Ceramica e pittura si alternano e si completano nel lavoro di Luisa Gardini, nuova protagonista della rubrica dedicata al legame fra gli artisti e la ceramica.

Luisa Gardini (Ravenna, 1935), vive e lavora a Roma, dove è stata allieva di Toti Scialoja ed è entrata in contatto con la produzione di Twombly, Burri e Pollock, artisti fondamentali per la sua ricerca. Pittrice da sempre attiva e riservata, negli ultimi dieci anni si è avvicinata alla ceramica.

Quando si è avvicinata alla ceramica esattamente?
Nel 2008, con poca determinazione e dovendomi spostare a circa 500 chilometri senza sapere che cosa avrei prodotto. È stato frutto di un’occasione, un incontro, un’amicizia. Sono approdata nella Bottega Gatti. Dapprima smarrita, poi entrando mi sono sentita confortata. Ho sentito un senso di protezione e liberazione allo stesso tempo. La Bottega, con un’infinità di materiale, sembrava non potesse contenere anche il mio lavoro. Era un di più. Ma invece mi ha accolta come se fosse il mio studio, anzi con nuovi stimoli. Così è incominciata la storia. La collaborazione con la Bottega Gatti mi ha aperto una nuova esperienza con la foto-ceramica proposta da Davide Servadei.

Di cosa si tratta?
Sono esperimenti con immagini di dimensioni abbastanza grandi messe a confronto, abbinate e cotte con la ceramica. Uno scontro di materie che produce delle inevitabili abrasioni all’immagine stessa; una difficoltà che crea delle opportunità espressive ‒ a volte arrivando a sostituirsi all’ingobbio. Questo amalgama di materiali a volte si espande e a volte si comprime, differenziando così le fasi finali, definitive. La velocità, come dicevo, è alla base di tutto ciò e mi lascia nel tempo sensazioni ed esperienze tangibili per il mio percorso lavorativo. È tanta imprevedibilità che mi attrae. A volte, per finire l’opera, aggiungo materiali estranei come pezzetti di carta/cartone colorati o brandelli di foto.

Luisa Gardini, Senza Titolo, 2009, ceramica, 32 x 21 x 2 cm. Photo Sario Manicone
Luisa Gardini, Senza Titolo, 2009, ceramica, 32 x 21 x 2 cm. Photo Sario Manicone

Molte delle sue sculture sono andate perse negli anni, per via dei loro materiali effimeri. Come cambia il rapporto con la scultura quando usa la ceramica, una materia apparentemente fragile ma di fatto più resistente della pittura (non a caso di moltissime civiltà arcaiche abbiamo la ceramica come principale testimonianza).
Il mio approccio non cambia con l’uso della ceramica. Il processo di realizzazione di idee e di forme è sempre lo stesso. Ma certamente le sculture in ceramica non subiscono le inevitabili alterazioni dovute al tempo rispetto a quelle in materiali effimeri. Le prime richiedono più determinazione nel fare, perché la materia in questo caso non si lascia manipolare più di tanto altrimenti perde la sua essenza. In più c’è la consapevolezza che il forno opererà una trasformazione sul lavoro non totalmente prevedibile e bisogna dunque esser pronti ad affrontare quest’incognita lavorando di improvvisazione.

In una recente intervista, Michele Ciacciofera ha parlato del legame tra l’argilla, il segno e il libro. Come è avvenuto per lei il passaggio dalla pittura-segno alla ceramica?
Per me non è più pittura-segno, ma diventa incisione della materia. Il segno nella ceramica è sempre incisione e comunque l’utilizzo dell’ingobbio ne favorisce l’uso. L’ingobbio produce spessore, colore, luce, materia più complessa. Posso usare grossi chiodi, graffiare con le unghie, togliere l’eccesso con uno straccio… Se la superficie colorata e cotta non soddisfa, posso spaccarla con un martello o anche pestarla, frantumarla, per ricominciare da capo. Un nuovo lavoro che però si è avvalso di un fare precedente. Tornando alla pittura, direi piuttosto colata di materia. Per quanto riguarda il segno, uso l’incisione anche con i lavori polimaterici, se lo spessore lo richiede. Non potrei fare solo ceramica, le mie esperienze si fondono e si contaminano continuamente e si sommano.

La sua ultima mostra si intitola Grèspittura, come a sottolineare il legame tra le due tecniche. Per alcuni degli artisti intervistati in questa rubrica (penso ad esempio ad Alessandro Roma), la ceramica è concepita come una naturale estensione della pittura. Anche per lei così?
Non si tratta per me di un’estensione poiché il mio uso dell’ingobbio è di per sé pittura.
L’uso pittorico nel mio lavoro in ceramica significa l’utilizzo dell’ingobbio come in un’invasione di materia che avvolge l’opera, non mai completamente, ma ne determina il colore dominante e la definisce. L’ingobbio viene “versato” in genere con un pennello di grandi dimensioni. Non serve la pennellata, è come una morbida spatola che non lascia traccia di sé. A volte, dopo la cottura, se il risultato non mi soddisfa, ripeto l’operazione e qui gli esiti possono essere ancora più imprevedibili.

Irene Biolchini

http://www.luisagardini.it/

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio
Gli artisti e la ceramica #23 – Michele Ciacciofera
Gli artisti e la ceramica #24 – Matteo Nasini

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AutoreLuisa Gardini
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