Conquistando luce (VII): pop

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Dallo scarto possono derivare nuove idee. Christian Caliandro analizza l’approccio di Andy Warhol all’arte e alle persone. Con un occhio di riguardo per la superficie.

A un certo punto, Andy Warhol voleva rinominare la Factory: HOLLYWOOD.
Mi è sempre piaciuto lavorare con gli scarti. Cose che vengono scartate, che non sono buone e tutti lo sanno: ho sempre pensato che hanno un grande potenziale di divertimento. È un lavoro di riciclaggio. Ho sempre pensato che ci fosse più humour negli scarti. (…) ciò che voglio dire è che gli scarti sono probabilmente brutte cose, ma che se riesci a lavorarci un po’ sopra e renderle belle o almeno interessanti, c’è molto meno spreco. Fai un lavoro di riciclaggio e ricicli persone e mandi avanti i tuoi affari, che sono i prodotti secondari di altri affari” (Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol, Bompiani, Milano 1999, p. 79).
Rifiuto assoluto (e incapacità) di raccontare una storia.
La vita è una storia.
Senza capo né coda – senza inizio né fine.
Immediatezza.
Andamento non-lineare.
Il momento svanisce continuamente. Il momento svanisce continuamente. Il momento, svanisce continuamente.
Endless going…
Time is, time was…

***

La necessità della distanza rispetto all’oggetto, alla materia che è la vita.
E, naturalmente, questa distanza comporta l’esclusione: un osservatore, un testimone, più che un partecipante.
Questa condizione (questa condanna) è necessaria all’opera, alla sua qualità e alla sua efficacia. L’opera colma – o tenta di colmare – proprio questa distanza, questa mancanza. È il modo in cui il soggetto cerca di compensare una disfunzione strutturale. Questa freddezza. E mancanza di amore.

***

Warhol era un ricevitore di idee. Lasciò che le persone attorno a lui distruggessero gli altri e se stesse. Questo avrebbe avuto per forza delle conseguenze – e le ebbe. (Una sorta di punizione per aver lasciato che accadesse: questo è il tentato omicidio del 1968 da parte di Valerie Solanas). Andy Warhol pensava davvero di essere un martire? In superficie, era freddo e insensibile: ma, dentro, era ultrasensibile. Ti indurisci… diventi cinico… senti troppo… alla fine, dopo che sei stato ferito, non senti più niente.
Parecchi tra gli esseri umani della Factory si bruciarono, e lui lasciò che accadesse. Non fece nulla, non mosse un dito. Perché gli servivano, gli serviva per il suo lavoro – i suoi film e la sua creatività (collettiva, passiva: lasciava che le cose accadessero – che la vita accadesse, che la realtà accadesse – e poi le acchiappava, le catturava, le fissava, le registrava).
Non mi è mai piaciuta l’idea di scegliere certe scene e determinati frammenti di tempo e di metterli insieme, perché poi il risultato è molto diverso da quel che è realmente accaduto – non è assolutamente come la vita, sembra così banale. Quel che mi piaceva erano i momenti reali lasciati così com’erano. (…) Io volevo solamente trovare delle persone interessanti e lasciare che fossero se stesse e parlassero di quello di cui parlavano di solito; io li avrei filmati per un certo periodo di tempo e quello sarebbe stato il film” (Andy Warhol, Pat Hackett, POP, Meridiano Zero, Padova 2004, pp. 116-117).
Personaggio pubblico impenetrabile. Indecifrabile. Assume una voce simile a quella di Jackie. Estremo. Superficie (“Guardate la superficie dei miei quadri e dei miei film – è tutto lì, io sono lì. Non c’è niente al di là della superficie”).

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Come pensavano, dicevano e scrivevano i surrealisti – ed era il tema del loro grande dissidio con i “funzionari” comunisti – per cambiare il mondo occorre cambiare gli individui. E gli individui (: le teste degli individui, i cervelli degli individui) si cambiano con l’immaginario, con le idee, con le opere, con l’arte, con la cultura.
Anche Warhol l’ha fatto. Rifiutava di presentarsi come un intellettuale (di assumerne cioè gli “orpelli”), ma lo era eccome. Sfornava idee nuove sulla società e sul presente e sul futuro, a manetta. Era una macchina. Una macchina ideatrice
pensatrice
immaginatrice
visualizzatrice
copiatrice.

Io capisco solo i veri dilettanti o i pessimi attori, perché qualsiasi cosa facciano non va mai proprio per il verso giusto, e perciò non può essere falsa. Ma non posso capire i professionisti veramente bravi. Tutti gli attori professionisti che ho visto fanno sempre le stesse identiche cose nello stesso identico momento. Sanno quando gli spettatori stanno per ridere e quando stanno suscitando il loro interesse. A me piace che le cose siano ogni volta diverse. È per questo che mi piacciono i dilettanti e i pessimi attori: non si sa mai cosa stanno per fare” (Andy Warhol, La filosofia…, cit., p. 72)
Artista e spettatore. Opera e pubblico. Artista e non-artista. Non-arte. Non-stile. Mezzi di produzione. Mezzi di riproduzione. Generosità. Disponibilità. Vita. Creazione della vita. Riflesso della vita. Ricreazione della vita. Riflesso della vita. I’ll be your mirror. Arte come riflesso. Arte come riflessione. Condivisione. Redistribuzione. Artista/non-artista. Alchimia. Amore. Relazione. Contesto.
Manufatto. Tradizione popolare, vernacolare. Arte popolare. Oggetto comune, oggetto d’uso comune. Everything becomes art. Connessione con la vita. E quando la agganci – non va più via.
1965: “(All’ICA di Philadelphia) C’erano quattromila ragazzi stipati in due stanze. Avevano dovuto togliere dalle pareti tutti i miei quadri ‒ la mia ‘retrospettiva’ ‒ perché stavano per essere schiacciati. Era favoloso: l’inaugurazione di una mostra d’arte senza arte! (…) Quando i ragazzi videro entrare me e Edie, cominciarono letteralmente a gridare. Non ci potevo credere: un giorno esponi in una galleria d’arte di Toronto e in tutta la giornata non entra neanche una persona, e il giorno dopo all’improvviso c’è gente che diventa isterica quando ti vede. Era assurdo. (…) Mi chiedevo perché tutta quella gente si fosse messa a urlare. Avevo visto ragazzi gridare per Elvis e i Beatles e gli Stones ‒ idoli rock e stelle del cinema ‒ ma era incredibile pensare che succedesse all’inaugurazione di una mostra, anche se era una mostra di pop art. Eppure… in quel momento noi non eravamo alla mostra, noi ERAVAMO la mostra, eravamo l’arte incarnata e il centro degli anni Sessanta era la gente, non quello che la gente faceva: ‘il cantante, non la canzone’, eccetera. A nessuno importava minimamente che tutti i quadri fossero stati tolti dalle pareti. A quel punto ero veramente contento di fare film.” (Andy Warhol, Pat Hackett, POP, cit., pp. 139-140).

***

Pop art. La Factory era unica, qualcosa che non è mai più accaduto nel Novecento. Superstar. America. New York. “Devi andare alla Factory.” Fama. Lavoro. Film. Puttane. Sociale. Amici. Stonati. Celebrità. Musicisti. Tossici. Assistenti. Conversatori. Sociabilità. Inclusione. Personale. Condiviso. Emozioni. Risposte. Film. Scarti. Edie. Critici. Critica. Velvet Underground. Nico. Avanguardia. Spazio. Brillo Box. Argento. TV. Futuro. Fantascienza. Astronauti. Passato. Hollywood. Narcisismo. Argento. Silver Clouds. Chelsea Girls. Lonesome Cowboys. Errori. Scarti. Film. Sbagli. Noia. Sonno. Mangiare. Empire. Metanfetamina. Speed. Timido. Spaventato. Introverso. Intimo. Elemento. Contesto. Morte. Quello che succede. Personalità estreme. Autodistruzione. Party. All Tomorrow’s Parties. Personaggi. Drag Queens. Disgrazia. Working class. Rivincita. Rivalsa. Accettazione. Rivolta. Prodotti. Identità. Persone come prodotti. Identità come prodotti. Star. Superstar. Hollywood Underground. Voyeur. Decisione. Freak. Processo. Scum.

Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

Conquistando luce (I)
Conquistando luce (II)
Conquistando luce (III)
Conquistando luce (IV)
Conquistando luce (V)
Conquistando luce (VI)

Dati correlati
AutoreAndy Warhol
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).