L’esperienza di vita in Giappone negli Anni Settanta ha consentito a Tony Marsh di elaborare un personalissimo approccio alla ceramica come materia prima.

Tony Marsh (1954) vive in California, dove da anni affianca l’attività artistica all’insegnamento. Formatosi in Belle Arti, ha trascorso un periodo in Giappone con il “Tesoro nazionale vivente” (Ningen Kokuho) Tatsuzo Shimaoka. La sua ricerca ha attraversato diversi stili e tecniche, rimanendo però fedele all’indagine attorno al tema del vaso e alle sue variazioni.

Dopo la formazione in California ti sei trasferito in Giappone, dove hai vissuto tre anni con Tatsuzo Shimaoka. Nei tuoi primi anni come studente e artista hai quindi incontrato due scuole che possiamo considerare fondamentali per la ceramica. Come era vivere in Giappone nel 1978?
Vivere nella campagna a nord di Tokyo nel 1978 era come fare un salto indietro nel tempo. Non c’erano riscaldamento né condizionatori, non esisteva acqua corrente e neanche lo sciacquone in bagno. Era tutto molto spartano e puro, se vuoi; mi ha insegnato a vivere con assoluta semplicità e ho amato tutto di quegli anni. Tornare in America dopo questa esperienza è stato piuttosto disorientante. Un shock culturale all’inverso!
In quei tre anni non sono mai tornato a casa e non ho mai telefonato a nessuno. Le comunicazioni con la mia famiglia avvenivano solo via lettera. Se avevo una richiesta, le mie lettere impiegavano due settimane per arrivare a casa e altre due per ricevere la risposta. Non avevo la macchina né la televisione, non esistevano le mail, il computer o il cellulare. Ho vissuto in un mondo più lento, più contemplativo, in cui i problemi erano legati solo alla vita quotidiana. I problemi del mondo non mi raggiungevano senza alcun filtro tutti i giorni (e a tutte le ore).

Se dovessi paragonare la scena contemporanea della ceramica con quella dei tuoi esordi, quali sono a tuo avviso i cambiamenti di maggior rilievo?
Mi sono formato nella California degli Anni Settanta. L’arte ceramica era iconoclasta. Era inquietante ed emozionante. Non esisteva un unico percorso da seguire. All’epoca, specialmente in California, la ceramica era disgregata in molte opportunità e si doveva scegliere autonomamente. Il lavoro di un artista che operava con l’argilla era di interrompere la storia e, naturalmente, non esisteva una storia americana tradizionale in quell’ambito, il che rendeva tutto più nebuloso. Sono andato in Giappone non perché fossi insoddisfatto di come stessero le cose o perché fossi particolarmente attratto dal diventare un vasaio, ma semplicemente perché l’opportunità si è presentata al momento giusto. Ho lasciato un sistema educativo che non aveva alcun interesse a tutelare la tradizione e sono andato a lavorare all’interno del movimento Mingei, presso Shimaoka a Mashiko, che ‒ al contrario ‒ era stata progettata per onorare la tradizione e portare avanti il passato.

Quando sei tornato negli Stati Uniti?
Sono tornato in California nel 1981 e da allora a oggi i modi in cui l’arte ceramica è stata sviluppata e apprezzata sono cambiati enormemente, specie negli ultimi cinque anni. In passato, uno come me, che lavora l’argilla, poteva solo sperare di essere rappresentato da gallerie con una specificità marginale, con poche eccezioni. Oggi ogni galleria di Los Angeles ‒ e anche della maggior parte delle città degli Stati Uniti e dell’Europa ‒ hanno incluso nella loro programmazione opere in ceramica.

Tony Marsh, Cauldron, 2019. Photo Michael Underwood
Tony Marsh, Cauldron, 2019. Photo Michael Underwood

CERAMICA E TRADIZIONE

Tommaso Corvi Mora ha dichiarato che il mondo del pottery è stata un’ispirazione costante e che si percepisce come un ceramista e non un artista. Tu hai iniziato dalla stessa passione, eppure sembra che il tuo lavoro sia in qualche modo indipendente. Come bilanci tradizione, artigianato e individualità?
Lavorare in Giappone mi ha permesso di capire in modo molto chiaro che non ero un vasaio e che non lo sarei mai stato. Tuttavia, sono ancora ‒ e sempre sarò ‒ un po’ sopraffatto dalla posizione che la ceramica occupa come intermediario tra natura e cultura. La ceramica è stata il soggetto, piuttosto che l’oggetto, di gran parte del mio lavoro.

Ci spieghi più in dettaglio cosa intendi?
Quando lavoro mi trovo spesso a respingere i dogmi artigianali per definire più correttamente il percorso che sto cercando di intraprendere o le idee che sto cercando di esplorare. Per tanti anni ho studiato il vaso di ceramica, tuttavia, per quanto possibile, volevo scivolare tra le crepe della storia e non adeguare ciò che ho realizzato a canoni culturalmente identificabili. La breve lista di lavori importanti che la ceramica ha prodotto si muove attraverso tutte le culture e i secoli della storia della civilizzazione; servire, trattenere, offrire, commemorare, abbellire, ritualizzare è diventato l’argomento di gran parte del mio lavoro.

Quando parli della tua carriera, menzioni molto generosamente diversi maestri, insegnanti e persone che ti hanno ispirato. Credi che questa capacità di riconoscere i maestri sia dovuta anche al fatto che hai lavorato per tanti anni come educatore?
Penso che la gratitudine sia stata una parte importante della mia vita, fin da quando ho memoria. Lavorare con altre persone ha probabilmente accresciuto la mia consapevolezza dell’importanza di essere grati. Insegnare è essere generosi. Dare credito a coloro che ti hanno offerto opportunità e ti hanno aiutato a crescere è semplicemente etico. Ho avuto diversi insegnanti molto importanti nel campo delle arti. Con alcuni di loro ho avuto la fortuna di lavorare, altri non li ho mai incontrati, ma il loro lavoro mi ha dato l’opportunità di provare cose che non avrei mai immaginato.

Tony Marsh, Neo Crucible, 2021, multifired clay & glaze materials
Tony Marsh, Neo Crucible, 2021, multifired clay & glaze materials

CERAMICA E FORMAZIONE

Negli ultimi anni hai notato un approccio diverso negli studenti che decidono di studiare ceramica?
Ci sono cambiamenti generazionali nei confronti del modo di vivere la vita che variano di anno in anno con gli studenti. Ma ci sono alcune costanti. La maggioranza degli studenti cerca una guida e una direzione, è un po’ passiva e pensa che l’obiettivo finale sia conseguire una laurea. Poi ci sono quelli che infrangono le regole, che hanno idee irregolari, che sono dirompenti e che costruiranno il proprio percorso nella vita. È come se alcuni fossero nati per essere artisti e alcuni decidessero di sceglierlo come materia da studiare a scuola. Imparare a riconoscere questo gruppo di studenti e trovare le chiavi giuste per aiutarli a sbloccare il loro talento è per me uno degli aspetti più affascinanti dell’insegnamento.

Quanto è rilevante l’aspetto tecnico nella tua ricerca?
Un certo approccio amatoriale nei confronti della scienza supporta alcune delle mie intuizioni, ma sono guidato da una costante curiosità verso tutto quello che è misterioso. Quindi “l’aspetto tecnico” del mio lavoro può non sembrare convenzionale. Non prendo appunti, inseguo i problemi e poi cerco un modo per uscirne. A volte è come saltare da un aeroplano cercando di costruire il paracadute prima della caduta. Il mio studio, dove ho bisogno di stare, è come quello di un orologiaio o di un macellaio. La tecnica è qualcosa di importante da conoscere, ma devo tenermi a una certa distanza di sicurezza. È troppo facile essere disciplinati dalla tecnica, che sembra avere una serie di regole consequenziali. È la tirannia del dogma della ceramica “pulita”, mentre spesso io mi sento in una rissa da bar uscita da un B-movie, con spari alle bottiglie di whiskey, sedie e vetri rotti.

Hai lavorato anche per il CSULB Center for Contemporary Ceramics. Hai notato un cambio significativo tra chi ha fatto domanda in passato e negli ultimi anni? C’è un’attenzione crescente verso la materia e come si riflette nelle richieste?
Ormai sono in pensione e non dirigo più il centro. Molti erano infastiditi dal mio approccio, ma non c’è mai stato un processo di selezione delle domande, né un periodo standard per la durata della residenza. Invitavo gli artisti più diversi, quelli che mi sembravano più ambiziosi, e talvolta me ne pentivo. Privilegiavo chi non aveva avuto una formazione specifica. Erano perlopiù artisti che volevano trasporre le loro idee nella materia e che secondo me infondevano nuova linfa alla ceramica, più di quelli che erano cresciuti in un percorso tradizionale.

Irene Biolchini

www.tonymarshceramics.com

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni
Gli artisti e la ceramica #19 – Alberto Gianfreda
Gli artisti e la ceramica # 20 – Sissi
Gli artisti e la ceramica #21 – Chiara Camoni
Gli artisti e la ceramica #22 – Andrea Anastasio
Gli artisti e la ceramica #23 – Michele Ciacciofera
Gli artisti e la ceramica #24 – Matteo Nasini
Gli artisti e la ceramica #25 – Luisa Gardini
Gli artisti e la ceramica #26 – Silvia Celeste Calcagno
Gli artisti e la ceramica #27 – Michelangelo Consani
Gli artisti e la ceramica #28 – Andrea Salvatori
Gli artisti e la ceramica #29 – Serena Fineschi
Gli artisti e la ceramica #30 – Antonio Violetta
Gli artisti e la ceramica #31 – Ugo La Pietra
Gli artisti e la ceramica #32 – Tommaso Corvi-Mora
Gli artisti e la ceramica #33 – Paolo Polloniato
Gli artisti e la ceramica #34 – Amedeo Martegani
Gli artisti e la ceramica #35 – Emanuele Becheri
Gli artisti e la ceramica #36 – Gianni Asdrubali
Gli artisti e la ceramica #37 – Arcangelo
Gli artisti e la ceramica #38 – Francesco Carone
Gli artisti e la ceramica #39 – Federico Branchetti
Gli artisti e la ceramica #40 – Aurora Avvantaggiato
Gli artisti e la ceramica #41 – Marco Ceroni
Gli artisti e la ceramica #42 – Enzo Cucchi
Gli artisti e la ceramica #43 – Liliana Moro
Gli artisti e la ceramica #44 – Luca Pancrazzi
Gli artisti e la ceramica #45 – Alberto Scodro
Gli artisti e la ceramica #46 – Cleo Fariselli
Gli artisti e la ceramica #47 –Ludovica Gioscia
Gli artisti e la ceramica #48 – Christian Holstad
Gli artisti e la ceramica #49 – Brian Rochefort

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Irene Biolchini
Irene Biolchini (1984) insegna Arte Contemporanea al Department of Digital Arts, University of Malta, ed è Guest Curator per il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, per il quale dal 2012 cura mostre site specific. È curatrice della collezione d’arte contemporanea di SCIC cucine, per cui segue anche un progetto di installazioni nel flagship store in Via Durini a Milano. Per Artribune cura la rubrica "Gli artisti e le ceramica".