare il drappellone è una esperienza forte per un non senese; per un senese che da sempre frequenta e vive la città, la contrada e la festa, ovviamente lo è ancora di più, con la sua ritualità e la finale barbara ostensione agli applausi e ai fischi di una città intera che nella tua opera cerca con più attenzione un segno propiziatorio favorevole che un qualsiasi valore artistico. Però, forse, chi viene da fuori, in quei pochi giorni di coccole e salotti, riesce a percepire tronfiamente solo l’aspetto inusuale e sanguigno di una comunità, vivendolo come un unicum nella propria carriera di artista e forse anche di uomo.
Un senese invece, dovrebbe esser consapevole che quella ritualità, in quanto tale, si ripeterà ogni anno, due volte l’anno. Capire quindi che nulla è stato fatto o celebrato per lui né tantomeno per la sua opera. Il suo drappellone vale quanto quello di chiunque altro perché è solo un simbolo. Tutto a Siena è simbolo ed è facilissimo inciampare in fraintendimenti, ma anche in forti suggestioni inconsce (e forse inconsciamente, la terracotta dei palazzi senesi mi avrà suggestionato).
Nel 2011 realizzai qualcosa di apparentemente minimale ma lo feci attraverso tecniche e materiali estremamente ricercati e preziosi, cercando di esprimere così il mio concetto di bellezza. La vera sfida fu coniugare in maniera univoca la tradizione alla contemporaneità (cosa ben diversa da quel rapporto storia/contemporaneità a cui abbiamo accennato). La città aveva e ha bisogno di capire che non sono concetti nemici. Dovremmo rendere indispensabile la prima all’esistenza della seconda e la seconda alla comprensione della prima, facendole diventare conseguenza e giustificazione l’una dell’altra.

Sempre a Siena hai dato vita a diversi progetti collettivi (TempoZulu, Museo d’Inverno). Che ruolo ha l’incontro nella tua dimensione creativa?
Mi sono sempre definito individualista… ma forse mi sbagliavo. Ma l’errore più grande (in cui da giovane per un attimo rischiai di cadere) è considerare la dimensione creativa svincolata o addirittura superiore a quella umana.

Irene Biolchini

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio
Gli artisti e la ceramica #23 – Michele Ciacciofera
Gli artisti e la ceramica #24 – Matteo Nasini
Gli artisti e la ceramica #25 – Luisa Gardini
Gli artisti e la ceramica #26 – Silvia Celeste Calcagno
Gli artisti e la ceramica #27 – Michelangelo Consani
Gli artisti e la ceramica #28 – Andrea Salvatori
Gli artisti e la ceramica #29 – Serena Fineschi
Gli artisti e la ceramica #30 – Antonio Violetta
Gli artisti e la ceramica #31 – Ugo La Pietra
Gli artisti e la ceramica #32 – Tommaso Corvi-Mora
Gli artisti e la ceramica #33 – Paolo Polloniato
Gli artisti e la ceramica #34 – Amedeo Martegani
Gli artisti e la ceramica #35 – Emanuele Becheri
Gli artisti e la ceramica #36 – Gianni Asdrubali
Gli artisti e la ceramica #37 – Arcangelo

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AutoreFrancesco Carone
CuratoreFrancesco Carone
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