A Stellenbosch, in Sudafrica, nel 2020 ha debuttato una Triennale che guarda alla scena artistica e al progresso sociale. Tentando di superare la tragedia dell’Apartheid

Dal 2020 Stellenbosch, cittadina sudafricana nella provincia di Western Cape, ha la sua Triennale d’arte. Khanyisile Mbongwa, curatrice generale, spiega l’ambizioso progetto di una manifestazione artistica che lavora anche per l’inclusione sociale e l’uguaglianza, fra le ombre dell’Apartheid e la mentalità conservatrice di una società che da poco tempo ha conosciuto la democrazia.

Come e perché è nata la Triennale?
La Triennale è nata per rendere Stellenbosch una destinazione di primo piano per l’arte contemporanea nei suoi svariati linguaggi; si tratta del tassello di una strategia voluta per mettere le pratiche artistiche al servizio della società, in relazione a tematiche come l’economia, l’estetica, i diritti umani, la libertà, l’urbanistica, l’identità e la memoria condivisa. Essendo una manifestazione che si pone diverse ambizioni, la Triennale di Stellenbosch può offrire un orizzonte di possibilità e potenzialità, uno spazio per immaginare e progettare il futuro. Più specificamente, la Triennale è stata creata per implementare la visibilità del continente africano sulla scena artistica mondiale; creare una piattaforma per la coesione sociale in omaggio alla ricchezza culturale della regione. Le arti visive sono uno strumento per riconoscere e celebrare insieme le nostre differenze, condividere tradizioni e creare un dialogo per un futuro comune. Inoltre vogliamo creare opportunità per il trasferimento e la condivisione delle competenze attraverso conferenze, programmi di tutoraggio, tour e workshop; e infine vogliamo includere Stellenbosch nel prestigioso ecosistema dell’arte contemporanea africana che si è sviluppato a Cape Town con la Norval Foundation, lo Zeitz MOCAA, la Cape Town Art Fair, Design Indaba, eccetera.

Nonostante la pandemia, è stata comunque organizzata l’edizione 2020 della Triennale. Come è stato possibile?
La pandemia ha colpito il Sudafrica tre settimane dopo l’apertura della Triennale e abbiamo chiuso tutte le sedi dopo il decreto governativo che ordinava la chiusura generale del Paese. Ci siamo trovati a dover capire come continuare a poter mantenere vivi gli spazi per gli artisti e per il pubblico, insomma ci chiedevamo come poter gestire una mostra del genere in mezzo alla pandemia globale. Dato che era la prima edizione, sul momento non avevamo ancora la struttura e le risorse per digitalizzare la Triennale e “trasferirci” online in modo da continuare lì il lavoro. Per cui abbiamo dovuto cancellare molti programmi e seguire le normative nazionali nel rendere accessibili le mostre che erano già state aperte. Fortunatamente, lo Stellenbosch University Museum ha deciso di mantenere From The Vault per il resto del 2020, il che significava che il pubblico poteva visitare almeno una parte della Triennale.

Come definirebbe questa prima edizione?
L’edizione 2020 è stata una sorta di presentazione, per farci conoscere dal pubblico e spiegare i nostri progetti; è stata l’occasione per crearci una riconoscibilità in quanto spazio per l’immaginazione, la speculazione, il pensiero critico, la scoperta, il dialogo creativo, lo scambio intellettuale, e anche come spazio per accogliere alcuni degli artisti più prolifici del nostro tempo. Un modo per presentarci al grande pubblico con un progetto dedicato a una precisa area geografica che è stata purtroppo un luogo di traumi e genocidi, ma che oggi può diventare un luogo di interessanti possibilità culturali.

Khanyisile Mbongwa, curatrice generale della Triennale. Courtesy Stellenbosch Triennale. Photo Mark Degenaar
Khanyisile Mbongwa, curatrice generale della Triennale. Courtesy Stellenbosch Triennale. Photo Mark Degenaar

L’ARTE SUDAFRICANA E L’APARTHEID

Quali artisti ha trovato particolarmente interessanti nell’edizione 2020 della Triennale?
In linea generale sono rimasta soddisfatta di tutti gli artisti; dovendone però citare alcuni, comincio da Stacey Gillian Abe con la sua Sylvia’s Letters to my Future Self, un’opera sulle connessioni tra passato, presente e futuro e su come gli artisti riflettono sulle problematiche e i contesti storici, nel caso specifico per cercare di spiegare l’attuale piaga delle migrazioni e la tragedia di tanti rifugiati. Il progetto di Stacey attinge dall’incarnazione dell’ancestrale (evocata dalla figura di Sylvia) e dal dialogo con essa, mentre indaga l’immaginario dell’identità, del genere, della spiritualità e del misticismo culturale. Reshma Chhiba, con Linga-Yoni, attinge dall’immaginario della dea Kali, divinità irrequieta e sfrenata, provocatoria e feroce che controlla lo scorrere del tempo. Con quest’opera, Reshma sovverte le convenzioni sociali dell’essere una donna di origini indiane nel Sudafrica post-Apartheid, soffermandosi in particolare sulla figura del mimo Bharatanatyam, inteso come una metafora della negoziazione dell’identità, e come “chiave” per entrare in tutto quello che si riesce a immaginare. Infine, citerei l’Asafo Black Artist Collective, la cui pratica artistica è fortemente influenzata dalla cultura hip-hop, dalla scena della vita notturna e dall’energia dei club, filtri con i quali il gruppo elabora il suo punto di vista sull’arte contemporanea, testando nuove strategie per fondere insieme lo spazio, il corpo, l’immagine, sia sperimentando sia attingendo da esperienze già in uso.

Pensa che la vergognosa piaga dell’Apartheid abbia ancora un’influenza sulla vita quotidiana in Sudafrica?
Senza dubbio, e non solo nella città di Stellenbosch. La pianificazione urbanistica dell’Apartheid ha fatto in modo che le aree migliori fossero assegnate ai bianchi, insieme a un’erogazione efficiente dei servizi e all’accesso alle migliori risorse come scuole, ospedali, eccetera. Le zone periferiche, invece, dove venivano costrette le persone di colore, erano lasciate prive dei più elementari servizi. Quasi trent’anni dopo l’avvento della democrazia, queste demarcazioni rimangono e il divario tra ricchi e poveri, bianchi e neri, è più ampio che mai. Abbiamo pensato la Triennale perché crediamo nell’importante ruolo che l’arte può svolgere nella società; il semplice fatto di aver invitato i migliori artisti di tutto il continente a soggiornare, lavorare ed esporre in città nel periodo della manifestazione ha portato a una rivoluzione silenziosa ma efficace: i giovani di colore hanno visto esempi di professionisti ai vertici del loro settore che assomigliavano a loro e hanno imparato a vedere le arti come un’opzione per una carriera ricca di soddisfazioni. C’è stato un cambiamento nella percezione del successo, che non è più un qualcosa per soli bianchi, e questa nuova mentalità sicuramente, nel corso del tempo, porterà all’abbattimento delle barriere cui accennavo prima. Sappiamo che questo cambiamento continuerà a rafforzarsi anche grazie alla Triennale, ed è nostra responsabilità sostenerlo.

Quali contorni ha la collaborazione con Investec Cape Town Art Fair?
Dato che questa è stata solo la prima edizione, stiamo ancora lavorando per rafforzare la collaborazione con Investec Cape Town Art Fair. Ciò che è stato possibile ottenere con successo con l’edizione 2020 è stata la condivisione del pubblico internazionale, poiché l’apertura della Triennale ha coinciso con il fine settimana di questa importante fiera d’arte. C’è stata un’importante rete di scambio perché agli artisti ospiti della Triennale era consentito l’accesso alla fiera e a tutti i suoi eventi, mentre noi come Triennale abbiamo organizzato visite guidate alle nostre mostre per alcuni ospiti scelti, indicatici dalla direzione di Investec.  L’obiettivo è quindi quello di sviluppare ulteriormente la collaborazione e trovare strategie ancora più efficaci a beneficio del sistema cultura.

Mongezi Ncaphayi, Untitled, 2020. Courtesy Stellenbosch Triennale. Photo Mark Degenaar
Mongezi Ncaphayi, Untitled, 2020. Courtesy Stellenbosch Triennale. Photo Mark Degenaar

GLI ARTISTI CONTEMPORANEI SUDAFRICANI

Come descriverebbe la scena artistica sudafricana contemporanea?
La scena dell’arte contemporanea locale sta evolvendo rapidamente e stanno emergendo nuove pratiche e strategie. Penso che abbiamo bisogno di fare molta più ricerca per conoscere più artisti e più pratiche creative che provengono da quelle zone che ancora consideriamo periferiche. Ci sono pratiche che nascono dai linguaggi che guardano all’emancipazione e alla decolonizzazione, e che si aprono all’arte contemporanea, e poi ci sono artisti che indagano linguaggi che si spingono oltre la terza dimensione. E questo, secondo me, è un atto di emancipazione dai nostri schemi mentali abituali.

Ci sono tematiche verso le quali gli artisti sudafricani sono particolarmente sensibili? Ad esempio, i diritti umani, l’uguaglianza di genere, la difesa dell’ambiente…
Penso che gli artisti siano coinvolti in una vasta gamma di questioni e che siano molto influenzati dall’ambiente in cui vivono e dalla sua storia, e poi si lasciano guidare dalla loro curiosità ed esperienza di vita. Considerando la storia del continente africano e in particolare la giovane democrazia sudafricana, gli artisti sono molto sensibili all’abbattimento di quelle strutture, fisiche e psicologiche, costruite dal colonialismo e dall’Apartheid. Parallelamente, è sorto un interesse sempre maggiore per la cultura africana tradizionale e per tutte quelle manifestazioni, anche folkloristiche, che ci rivelano la nostra identità di popolo e nazione; per cui l’impegno degli artisti non è soltanto in chiave di cancellazione dell’Apartheid, ma anche in chiave di riscoperta e recupero della nostra identità culturale in senso lato. E quindi credo che i diritti umani, l’uguaglianza di genere, la protezione dell’ambiente siano impliciti nelle pratiche degli artisti; a volte questo impegno emerge in maniera meno evidente, però c’è.

Kelvin Haizel, BirdCall961. Appendix C, 2020. Courtesy Stellenbosch Triennale. Photo Mark Degenaar
Kelvin Haizel, BirdCall961. Appendix C, 2020. Courtesy Stellenbosch Triennale. Photo Mark Degenaar

IL RUOLO DELLE DONNE E DELLA CULTURA IN SUDAFRICA

Quale ruolo ricoprono le donne sudafricane nell’arte e nella cultura in generale?
Ci sono alcune donne straordinarie nell’arte e nella cultura sudafricana. La Triennale è diretta da una donna, cioè da me, mentre la società che ospita la Triennale ha quattro donne nel consiglio d’indirizzo: Elana Brundyn, France Beyers, Rose Kirumira e Andi Norton. Alcune delle migliori case d’asta hanno amministratori delegati che sono donne, come Strauss&Co; i migliori ricercatori, consulenti e accademici sono donne, e ci sono incredibili artiste. C’è un’energia femminile piena di entusiasmo che sostiene il movimento dell’arte contemporanea nel Paese e che si rafforza ogni giorno di più.
Vivere in una società che emargina le persone in base alla sessualità, alla razza, al corpo dimostra come sia importante per le donne ritagliarsi il loro spazio e costruirsi una posizione. Però ciò che è importante non è solo esistere all’interno di questi spazi, ma che essi non paralizzino noi e il lavoro che intendiamo fare. Gli spazi stessi hanno bisogno di una riforma affinché le donne, i neri, gli omosessuali e le persone diversamente abili non siano percepite come “alternative”; e noi siamo impegnati in questa missione, all’interno di una società che è ancora largamente patriarcale, razzista, sessista e omofoba.

Qual è l’impegno del governo a sostegno della cultura?
Purtroppo non abbiamo ricevuto alcun finanziamento o sostegno dal governo. Tuttavia, speriamo, adesso che abbiamo archiviato la prima edizione della Triennale, che qualcuno si accorga del valore e dell’impatto sociale del nostro lavoro e decida di sostenerlo.

Come la Triennale ha cambiato il modo in cui i sudafricani si avvicinano all’arte contemporanea?
Penso che la mostra internazionale, caratterizzata da una spiccata materialità delle opere, abbia accresciuto la conoscenza di cosa si intende per “arte contemporanea”, ampliando così la prospettiva del pubblico.
E, ancora, gli artisti del collettivo On The Cusp ci hanno introdotto a nuove pratiche e approcci alla creazione artistica, mentre il gruppo From The Vault ci ha ricordato i maestri del passato e i concetti di libertà creativa raggiunti nel digitale. Questa combinazione di differenti linguaggi ha sollecitato un po’ tutti i sensi dei visitatori, ampliando il modo in cui osserviamo, ascoltiamo, tocchiamo, nell’arte come nella vita quotidiana.

Niccolò Lucarelli

https://stellenboschtriennale.com/

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.