Stavolta è Federico Branchetti a prendere la parola nell’ambito della rubrica dedicata al legame fra gli artisti e la ceramica. L’artista classe 1994 racconta il suo lavoro in studio, in fonderia, ma anche alla scrivania, luogo in cui nascono gli haiku che fanno parte integrante delle opere.

Federico Branchetti (1994) racconta il suo percorso di avvicinamento alla terra e una ricerca personale e silenziosa, fatta di scrittura e ascolto.

Quando hai capito che la terra era il materiale ideale per la tua ricerca plastica?
A essere sincero non c’è stata una vera e propria epifania. La Terra c’è sempre stata.
Quello che si è rinnovato è stato il continuo confronto fisico, il quale ha spinto la mia curiosità a rifletterne le potenzialità. Inoltre attraverso l’esperienza visiva ho incontrato opere di artisti che hanno incrementato la voglia di cimentarmi nella plastica. Uno tra questi è sicuramente Costantino Nivola. La serie dei Letti, nei quali queste figure sono sdraiate o addormentate, mi ha sempre meravigliato per la delicatezza e quel poco intervenire che nasconde una maestria incredibile. Stanno nel silenzio di un tempo sospeso… Penso sia perché quando si modella non si parla mai. Proprio come quando nella mente avviene una riflessione. Ecco l’argilla, per me, ha questa potenzialità a differenza di altri materiali: quasi si confonde con l’azione del pensare. Modellando si può avanzare, poi retrocedere, avanzare di nuovo o distruggere tutto in men che non si dica. E questo l’ho sempre trovato molto affascinante. Poi successivamente, con le prime fusioni in bronzo, è stato entusiasmante vedere che quei gesti minimi e istantanei vibravano con coraggio e rinnovata forza nel materiale eterno dei monumenti.


Cosa determina la scelta della terra o del gesso per ogni progetto?
Non ho una regola, magari faccio più lavori con lo stesso soggetto nei due materiali, oppure alle volte so in anticipo che il gesso potrebbe risolvere meglio in termini di una differente resa plastica.

Nel tuo lavoro come gestisci la parte tecnica? Ti appoggi ad artigiani o sei autonomo?
In luogo in cui lavoro di più con altre persone è indubbiamente la fonderia dove, dagli stampi alle patine, accade che siano più mani a lavorare sul pezzo. Diciamo che al di fuori di questo solitamente agisco da solo. Personalmente non trovo sia un problema affidarsi ad altre persone che lavorano in altri campi. In fondo è una questione di riconoscere i propri limiti, no? Spesso è il confronto con l’altro che, tramite anche una banale chiacchierata, rivela qualcosa di nuovo dell’opera. Questo succede in studio, quando vengono addetti ai lavori e non. Ecco, in questi casi succede che diano una loro impressione dei lavori che sto facendo oppure ho appena terminato: ed è ascoltandoli che ci si allena a guardare con occhi nuovi, da un differente punto di vista. E l’artista prima di tutto deve essere un buon osservatore, un occhio che rimane sempre vigile.

Federico Branchetti, Corpo, acqua e nebbia, 2019, china su carta, 30x40 cm. Photo Clayton Silva. Courtesy of the artist
Federico Branchetti, Corpo, acqua e nebbia, 2019, china su carta, 30×40 cm. Photo Clayton Silva. Courtesy of the artist

Associ spesso testi poetici ai tuoi lavori. Che ruolo ha la scrittura nel tuo processo?
Dal 2016 ho cominciato ad archiviare piccoli testi che ho raccolto sotto il nome di Frammenti. A ogni modo i casi noti nei quali queste espressioni hanno dialogato sono nel primo libro d’artista, Riprendere Corpo, del 2016, all’interno del quale ho avvicinato disegni e poesie. Successivamente nel video Soffiare via il buio dalla notte, del 2019, nel quale una poesia, scritta appositamente, compare in forma di sottotitolo ad accompagnare le immagini.
È quasi sempre successo che queste brevi poesie (haiku?) siano nate fini a se stesse, per il puro essere scrittura. Ho utilizzato questa tecnica anche per scrivere sulla scultura, sul concetto di essa, o di opere esistenti, mie o di altri artisti.
È stato, e continua a essere, uno strumento chiarificatore in primo luogo, per fermare l’idea che si ha in quel momento del lavoro e della direzione in cui si presume stia andando.
L’avvicinamento al video nasce poi da una mia personale curiosità: mi è sembrato un modo di rendere più completa e potente la restituzione visiva. La scrittura permette infatti di creare ulteriori chiavi di lettura, aggiungere più livelli di coinvolgimento, cambiare il contesto delle immagini in movimento, calcarne la profondità ecc.
Questi tentativi sono riflessioni sul concetto di tempo, di ritmo, di capire il peso delle parole, dei suoni e dei silenzi. Sapere quando iniziare e quando interrompere un’azione è fondamentale per enfatizzare tutto quanto il più possibile, tanto nel video quanto nella scrittura appunto, nel disegno e nella plastica.

Disegno e plastica sembrano per te imprescindibili. Come fai dialogare questi due momenti?
Considero entrambi come metodi di esplorazione del pensiero. Il disegno è sicuramente ciò che, in un modo squisitamente immediato, finalizza una riflessione. È quindi per me necessario che la mano sia ben addestrata: più la distanza tra mano e mente è minima tanto più accade ciò che si va pensando, e tutto diviene più chiaro.
Ammiro i disegni dei Maestri quali (tra gli altri) Pontormo, Rodin e Matisse, in cui la chiarezza di intenti è sconcertante: il disegno è forte e libero, e tutta quanta la realtà viene risolta in una manciata di segni e volumi esatti e vibranti. Ecco, forse, a mio modesto vedere, è questo l’aspetto che lega disegno e scultura: è il tentativo di massima risolutezza. Che non è da confondere con una necessità di facile semplificazione, ma piuttosto è la coscienza di dover cogliere quegli andamenti, quei gesti (fra i milioni possibili) necessari al fine di rendere esatti e vibranti i volumi che si è intenti a manipolare, che essi siano disegno o scultura. È un fatto spirituale, un atto di fede, no? Penso sia una questione di attenzione, di dare fiducia alla propria esperienza. È fare attenzione a ciò che il lavoro chiama per essere originario (non originale) e universale.

‒ Irene Biolchini

federicobranchetti.com

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Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
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