Dal Villaggio ENI ad alcuni progetti realizzati a Cortina d’Ampezzo, tutta la storia dell’architetto Edoardo Gellner, eclettico perfezionista.

Edoardo Gellner si laurea tardi. Nel ’46, a trentasette anni. Prima aveva studiato Disegno e Architettura degli interni a Vienna nella scuola diretta da Josef Hoffmann e, poi, lavorato nella ditta del padre che produceva insegne e allestimenti commerciali. A indirizzarlo verso gli studi universitari è la guerra, che lo vede arruolato nella artiglieria contraerea di stanza a Trieste e gli consente brevi spostamenti a Venezia, dove prima si diploma all’Istituto d’Arte e poi si iscrive al Regio Istituto Universitario di Architettura di Venezia (RIUAV). In quegli anni allo RIUAV studiano Marcello D’Olivo, Gino Valle e Angelo Masieri e insegnano Carlo Scarpa e Giuseppe Samonà. Una concentrazione eccezionale di intelligenze poetiche che si influenzeranno a vicenda, generando un comune sentire che ancora necessita di essere indagato sia per quanto riguarda le affinità che le non meno marcate differenze. Gellner, probabilmente, è il più eclettico, forse ancora più di Samonà, di cui per alcuni anni è assistente. Se ne accorge Bruno Zevi che nel 1950 dedica un articolo nel numero 39 della rivista Metron ad alcune architetture da lui realizzate a Cortina d’Ampezzo: il negozio di abbigliamento Vanotti, gli interni di Villa Tabià, Casa Menardi, la sala da ballo dell’hotel Savoia e il progetto per l’Albergo Sporting Club. Secondo Zevi, quattro sono le influenze che si percepiscono in queste opere: il buon senso artigiano dell’esperienza viennese della Werkstätte, l’organicismo finlandese in primis di Alvar Aalto, l’influenza di Richard Neutra filtrata dal ripensamento neoplastico di Carlo Scarpa, la lezione wrightiana. Gellner è un architetto da tenere sott’occhio perché, grazie alla sua cultura figurativa, evita il vernacolo e il kitsch proprio di luoghi quali Cortina: “perché” ‒ afferma Zevi ‒ “un architetto moderno europeo resista agli inviti civettuoli della California bisogna essere Richard Neutra. Per resistere agli allettamenti più sommessi e meno avvincenti di Cortina, bisogna essere una persona colta. E Gellner lo è in ogni sua opera, preferendo rinunciare a una caratterizzazione precisa in omaggio a un intelligente e accorto eclettismo”.
La scelta moderna di Gellner non gli risparmierà in seguito critiche e polemiche. Soprattutto per gli interventi che realizza, sempre a Cortina, nei primi Anni Cinquanta e, in particolare, in occasione delle Olimpiadi invernali del 1956. Obiettivo dell’architetto è abolire il richiamo al folklore, evitando ‒ come racconta ‒ le suggestioni romantiche del vernacolo e dello spontaneo anche puntando sulla polemica e calcando la mano. “A riguardare adesso questi edifici” ‒ confesserà ‒ “si notano certi squilibri… In parte ciò può essere dovuto a una forzatura forse eccessiva, o non perfettamente controllata, da certi moduli wrightiani, che in quel momento della cultura architettonica italiana esercitavano una fortissima suggestione”. E, aggiungerà, al fatto tipicamente italiano che il programma unitario iniziale viene sistematicamente tradito in fase esecutiva.

LA COLLABORAZIONE CON ENRICO MATTEI

Forse è grazie alla collaborazione che attiva con AGIP, per la realizzazione di un motel, che Gellner entra in contatto con il personaggio che segnerà la sua carriera: Enrico Mattei, padre padrone dell’ENI da lui trasformata in una delle più importanti imprese di Stato. Mattei, figlio di un brigadiere dei carabinieri, aveva fondato una piccola impresa chimica e aveva partecipato alla guerra e poi alla Resistenza, diventandone una delle figure di primo piano. Nel 1945 era stato nominato commissario liquidatore dell’AGIP. Incarico che aveva disatteso per trasformare la società (dal 1952 ENI) in una delle multinazionali del petrolio con l’obiettivo di rendere l’Italia energicamente indipendente e non soggetta al monopolio delle multinazionali americane. Temperamento autoritario e leader nato, Mattei trasformò l’ENI in un regno personale, gestendo e corrompendo i politici proprio per tenerli al di fuori dalle scelte strategiche dell’ente; promuovendo i propri organi di stampa, per esempio con la proprietà del giornale Il Giorno; generando innumerevoli iniziative mirate a favorire lo spirito di corpo dei propri dipendenti. Personalmente integerrimo, Mattei considerava il potere come lo strumento necessario per promuovere la propria azienda e, quindi, gli interessi italiani. E come una comunità che perseguiva il bene di tutti. Quindi non solo tesa a generare profitti, ma cultura e benessere. In competizione con i propositi sociali avanzati dalla sinistra, ma anche ispirandosi ai modelli comunitari del pensiero sociale cattolico. Il patrimonio principale di ogni azienda, sosteneva, sono i propri dipendenti, i quali devono essere posti al centro. Da qui la realizzazione di case per il personale vicino ai complessi industriali di proprietà dell’azienda e la realizzazione di villaggi per le vacanze e il tempo libero per i figli e per le famiglie. Per perseguire questi obiettivi Mattei punta in particolare su un villaggio vicino a Cortina con una colonia per i giovani e miniappartamenti per il personale da assegnare su base egualitaria, senza distinzioni tra dirigenti, funzionari e operai. Avrebbero raccontato, proprio in una delle località più alla moda ed esclusive della Penisola, come fosse possibile un altro modello sociale più giusto: il modello ENI, il modello Mattei. A progettare il villaggio, che sorgerà a Bocca di Cadore, occupando un’area di circa 200 ettari per una previsione di 6mila abitanti, viene chiamato Gellner, che sarà coinvolto a partire dalla scelta della stessa localizzazione.

IL VILLAGGIO A BORCA DI CADORE

È il 1954: l’architetto ha quarantacinque anni, il capitano d’industria quarantotto. I due si devono essere piaciuti da subito, entrambi perfezionisti, autoritari, ambiziosi e generosi.
Gellner si mette a lavorare alacremente e riesce a realizzare una buona parte dell’ambizioso progetto complessivo che rimarrà incompiuto, esaurendosi di fatto nel 1962, l’anno della morte di Mattei in un incidente aereo da diversi attribuito a un attentato organizzato dalle multinazionali americane o, comunque, dagli oppositori della sua politica energetica. Gellner termina la Colonia, un organismo di 80mila metri cubi che ospita 400 bambini e 200 inservienti formata da 17 corpi di fabbrica con dormitori, refettori e l’aula magna per le riunioni. Realizza inoltre circa 270 abitazioni, il campeggio per 200 ragazzi, l’hotel, il residence e la chiesa. Per costruire il villaggio secondo il proprio progetto, Gellner non esita a scavalcare i funzionari dell’ENI per richiedere aiuto a Mattei che si mostra un committente eccezionale, sempre pronto a privilegiare la qualità anche a scapito del risparmio. Il risultato è un inserimento pressoché perfetto dell’edilizia nella natura, parte della quale è frutto della stessa progettazione dell’architetto, essendo la zona in origine una pietraia. La buona edilizia, dirà più volte Gellner, genera i luoghi arricchendo il paesaggio e non deturpandolo. È interessante notare che a mano a mano che i lavori procedono, l’architetto tende a semplificare la dotazione di tipi edilizi evitando una eccessiva proliferazione di forme.
Utilizza i colori, secondo l’insegnamento di Neutra. Manca solo il verde per il semplice motivo che è fornito dal contesto naturale. Gellner disegna tutto, arredi compresi, eseguiti dalla ditta Fantoni. Tutto nel villaggio proviene dalle migliori aziende italiane: dai materassi alle suppellettili. Inutile sottolineare la finalità politica della scelta, fortemente voluta dallo stesso Mattei. L’unica opera a più mani è la chiesa per la quale Gellner si avvale della collaborazione dell’amato maestro della RIUAV: Carlo Scarpa.
I due lavorano gomito a gomito trasformando quello che sarebbe potuto essere un handicap, e cioè l’individualismo sfrenato di entrambi, in un punto di forza. Spesso non è difficile leggere la mano dell’uno o dell’altro in competizione, ma il risultato è un ibrido perfetto che ci racconta ancora una volta che le cose migliori nascono dall’esaltazione delle diversità e non dal loro appiattirsi in formulette codificate.

Luigi Prestinenza Puglisi

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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)