Docente presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Alberto Gianfreda descrive il suo rapporto scultoreo con la ceramica.

Alberto Gianfreda (Desio, 1981), scultore, lavora con diversi materiali (marmo, legno, ferro, bronzo e ceramica), cercando di riflettere in maniera costante sui temi della resilienza e dell’identità, declinate anche in grandi progetti urbani. Dal 2005 collabora con l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano dove è docente di “Tecniche per la scultura”.

Lavori la ceramica da un po’ di anni, ma il tuo rapporto con la materia è cambiato molto negli anni. Come è avvenuto questo progressivo passaggio?
Mi ha sempre affascinato la ceramica, la sua fragilità e la forza, la sua malleabilità da cruda e la sua stabilità da cotta, il cambio di colore da grigio a rosato: umana nelle sue caratteristiche fisiche e magica nelle sue trasformazioni. Non l’ho mai abbandonata dai primi lavori del 2004 in cui usavo la terracotta in relazione ad altri materiali. Il processo di cottura di argille e ferro insieme, a 1000°, generava una rottura controllata della materia e una dipendenza delle due sostanze che, reciprocamente, determinavano la forma finale. Mantengo invariato lo stesso interesse verso l’esercizio di forze, ma da alcuni anni sto applicando il processo deflagrante, di distruzione e ricostruzione, a oggetti ceramici che ritengo fortemente iconici. Continuo a cercare il rapporto tra più materie anche oltre alla ceramica, ma quello che portava prima a una tensione statica, oggi è diventato possibilità di trasformazione della forma e del valore simbolico dell’oggetto di partenza.

Ci puoi fare qualche esempio?
Una scultura che può aiutarmi a spiegare questo passaggio, collegando una fase all’altra, è Tavola di condivisione, monumento dedicato nel 2015 ai donatori di sangue, ora collocata a Palazzo Lombardia. Questa scultura è caratterizzata da un manto di frammenti in terracotta rossa, ottenuti facendo comprimere nella mano dei donatori un piccolo pezzo di argilla (circa 3000). Ogni singolo elemento è stato successivamente cotto e montato su una maglia metallica mobile. La tecnica di lavorazione e l’impiego della terracotta rendono la forma della scultura costantemente modificabile e il monumento potenzialmente infinito.

Alberto Gianfreda, realizzazione di Guardians durante Now Now, quando nasce un opera d’arte, 2019, mostra a cura di Casa Testori
Alberto Gianfreda, realizzazione di Guardians durante Now Now, quando nasce un opera d’arte, 2019, mostra a cura di Casa Testori

La ceramica in parti e in frammenti era anche al centro dell’opera che hai creato a Rimini, in un grande intervento curato da Casa Testori. Ce ne parli?
Il lavoro realizzato per Now Now. Quando nasce un’opera d’arte si intitola Guardians. Sono partito da animali in ceramica, distrutti a martellate e ricomposti su un supporto metallico mobile, sul quale si alternano bestie feroci e cani da guardia. La sequenza è stata appesa con lo stesso andamento di un antico festone. È una riflessione sul tema della sorveglianza. Questo lavoro e molti altri realizzati precedentemente, come i vasi cinesi rotti e ricomposti della serie Nothing as it seems, partono da elementi transculturali, transgenerazionali e con qualche riferimento evidente a icone dell’arte. Quello che mi interessa di questi continui processi di distruzione e ricostruzione è la possibilità di trasformare un evento drammatico in un potenziale positivo che ribalta i valori dell’elemento iniziale. L’oggetto transita dallo statuto funzionale e decorativo verso quello di opera d’arte. La dozzinalità del vaso cinese riprodotto in serie o l’animale in ceramica super kitsch diventano un pezzo unico e irripetibile ogni volta che viene movimentato. In queste sculture la drammaticità della distruzione è superata attraverso il continuo adattamento della forma, che non perde mai l’identità dell’immagine iconica originante.

Il tuo lavoro si è concentrato molto anche sull’esterno, creando grandi strutture mobili, vere e proprie architetture in movimento. Il tuo impegno si riflette anche nel progetto Leggere il territorio con l’arte, che hai ideato e porti avanti per il MAC di Lissone. Come scegli di volta in volta i materiali per i tuoi interventi? 
Più che scegliere di volta in volta i materiali da impiegare nel lavoro, per me è fondamentale scegliere la modalità con cui intervenire in un contesto e come attivarlo, sia esso uno spazio pubblico, privato, interno o esterno. Questa scelta porta inevitabilmente con sé anche l’individuazione del materiale più efficace per potenziare la relazione con il contesto. Leggere il territorio con l’arte è stata una sperimentazione che aveva proprio l’obiettivo di ridefinire il rapporto tra la scultura e il territorio, intervenendo nel processo di disegno urbano. L’idea era di ribaltare l’impoverita consuetudine di collocare la scultura in una piazza come elemento finale e decorativo di una trasformazione urbana, in favore di un impiego preliminare dell’arte a qualsiasi intervento.
Per il MAC e il Comune di Lissone ho ideato e coordinato un anno di ricerca, durante il quale abbiamo trasformato l’arte in un sismografo in grado di raccogliere, con il contributo di psicologi urbani e un team interdisciplinare, dati sensibili ed emozionali dall’area di interesse. I risultati raccolti sono stati affiancati e comparati con quelli prodotti dalle discipline tecniche da sempre impiegate nei processi di pianificazione urbana. Questo metodo permette all’arte di tornare a giocare una partita attiva nel disegno delle nostre città, rendendola partecipe di una progettualità estesa nello spazio e nel tempo del nostro abitare.

Alberto Gianfreda, Effimera, 2017, dettaglio. Courtesy Galleria Antonio Verolino, Modena. Photo Laura Marchini
Alberto Gianfreda, Effimera, 2017, dettaglio. Courtesy Galleria Antonio Verolino, Modena. Photo Laura Marchini

Con Alessandro Neretti, tuo coetaneo, abbiamo parlato a lungo delle residenze e del loro valore nella formazione e ricerca di un artista. Quali sono state le residenze che più profondamente hanno segnato il tuo percorso?
Ho partecipato ad alcune residenze che ricordo con entusiasmo. La più recente è stata London is Open, l’anno scorso a Londra, che mi ha permesso di presentare i risultati della ricerca alla Estorick Collection. Quella che però ritengo più significativa è senza dubbio Real Presence a Belgrado. Il format era quello di una residenza, ma le premesse erano completamente diverse e radicali nella necessità di prendervi parte. Nell’attuale Serbia erano appena terminati i conflitti, ma persisteva una stretta sui visti in uscita. Gli studenti delle accademie non potevano andare fuori dalla Repubblica Federale di Jugoslavia, così Biljana Tomic e Dobrila Denegri, dal 2001 fino al 2010, hanno invitato a Belgrado artisti da tutto il mondo. Io ho partecipato a questo programma per la prima volta nel 2006.

E come andò?
Era una residenza che inevitabilmente aveva a che fare con i temi della formazione e dell’identità. Forse definirla residenza è impreciso, perché si è trattato di un vero e proprio “fenomeno di trasformazione” profonda e radicale. È stato qualche cosa che ha cambiato il mio modo di fare. In questo contesto ho iniziato a immaginare che anche la scultura dovesse essere in grado di trasformarsi e adattarsi per resistere attivamente.
Oggi ti sto scrivendo proprio da Belgrado, perché a distanza di quindici anni siamo qui a discutere su arte e didattica con artisti-docenti di diverse Accademie europee che da giovanissimi avevano preso parte a Real Presence. Questa è stata senza dubbio la residenza che ha inciso, e che non smette di incidere, nella mia esperienza di artista, professore, persona.

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017
Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017

Nel 2014 hai deciso di fondare con Ilaria Bignotti e altri artisti il movimento Resilienza italiana. Quali erano le ragioni di questa scelta e cosa di quella esperienza tenti di portare avanti e testimoniare ancora oggi nella tua pratica d’artista e nella tua esperienza di docente presso l’Accademia di Brera?
Sentivamo la necessità di creare un gruppo invece che di lavorare da soli. Volevamo fondare un movimento che avesse nel suo “statuto” l’essere aperto e permeabile a incursioni di altri artisti e all’interdisciplinarità. L’esperienza nata con grande intensità non ha visto verificarsi naturalmente le condizioni che permettessero di procedere e si è quindi modificata e per me interrotta. Oggi avere condizioni e motivazioni comuni non è semplice, nonostante nell’arte tutti siamo appesantiti dalle stesse difficoltà di sistema. Quello che mi sento di ritenere valido e testimoniabile anche agli studenti sono sicuramente le premesse su cui nasceva Resilienza italiana: apertura dello sguardo, delle pratiche e dei contributi senza aspettare una convalida del proprio lavoro dal “sistema dell’arte”, ma rendendosi attivi nelle scelte e nei processi che si possono mettere in atto nei più disparati contesti, rinsaldando, oggi più che mai, il nesso tra arte e vita.

Irene Biolchini

http://www.albertogianfreda.com/

LE PUNTATE PRECEDENTI

Gli artisti e la ceramica #1 ‒ Salvatore Arancio
Gli artisti e la ceramica #2 ‒ Alessandro Pessoli
Gli artisti e la ceramica #3 ‒ Francesco Simeti
Gli artisti e la ceramica #4 ‒ Ornaghi e Prestinari
Gli artisti e la ceramica #5 ‒ Marcella Vanzo
Gli artisti e la ceramica #6 – Lorenza Boisi
Gli artisti e la ceramica #7 – Gianluca Brando
Gli artisti e la ceramica #8 – Alessandro Roma
Gli artisti e la ceramica #9 – Vincenzo Cabiati
Gli artisti e la ceramica #10 – Claudia Losi
Gli artisti e la ceramica #11 – Loredana Longo
Gli artisti e la ceramica #12 – Emiliano Maggi
Gli artisti e la ceramica #13 – Benedetto Pietromarchi
Gli artisti e la ceramica #14 – Francesca Ferreri
Gli artisti e la ceramica #15 – Concetta Modica
Gli artisti e la ceramica #16 – Paolo Gonzato
Gli artisti e la ceramica #17 – Nero/Alessandro Neretti
Gli artisti e la ceramica #18 – Bertozzi & Casoni

Dati correlati
AutoreAlberto Gianfreda
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI