Stavolta è Paolo Gonzato il protagonista della rubrica dedicata al legame fra gli artisti e il linguaggio della ceramica.

Paolo Gonzato (1975) vive e lavora a Milano.  Ha frequentato i corsi di decorazione e storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, perseguendo successivamente la sua carriera di artista. Da anni si muove liberamente tra arte e progettazione, ignorando qualsiasi rigidità di definizione. Lo abbiamo incontrato per chiedergli del suo rapporto con la ceramica, passata e presente.

Quando hai iniziato a lavorare la ceramica?
Non sono un “tecnico” della ceramica, il mio è stato un approccio occasionale. Il tutto è cominciato quindici anni fa: sporadici piccoli interventi da autodidatta con degli avanzi secchi di terra che avevo probabilmente ancora dai tempi del liceo.

Senti una vicinanza con maestri contemporanei o passati (o all’opposto con tuoi coetanei), quando lavori la ceramica?
Sono nato nel 1975, mi interessano di più in questo senso artisti del Novecento, alcuni sono dei classici, alcuni in fase di riscoperta. Non mi era mai piaciuto Fausto Melotti fino a quando non ho visto il suo lavoro sulla ceramica elegante e impreciso, estremamente istintivo ‒ che probabilmente affiancava in modo più defilato la sua produzione principale delle sculture di metallo ‒, i colori lattiginosi. Mi è tanto piaciuto che ho desiderato di avere un suo pezzo, una piccola coppetta d’oro. Penso che il possesso e la vicinanza trasferisca delle capacità e delle intuizioni, tipo trasmissione telepatica: una sorta di osmosi per contatto diretto fra oggetto e oggetto. Con la stessa modalità ho preso delle ceramiche di Carlo Zauli e sto studiando Guido Gambone e Marcello Fantoni. Oppure, in totale opposizione, mi interessano i reperti archeologici, anche pezzi non importanti. È stupefacente pensare, in un desolante paesaggio di plastica usa e getta, che oggetti così semplici possano avere una vita millenaria.

Paolo Gonzato, L’isola delle rose, 2012. Courtesy APalazzo Gallery, Brescia
Paolo Gonzato, L’isola delle rose, 2012. Courtesy APalazzo Gallery, Brescia

Collabori con botteghe o realizzi autonomamente le tue opere?
Mi piace il lavoro manuale sporco, anche un po’ grossolano: è rigenerante e senza tempo, fa restare tutto in sospensione e mi piace l’idea che da quella pasta informe e morbida si possa ottenere una trasformazione così eccezionale, quasi alchemica. È proprio da una sperimentazione alchemica che è nata la bone china, composta da derivati di ossa animali.
Fino a ora mi sono affidato a delle botteghe per la cottura e per dei consigli tecnici, per le prossime produzioni collaborerò con degli artigiani storici come la Bottega Gatti di Faenza per realizzare pezzi più strutturati, lavorando soprattutto con le loro peculiarità ed eccellenze negli smalti.

Come si inserisce la ceramica, da sempre al confine tra oggetto e scultura, all’interno della tua ricerca?
La mia idea di “vaso” è completamente scultorea, ha intenzioni distanti dall’oggetto d’uso.
Nella mia mostra personale L’isola delle rose alla galleria Apalazzo di Brescia i vasi erano un dispositivo simbolico, modellati con creta secca reidratata con champagne (che non ha influenza sulla materia cotta, ma è un materiale significante nella rappresentazione). Nel contesto del progetto erano come il varo di una nave, un battesimo, una rigenerazione.

Nella tua produzione ceramica usi molto i colori tenui, quasi pastello. Come è nata la scelta di queste cromie, meno usuali nei tuoi quadri?
L’aspetto scultoreo e materico mi interessa nella modellazione più del fatto che possa avere piacevolezza. I colori, in tutti i contesti, devono avere un significato e una simbologia precisa quindi di volta in volta gli smalti hanno attinenza di contenuti col modellato che rivestono, senza mascherarlo completamente.

Paolo Gonzato, Copy, 2019, Courtesy Office Saffi, Milano
Paolo Gonzato, Copy, 2019, Courtesy Office Saffi, Milano

Hai da poco presentato una serie di opere nuove per Morfologia delle meraviglie in Puglia. Come è nata quella produzione?
COPY è il lavoro prodotto per la mostra ed è un concetto derivativo da una mostra personale dello scorso anno a Lisbona per CABANAMAD. Alcuni lavori erano affiancati da copie in scala e materiali differenti, potevano sembrare bozzetti postumi o pitture precedenti all’originale, alcuni erano dettagli di lavori esistenti ingigantiti. Nel caso di Morfologia delle meraviglie, curata da Lorenzo Madaro per Officine Saffi di Milano, il lavoro era una grande urna copiata da una copia grafica di Piranesi del Settecento, un pastiche di pezzi copia di copia di copia, senza scientificità. Una sorta di telefono senza fili plastico in cui, tra un passaparola e l’altro, le informazioni visive si perdono e vengono alterate con esiti disastrosi risultanti da collassi e implosioni. Il punto di arrivo è una rovina grottesca.

Quali sono i tuoi prossimi progetti in ceramica?
Avrò la possibilità di produrre ad Albissola con le ceramiche San Giorgio e con l’ottantasettenne Giovanni Poggi, che lavorò personalmente con Lucio Fontana, Asger Jorn e molti altri.

Irene Biolchini

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica

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AutorePaolo Gonzato
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