Dalla fotografia al video alla terracotta: è questo il percorso compiuto da Emanuele Becheri, protagonista del nuovo episodio della rubrica dedicata al legame fra gli artisti e la ceramica.

Emanuele Becheri (Prato, 1973) è da sempre interessato all’idea del disegno, che ha indagato attraverso diversi linguaggi: dalla fotografia al video fino alla terracotta. Da alcuni anni la terra è il suo linguaggio di elezione. Gli abbiamo domandato come sia avvenuto questo incontro e come si sia inserito nella sua pratica.

Sei arrivato alla plastica dopo diversi anni di lavoro sul disegno, il che ‒ come hai tentato di mettere in luce anche nella tua recente mostra al Museo Novecento ‒ è per te perfettamente naturale. Ci racconti qualcosa di più su questa relazione?
Lo scorso anno nella mostra Stati d’animo alla Galleria FuoriCampo ho cercato di mettere in contiguità per la prima volta alcuni disegni con una scultura per sentire ciò che passa da una materia all’altra, e così più ampiamente ho provato nella mostra al Museo Novecento a Firenze. La relazione dialettica fra disegno e scultura non è un concetto ma è una riverberazione. Esiste una relazione per risonanza, una tensione interna al gesto, una vibrazione del tratto, esiste una complicità dove alcuni dettagli del disegno risuonano nella plastica come alcuni dettagli plastici risuonano nel disegno… un circolo vizioso. Ma certamente i disegni fatti plasmando il pongo (Stati d’animo 2016-20…) sono stati il passo più prossimo e contiguo al processo scultoreo, l’incedere del bassorilievo nel tutto tondo: essi testimoniano la relazione interna dell’emersione figurale, essenzialmente ciò che ha messo in moto la scultura attraverso forme spremute.

La mostra Campo aperto si inserisce all’interno di una tua pratica, cioè quella del dialogo con i grandi maestri, che avevi già avviato a Casa Masaccio. In entrambe le occasioni i tuoi punti di riferimento si iscrivono all’interno di una tradizione piuttosto connotata in termini espressivi e plastici. Come senti di continuare il percorso di questi maestri nella tua ricerca?
Ti rispondo con Arturo Martini quando gli chiesero che senso avesse per lui la Tradizione: “Che cosa è per me la tradizione? Questa domanda mi riesce tanto buffa, come se un bambino mi chiedesse che senso ha per me mia madre. Siccome il sangue che hai nelle vene nessuno te lo può cambiare, questo è la tradizione’’ (Arturo Martini 1938).  Nel 2016 nella mostra collettiva The Lasting alla Galleria Nazionale di Roma mi sono ritrovato con un mio lavoro (Shining, 2007, bave luminescenti di chiocciole che scolpiscono una fondale nero per sfondi fotografici) accanto a Impression de boulevard e Ecce Puer di Medardo Rosso. È stata la prima scintilla. Successivamente nella mostra De Scultura curata da Saretto Cincinelli a Casa Masaccio (2018) ho mostrato per la prima volta le mie terrecotte, creando, insieme al curatore, un tête-à-tête con ciò che iniziava a riguardarmi sempre di più e sempre più da vicino, un gioco di sguardi, di revisioni, di rintracciamenti, la possibilità più unica che rara di visitare la mie opere più volte in Stanze strettamente volute e condivise con alcuni maestri, immaginando di trovare radici che solo la presenza reale delle sculture in uno spazio comune avrebbero potuto confliggere e rivelare, qualcosa di simile al desiderio di  possesso, alla trasmissione del sangue.

Emauele Becheri, Stati d'animo, 2019, installation view. Courtesy l'artista e Galleria FuoriCampo, Siena
Emauele Becheri, Stati d’animo, 2019, installation view. Courtesy l’artista e Galleria FuoriCampo, Siena

A cosa ti riferisci?
Mi riferisco alla coabitazione forzata a debita distanza del Bambino malato di Medardo Rosso e una mia Testa in terracotta, oppure di una mia Figura e di una Testa con Conversazione in giardino. Nella mostra Sculture e Disegni al Museo Novecento (2020) ho potuto continuare questo rivolgersi ai maestri esponendo nelle Sale della Collezione Alberto della Ragione ‒ grazie a un’idea condivisa con il direttore Sergio Risaliti ‒ alcune mie terrecotte in attrito con alcune opere specifiche di Arturo Martini e Lucio Fontana con l’intento di sentire quella stretta vicinanza, unico modo per evidenziare, tramite contiguità, influenze e differenze. Se ancora oggi sogno una mostra ideale questa si configurerebbe con stanze dove una mia opera si confronti con opere che hanno segnato decisamente il mio percorso in relazione non solo ai maestri del ‘900 ma attraverso uno sguardo più ampio, dal recente presente al passato più profondo.

Nel foglio di sala per la mostra Campo aperto ricorrono le testimonianze di molti colleghi, come a presentare in forma scritta, e ufficiale”, una comunità che esiste e dialoga solitamente fuori dalle presentazioni istituzionali, cioè nelle situazioni ufficiose” della quotidianità. Come è nata l’idea?
Il foglio di sala rappresenta la testimonianza di artisti che frequentano da anni il mio studio, artisti con i quali ho iniziato un rapporto in relazione alla scultura. Eccetto uno di loro, tutti, in maniera diversa e peculiare, sono scultori, per cui è stato naturale dare loro la parola. Quello che ho chiesto, après coup, sono state delle libere impressioni del nostro rapporto in studio, dunque suggestioni, ricordi più o meno lontani, chiacchiere, riflessioni, racconti.
Ho creduto che la parola di persone che frequento e che soprattutto abitano la scultura fosse non solo importante per me, ma anche per le persone che desiderano avvicinarsi allo studio, che come sanno bene gli artisti oggi è considerato da molti addetti ai lavori un mondo lontanissimo e che invece dovrebbe essere a mio avviso di nuovo il centro dove si verificano, dentro ai fatti, le parole critiche più concrete.

La ceramica si è a lungo fondata, specie nel momento storico al quale ti ricolleghi, sulle relazioni ufficiose” e quotidiane tra artigiani e artisti. Quanto di quella pratica-relazione serbi nel tuo lavoro? Come pensi che questo legame possa essere recuperato?
Personalmente ho avuto la fortuna di incontrare un artigiano, Andrea Fiesoli, che ha avuto a suo volta la fortuna di conoscere gli ultimi artigiani di una discendenza legata alla costruzione di stufe in terracotta. Con lui ho avuto i primi scambi, necessaria riflessione pratica sulle dinamiche infinite dell’argilla. E questo rapporto continua tutt’ora in un mutuo scambio. Credo che solo le lunghe frequentazioni fatte di tempi dilatati, come testimonia ad esempio la storia del ‘900 ad Albissola, potrebbero rinsaldare quel legame di cui parli. Residenze troppo brevi e troppo mordi e fuggi hanno messo fuori gioco un legame dialettico sottovalutato, ma che in realtà, nel breve o nel lungo periodo del percorso di un artista, può diventare esiziale per risolvere quei problemi pratici che attengono alla poetica.

Emanuele Becheri, Testa, 2017, terracotta. Courtesy Galleria Nazionale, Roma
Emanuele Becheri, Testa, 2017, terracotta. Courtesy Galleria Nazionale, Roma

Durante la tua recente residenza per la Galleria Nazionale di Roma hai proposto una serie di scatti dei capolavori barocchi. Guardando i dettagli di quelle immagini e la tua produzione plastica c’è una relazione diretta, ma senza alcun fine citazionistico. Possiamo considerare anche Bernini come uno dei tuoi padri” quindi? E come mai hai scelto di tornare al medium fotografico dopo un certo silenzio”?
Grazie a una lungimirante residenza curata dalla Galleria Nazionale di Roma (che spero continui a favore di altri artisti e perché no anche a favore di chi scrive d’arte…), Intimacy ha rappresentato per me il privilegio di essere spettatore in solitaria di fronte ad alcuni capolavori senza tempo, potendo tergiversare e girare intorno a ogni scultura senza vincoli temporali. Nella fase di riconsiderazione della scultura berniniana in cui mi trovavo quest’esperienza è stata essenziale e ricorda nell’approccio il viaggiatore del Grand Tour ottocentesco piuttosto che la velocità odierna con cui si consumano le immagini, un tentativo di fermare lo sguardo, toccare, permanere, divergendo da qualsiasi insulso tempo liquido. La fotografia mi ha permesso di raccontare l’attesa della luce sulla scultura, avvicinandomi all’intricata intimità espressiva di Gian Lorenzo Bernini. Questa modalità di estremo avvicinamento, quasi un accarezzare la scultura, mi ha permesso di vederne tratti, segni, tensioni, modulazioni e alcune parti della scultura che mi sarebbero stati preclusi senza un’esposizione prolungata a queste opere.

Irene Biolchini

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio
Gli artisti e la ceramica #23 – Michele Ciacciofera
Gli artisti e la ceramica #24 – Matteo Nasini
Gli artisti e la ceramica #25 – Luisa Gardini
Gli artisti e la ceramica #26 – Silvia Celeste Calcagno
Gli artisti e la ceramica #27 – Michelangelo Consani
Gli artisti e la ceramica #28 – Andrea Salvatori
Gli artisti e la ceramica #29 – Serena Fineschi
Gli artisti e la ceramica #30 – Antonio Violetta
Gli artisti e la ceramica #31 – Ugo La Pietra
Gli artisti e la ceramica #32 – Tommaso Corvi-Mora
Gli artisti e la ceramica #33 – Paolo Polloniato
Gli artisti e la ceramica #34 – Amedeo Martegani

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AutoreEmanuele Becheri
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Irene Biolchini
Irene Biolchini (1984) insegna Arte Contemporanea al Department of Digital Arts, University of Malta, ed è Guest Curator per il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, per il quale dal 2012 cura mostre site specific. È curatrice della collezione d’arte contemporanea di SCIC cucine, per cui segue anche un progetto di installazioni nel flagship store in Via Durini a Milano. Per Artribune cura la rubrica "Gli artisti e le ceramica".