Secondo appuntamento con la rubrica dedicata al legame tra diverse generazioni di artisti italiani e la ceramica come materiale chiave della loro pratica.

Dopo la prima intervista dedicata a Salvatore Arancio, Alessandro Pessoli (Cervia, 1963) è il secondo artista incontrato in questa rubrica di confine tra i generi e i continenti. Nato nella provincia italiana, trasferitosi a Milano e poi a Los Angeles, Pessoli, lavora con la ceramica da ormai diciotto anni, da quando – insomma – non era ancora di moda. Gli abbiamo per questo fatto alcune domande per capire come era fare ceramica a inizio Anni Duemila e come è farla ora, con un oceano di distanza. Perché dalle sue parole sembra che i maestri e le origini tornino, anche e soprattutto, nel rumoroso e coloratissimo isolamento americano.

Quando è avvenuto il passaggio dalla pittura alla ceramica? L’uso di smalti è stata per te un’estensione della pittura o un contraltare alla tua ricerca, permettendoti di usare una palette diversa da quella che stavi usando al momento in pittura? 
Ho iniziato a fare ceramica casualmente, invitato nel 2001 alla prima edizione della Biennale di ceramica ad Albisola, curata da Tiziana Casapietra e Roberto Costantino.
Allora la ceramica non era una tecnica molto popolare negli artisti della mia generazione, era poco usata, probabilmente troppo legata alla classicità dell’arte, alla manualità o all’idea della decorazione o arti minori. Ho studiato a Ravenna mosaico e Faenza con i suoi ceramisti è molto vicina, ma solo in questa occasione ho realizzato le mie prime prove. È stato subito un medium duttile e perfetto per le mie esigenze, qualcosa di semplice e sofisticato.
Le prime ceramiche non erano molto colorate, disegnavo molto sulle superfici piuttosto che dipingerle, in quel periodo il disegno era il centro dei miei interessi, è stato divertente usare la ceramica come fosse una carta da modellare o una forma da decorare, ma poi la natura della ceramica è questa. Ricordo una grande composizione circolare fatta da una cinquantina di formelle bianche, dal titolo 15-18, dove il disegno è il protagonista, non tanto il colore o la plasticità della scultura.

Alessandro Pessoli, Fighter and Sandrino 63, 2013. Courtesy greengrassi Gallery, Londra
Alessandro Pessoli, Fighter and Sandrino 63, 2013. Courtesy greengrassi Gallery, Londra

Come agivi, dunque, in questa prima fase?
In questa prima fase ho comunque realizzato anche delle piccole sculture di figure, in alcune di queste, insieme ai pennelli, usavo il compressore per spruzzare il colore. Questo modo di dipingere migrato dalla mia pratica pittorica, dove usavo sempre di più il colore a spray, è rimasta una caratteristica anche nelle ceramiche attuali. L’uso del colore con una palette vivace è evidente dopo il 2003, quando ho cominciato ad andare a Faenza nella bottega Gatti: la ceramica era diventata parte integrante delle mie mostre, pasticciavo e imparavo. In realtà era impossibile sbagliare, anzi senza esperienza il risultato del colore era spesso migliore delle mie intenzioni. Era imprevedibile, ma ai miei occhi c’era sempre una freschezza casuale che salvava il risultato.
Ho sempre amato la bellezza della superficie nella ceramica smaltata, è una pasta vetrosa simile alle tessere per il mosaico, luce, colore, pittura.
La differenza con la pittura su tela era anche nel processo pittorico, dipingere allora per me era faticoso, cambiavo continuamente lo stato del soggetto, cancellavo e rifacevo per giorni, un tormento! I colori si impastavano su toni grigi- bruni-azzurro spento. Invece con la ceramica ero costretto ad aspettare l’apertura del forno per vedere il vero risultato, i colori, anche fondendosi insieme, rimanevano sempre brillanti, la ceramica in quegli anni ha rappresentato una via sperimentale nel mio lavoro, ricordo che aspettavo con impazienza l’uscita del pezzo dal forno, un bambino insomma.

In alcune recenti interviste hai sostenuto che vivere in America ha influenzato la tua ricerca in pittura. Anche nelle tue ceramiche sembra esserci stato un cambiamento, nel senso che sempre più spesso incorpori materiali diversi dando vita a oggetti ibridi. Credi che anche questa nuova direzione sia influenzata dal luogo in cui produci? 
Sì, è così. Quando si vive abbastanza in un posto è inevitabile esserne influenzati. Los Angeles ha rappresentato un reale cambiamento nella mia vita, mi rendo conto di alcune cose mentre altre agiscono in un modo segreto, di cui sono meno consapevole. Milano per me era emotivamente l’inizio del secolo, Boccioni e i futuristi, era la malinconia di Sironi, colori da ciminiera, grigio piombo, cielo sporco e qualche giornata di sole, ero molto affezionato a questo, mi piaceva, mi mancano quelle giornate invernali
Los Angeles è un azzurro alto, il deserto attorno, la luce è forte, i colori accesi, tanto spazio.
Los Angeles è un tramonto con l’arcobaleno, sono le highway che percorro tutti i giorni insieme a milioni di persone, è la Pop Art che mi affascinava da ragazzino. Questa città è la matrice originale della mia Romagna Anni Settanta, ma non mi sento americano e non sono sicuramente un artista pop.

Alessandro Pessoli, Him, 2002. Courtesy Anton Kern Gallery, New York
Alessandro Pessoli, Him, 2002. Courtesy Anton Kern Gallery, New York

Quali caratteristiche hanno le ceramiche prodotte negli Stati Uniti?
Le ceramiche che ho realizzato a Los Angeles hanno i colori piatti e pieni dei giocattoli dei miei figli, che sono nati qui, sono la sfumatura dell’alba e del tramonto nelle insegne 7- Eleven, ma le forme delle mie ceramiche sono Fausto Melotti e Arturo Martini. La mia testa con i cilindri come fosse un motore da Chopper l’ho fatta pensando a una ceramica funeraria etrusca. Oppure le basi di altre ceramiche le ho fuse in bronzo usando i cespugli del mio giardino, seccati dalla siccità. Tutte queste cose sono parti del mio nuovo paesaggio.
Nel tempo mi sono costruito una specie di mia personale italianità, l’ho immaginata come un abito, una famiglia che mi protegge, si possono vedere queste figure in quello che faccio, mi aiutano a stare in piedi. Mi rendo conto che attraverso le cose in modo affettivo, mescolo, rompo e ricombino in solitudine elementi apparentemente distanti, memorie, sogni, nostalgie, voglia di libertà.  Forse per me Los Angeles rappresenta ancora la frontiera dove le cose possono succedere.

Per te la pittura parte sempre dal disegno. Quando lavori la ceramica, invece, come procedi? C’è anche qui uno studio o ti affidi direttamente alla plasticità della materia? 
Non è molto esatto, il disegno per me ha l’autonomia della pittura e nasce con lo stesso processo, dovrei fare un disegno preparatorio del disegno!
Non ho quasi mai fatto dei disegni preparatori dei quadri o sculture, non mi servono a molto, a volte succede che affiori una immagine, allora per non dimenticare faccio un scarabocchio velocissimo e metto delle note scritte con le mie intenzioni, sono dei fantasmi di disegni.
Solitamente faccio foto, guardo immagini, ascolto musica, lavorare è una pulsione interiore, penso vagamente a qualcosa che serve a iniziare. Dipingere o costruire una forma a volte è molto veloce, altre diventa una corsa a ostacoli parecchio frustrante. Disegnare, modellare, dipingere, non cambia molto, questo processo di distruzione e costruzione è sempre lo stesso.
La novità è che a volte faccio il contrario, da qualche anno per ogni mostra ho dei quaderni privati dove per esempio ho disegnato le ceramiche copiandole dal vero dopo averle finite.

Sono ormai diversi anni che lavori con la ceramica, da prima di trasferirti. Posso chiederti quali sono state le principali differenze (in termini di ricezione e produzione) tra Italia e Stati Uniti? 
In Italia, come dicevo, ho iniziato ad Albisola, poi ho lavorato a Faenza, due città con una lunga e lunghissima tradizione. In Italia è una cultura diffusa, ci sono tanti artigiani che possono aiutarti, qui negli Stati Uniti gli artisti che la usano spesso hanno i loro forni in studio, esistono corsi base o laboratori condivisi dove paghi una retta e puoi usare l’attrezzatura, puoi fare qualcosa ma il livello spesso è amatoriale. Molti usano soprattutto le alte temperature e per questo tipo di ceramica i colori sono molto limitati. Sono le università ad avere l’attrezzatura professionale, ma per frequentare i dipartimenti e usare i forni bisogna essere inscritti oppure essere invitati come artisti in residenza, dove esiste un programma del genere.
Le ceramiche che ho realizzato in questi anni le ho fatte tutte alla CSULB, l’università di Long Beach a sud di Los Angeles.
Sono stato molto fortunato, il responsabile del dipartimento, Tony Marsh, mi è stato presentato dal mio gallerista belga Xavier Xufkens. Tony è una persona speciale, ha un debole per gli artisti e mi ha spesso aiutato dandomi diverse volte uno studio all’interno del dipartimento, ho tuttora la possibilità di usare i loro forni, soprattutto i suoi!
Marsh in questi anni ha creato un posto incredibile dove lavorare, invitando tanti artisti sia dall’Europa che dall’Oriente. Anche per merito della passione di persone come Tony la ceramica è diventata un materiale sempre più usato dai giovani artisti, è diventata una tecnica molto popolare, presente in moltissime gallerie e collezioni private.
Non vivendo più in Italia, non conosco bene la situazione, ma da quello che vedo è simile anche in Europa: la ceramica gode di un vero momento di popolarità, sono tante le mostre dedicate a questa tecnica che ci accompagna da sempre, anche questa intervista è un segno dell’interesse che suscita.

Alessandro Pessoli, 2016 Empty Year, 2017. Courtesy Anton Kern Gallery, New York
Alessandro Pessoli, 2016 Empty Year, 2017. Courtesy Anton Kern Gallery, New York

Il tuo legame con i maestri italiani è evidente, nella tua opera prima ancora che nelle tue interviste. Posso chiederti chi sono invece i “compagni di strada”, gli artisti che senti più vicini in questo momento? 
Una volta ti avrei risposto con tanti nomi, adesso non so bene cosa rispondere, quelli che mi piacciono si vedono in trasparenza, inoltre ognuno ha il suo filtro che funziona come una lente deformante. Succede che si possa leggere il lavoro di un artista in modo molto diverso da come lui stesso si percepisce.
Quando ero a Milano mi sentivo parte di qualcosa, a volte mi capitava di pensare a come sarebbe stato lavorare in solitudine per tanto tempo. In qualche modo, venendo qui, è successo realmente, mi vedo come sospeso, il mio lavoro è il riflesso di questa condizione.
Assomiglio più a una zattera solitaria su un mare di detriti.

Irene Biolchini

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio

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AutoreAlessandro Pessoli
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