Un dialogo a tutto campo con Liliana Moro: dalla sua poetica all’uso della ceramica fino al ruolo giocato dal tempo nel processo artistico.

Liliana Moro (Milano, 1961), dopo anni di lavoro con linguaggi legati al “fuoco” ‒ come ceramica, vetro e bronzo ‒, descrive il suo rapporto con l’oggetto, la scultura e la tradizione.

Come ricordavano Bertozzi e Casoni, nel passaggio tra Anni Ottanta e Novanta c’è stato un tentativo di aprire a una “nuova ceramica”, in risposta “allimperante arte concettuale”. In te la ceramica e il concettuale non sono mai in opposizione, invece. Quando e come hai deciso di lavorare con la ceramica?
Il mio primo lavoro in terracotta è del 1996.  Un paio di anni prima avevo presentato una performance (dal titolo Il rovescio della medaglia) composta da una figura femminile rannicchiata, avvolta in una fascia di gommaspugna che la copriva quasi interamente, lasciando scoperti il viso, i piedi e una mano che reggeva una lampada rossa che la performer accendeva e spegneva come a seguire il suo respiro. Questa figura, nel tempo, ha continuato a rimanermi in testa, fino a che ho deciso di realizzarne una scultura. Il primo problema che ho dovuto affrontare non riguardava la scelta del materiale, bensì superare lo scoglio della scultura figurativa che, fino ad allora, non avevo mai affrontato né tantomeno immaginato.

Come hai sciolto questo nodo?
Il mio lavoro, allora, si sviluppava tra suono, oggetti del quotidiano, costruzioni in carta; opere in cui il concetto era centrale e dove il materiale, benché importante, era più “alla mano” mi verrebbe da dire. È importante anche ricordare che in quegli anni – siamo alla fine degli Anni Ottanta ‒ anche la figura dell’artista è in trasformazione. L’autenticità dell’opera non dipende più solo dalla realizzazione esclusiva, dalla mano dell’artista, ma diventano fondamentali le relazioni che si mettono in atto con lo spazio, con il pubblico, con i mutamenti del rapporto con le immagini e i concetti a esse legati. Per semplice caso, in quel periodo ho incontrato una persona speciale, un ceramista bravissimo, Roberto Cerbai (purtroppo è mancato una decina di anni fa). Lo vado a trovare nel suo laboratorio in Toscana e decido di realizzare la mia prima scultura in terracotta, Giovanna e la Luna. La mia necessità era di trovare un materiale che restituisse il calore, il respiro della figura viva.

Liliana Moro, Il rovescio della medaglia. Cavallino, 1996, ceramica ingobbiata. Collezione privata. Photo S. Dominge
Liliana Moro, Il rovescio della medaglia. Cavallino, 1996, ceramica ingobbiata. Collezione privata. Photo S. Dominge

CERAMICA E TEMPO SECONDO LILIANA MORO

La ceramica è ritornata però spesso nel tuo percorso. Come nasce di volta in volta l’esigenza di usarla al posto di un altro linguaggio?
La scelta del materiale è parte del processo creativo ed è fondamentale. Tuttavia non m’interessa la ricerca sui materiali. Scelgo un materiale perché ritengo che sia quello, e non un altro, il materiale giusto per realizzare il lavoro che ho pensato.
Ho utilizzato molti materiali diversi: bronzo, alluminio, stagno, vetro, ma non penso e non ho mai pensato “vorrei fare qualcosa in…”. Come dicevo prima, il materiale deve restituire e anche salvaguardare il concetto che ho in mente.
Negli ultimi tre anni ho utilizzato spesso la ceramica partendo dall’origine del materiale, cioè la terra, il fango, i minerali che la compongono. Probabilmente ciò è dipeso dal fatto che avevo iniziato a lavorare sulla natura morta nel senso, neanche troppo concettuale, di morte della natura. Volevo creare delle composizioni con forme prese dal mondo naturale come per esempio la frutta, soggetto caratteristico delle nature morte, in relazione a oggetti reali come una foglia secca o delle bucce di mandarino, ma anche una radiolina accesa. La creta mi ha permesso di mettere mano a queste forme, di manipolarle, di modificarle, ricreandone delle altre diverse e, allo stesso tempo uguali. Aggiungo che ho guardato con grande attenzione le nature morte di De Pisis, i rapporti tra i differenti oggetti rappresentati che creano delle curiose relazioni, rese evidenti anche dai titoli.

Corvi Mora ha messo in luce la proprietà della ceramica, quel suo essere nel mezzo tra oggetto e opera, e la conseguente libertà che può scaturire da questo non-territorio. Molte sono le artiste che la hanno adottata ‒ anche alla luce di questo suo non essere ufficiale, alta (e rivendicando così anche un atteggiamento anti-canonico). Quanto ti riconosci in questa strada e quanto per te invece è stata una scelta prima di tutto di linguaggio?
Per me è sicuramente una scelta di linguaggio prima di tutto. Credo che Tommaso Corvi Mora facesse anche riferimento a una situazione più circoscritta al mondo anglosassone.   Personalmente io non faccio differenza tra linguaggio alto e basso, e penso che le artiste e gli artisti in Italia non attribuiscano un senso “politico” alla ceramica.

Hai recentemente dichiarato: “Penso, e non sono la prima a dirlo, che il tempo non è un materiale ma è colui che dà forma a un materiale, anche quando il materiale siamo noi”. Lavorare con la ceramica significa affidarsi al tempo delle sue asciugature e cotture. È anche questo un elemento che ti affascina?
Che il tempo sia un gran modellatore (o scultore, come ha detto la Yourcenar) è una cosa quasi ovvia… Nella ceramica il tempo è ciò che regola e determina anche la buona riuscita dell’opera. Non si deve avere fretta; la ceramica non è solo il risultato ma è anche l’attesa dell’asciugatura, che a volte risente anche delle condizioni metereologiche, l’attesa quando è in forno e specialmente l’attesa dell’apertura del forno, momento molto sentito e delicato per il ceramista. Ricordo che Roberto Cerbai non diceva mai all’artista quando andava a cuocere, viveva da solo e con grande apprensione quel momento e poi ti dava la buona notizia.
C’è un altro elemento potente ed è il fuoco. Elemento che mostra tutta la sua forza determinatrice anche nella lavorazione del vetro.

Liliana Moro, Anemos, 2019, ceramica smaltata in platino, base in ferro verniciato. Collezione privata. Photo Roberto Marossi
Liliana Moro, Anemos, 2019, ceramica smaltata in platino, base in ferro verniciato. Collezione privata. Photo Roberto Marossi

LILIANA MORO E LA COLLABORAZIONE CON GLI ARTIGIANI

Per te è sempre stata importante la “messa in gioco del mondo”, come hai detto. Credi che la ceramica, nel suo essere così legata al mondo e al quotidiano, si sia prestata meglio di altri materiali al gioco?
Quando parlo di “messa in gioco del mondo” intendo mettere in evidenza una particolare capacità di relazionarsi al mondo e all’altro: il gioco come immaginazione e intelletto, il gioco come esperienza. Non direi che la ceramica si sia prestata meglio a questo, credo sia stata funzionale come è avvenuto con altri materiali.

Quale è per te la relazione con l’artigiano che ti segue nei tuoi progetti? Quanto influisce sull’evoluzione dell’opera?
Nel mio caso la relazione è molto importante. Mi piace molto toccare la creta, ma se ho in mente qualcosa di più complicato mi affido a un modellatore. Preferisco avere un rapporto più distaccato, in questo modo riesco a vedere meglio ciò che ho in mente. Ho bisogno di questa distanza. Però sono sempre presente durante la lavorazione, modello con gli occhi, dirigo!
Di solito mi affido a un unico modellatore con il quale ho un rapporto da molti anni e che conosce bene il mio modo di lavorare. Spesso lavoro nel suo studio e poi trasportiamo il lavoro al laboratorio. Le mie ceramiche le realizzo quasi esclusivamente a Faenza da Davide Servadei, con cui nel tempo si è creata una bella relazione. A Davide, che conosce il materiale in maniera molto più approfondita di me, chiedo molti consigli tecnici e probabilmente questo influisce un po’ sul lavoro.

Irene Biolchini

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio
Gli artisti e la ceramica #23 – Michele Ciacciofera
Gli artisti e la ceramica #24 – Matteo Nasini
Gli artisti e la ceramica #25 – Luisa Gardini
Gli artisti e la ceramica #26 – Silvia Celeste Calcagno
Gli artisti e la ceramica #27 – Michelangelo Consani
Gli artisti e la ceramica #28 – Andrea Salvatori
Gli artisti e la ceramica #29 – Serena Fineschi
Gli artisti e la ceramica #30 – Antonio Violetta
Gli artisti e la ceramica #31 – Ugo La Pietra
Gli artisti e la ceramica #32 – Tommaso Corvi-Mora
Gli artisti e la ceramica #33 – Paolo Polloniato
Gli artisti e la ceramica #34 – Amedeo Martegani
Gli artisti e la ceramica #35 – Emanuele Becheri
Gli artisti e la ceramica #36 – Gianni Asdrubali
Gli artisti e la ceramica #37 – Arcangelo
Gli artisti e la ceramica #38 – Francesco Carone
Gli artisti e la ceramica #39 – Federico Branchetti
Gli artisti e la ceramica #40 – Aurora Avvantaggiato
Gli artisti e la ceramica #41 – Marco Ceroni
Gli artisti e la ceramica #42 – Enzo Cucchi

Dati correlati
AutoreLiliana Moro
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI