Futuro Antico. Intervista all’artista Hans Op de Beeck

Ama il cinema dei fratelli Coen e la musica di Bach e non si definisce un pessimista: parla l’artista belga che con le sue opere agisce sullo spazio per dare forma a nuovi punti di vista

Fare arte è un atto costruttivo”: ruota attorno a questa convinzione la poetica di Hans Op de Beeck (Turnhout, 1969), autore di grandi installazioni, sculture, film, disegni, dipinti esposti in tutto il mondo. Lo abbiamo invitato a riflettere sul futuro.

Quali sono i tuoi riferimenti ispirazionali nell’arte?
Spesso mi è stato chiesto quali artisti hanno influenzato il mio lavoro o ne hanno ispirato la concezione. Nel mio caso il lavoro degli altri non è stato un punto di partenza, né un’ispirazione da cui allontanarsi. Mi sforzo di creare mondi paralleli tranquillizzanti e stimolo la riflessione e l’introspezione. Quando penso ad artisti moderni e contemporanei, ho rispetto e ammirazione per molti colleghi nel mondo delle arti. Mi piacciono scrittori come Raymond Carver e Louise Glück, scultori come Louise Bourgeois o Anish Kapoor, pittori come Peter Doig o Marlene Dumas, o coreografi come Sidi Larbi Cherkaoui. Tornando indietro nel tempo, sono sempre stato affascinato da maestri come Johannes Vermeer o Jan van Eyck, o da compositori come Johann Sebastian Bach. Adoro il cinema dei fratelli Coen, capaci di creare film d’autore che contengono una grande comprensione tragicomica della vita: trama, cinematografia e ritmo si fondono magistralmente nel loro lavoro.

Hans Op de Beeck, Sognare, installation views at St. Regis Rome, Roma, 2022. Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA. Photo Giorgio Benni

Hans Op de Beeck, Sognare, installation views at St. Regis Rome, Roma, 2022. Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA. Photo Giorgio Benni

Quali progetti ti rappresentano di più? Puoi raccontarci la loro genesi?
Dal momento che sono un artista multimediale, mi piacerebbe menzionare diversi lavori che mi rappresentano, realizzati attraverso media differenti, dalle installazioni alle sculture, dai film al teatro. Un buon esempio per illustrare la mia visione, concezione e approccio è l’installazione The Collector’s House (2016), dove si può letteralmente camminare e sedersi all’interno, dato che si tratta dell’evocazione a grandezza naturale di una grande stanza.  Volevo massimizzare l’esperienza del visitatore, che entra in una sala in stile neoclassico bianca e nera, di un’ampiezza di 240 metri quadrati, simile a una Wunderkammer con sculture che riproducono oggetti come un pianoforte e una gigantesca libreria, combinate con una collezione di statue e dipinti, oltre a un salotto con uno stagno di ninfee, dedicato alla contemplazione. L’opera è interamente realizzata in gesso, legno e poliestere di colore grigio, come se tutto si fosse trasformato in pietra. Questo spazio immaginario, con i suoi innumerevoli riferimenti eclettici, storici, artistici, cinematografici e letterari, è in primo luogo la messa in scena di un’atmosfera capace di attivare i sensi.

Qual è l’importanza del Genius Loci nel tuo lavoro?
Lo stesso spirito e la particolarità di uno spazio specifico hanno la loro influenza in molti dei progetti immersivi che ho realizzato nel corso degli anni. Un buon esempio è We were the last to stay (2022), un’installazione site specific di 1900 metri quadrati che ho ideato e realizzato per la Biennale di Lione. Qui lo spettatore entra nel capannone di una fabbrica, dove ho creato l’evocazione di un campeggio abbandonato a grandezza naturale, simile a un luogo sul confine tra un accampamento di roulotte nomade e improvvisato e un parco cittadino fatiscente. Sembra un posto isolato, dove una comunità chiusa avrebbe potuto vivere insieme in uno stile di vita autosufficiente. L’opera è eseguita in un colore grigio monocromatico, il che rende l’insieme simile a un luogo pietrificato, congelato nel tempo sotto uno strato di polvere o ricoperto di cenere. Il titolo si riferisce agli ultimi abitanti rimasti, quando lo slancio del sogno e delle vite condivise è passato.

Hans Op de Beeck, Sognare, installation views at St. Regis Rome, Roma, 2022. Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA. Photo Giorgio Benni

Hans Op de Beeck, Sognare, installation views at St. Regis Rome, Roma, 2022. Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA. Photo Giorgio Benni

PASSATO E FUTURO SECONDO HANS OP DE BEECK

Quanto è importante il passato per immaginare e costruire il futuro? Credi che il futuro possa avere un cuore antico?
Il futuro contiene necessariamente “un cuore antico” poiché, dal mio modesto punto di vista, il vecchio è il nuovo e il nuovo è il vecchio. L’essenza delle cose è l’atemporalità, staccata dalla cronologia. Perché la musica di Bach è ancora oggi eseguita da centinaia di migliaia di musicisti e apprezzata da milioni di persone? Perché gli stati d’animo derivanti dalla sua musica sono così attuali? La sua musica trascende il tempo lineare e va oltre la logica. Le arti hanno potenzialmente quella qualità “oltre il tempo”, che tocca l’essenza e scatena un’emozione universale oltre che personale, senza alcun bisogno di ulteriori legittimazioni.

Quale consiglio daresti a un giovane che voglia intraprendere la tua strada?
Negli ultimi vent’anni ho insegnato in molti licei e università d’arte e ho sempre cercato di incoraggiare i miei colleghi più giovani a concentrarsi sull’essenza: ostinatamente ma in maniera autocritica stare vicini al proprio sé specifico, al background da cui si proviene, al proprio gusto artisticamente corretto o errato, ai contenuti interiori e alle preferenze personali, per poi allargarle a qualcosa che parla universalmente.
Ecco un approccio che mi pare saggio: sfida sempre te stesso a lasciare la tua zona di comfort per affrontare la tua storia e rimanere creativo nel vero senso della parola. Non credo nell’atto del creare come un percorso di tormentata sofferenza, ma come un modo consolatorio e costruttivo per digerire e sublimare la nostra vita tragicomica.

Hans Op de Beeck, Sognare, installation views at St. Regis Rome, Roma, 2022. Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA. Photo Giorgio Benni

Hans Op de Beeck, Sognare, installation views at St. Regis Rome, Roma, 2022. Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA. Photo Giorgio Benni

In un’epoca definite di post verità, il concetto di sacro ha ancora importanza e forza?
Sicuramente. Io sono ateo, ma se posso espandere il significato di “sacro” a una consapevolezza spirituale, un nucleo immateriale di bontà, etica, empatia, autenticità e veridicità, credo che ci sarà sempre spazio e desiderio per questo.
Non sono un pessimista, nel senso che considero la storia come un movimento ciclico, e, partendo da quell’idea, non posso affermare che i tempi attuali siano più legati alla post verità di quanto lo fossero in certi momenti dell’antichità.
Una triste conclusione è che noi umani non impariamo dagli errori che facciamo. Ogni volta, di nuovo, ci diciamo che non dovremmo mai più andare in guerra, non dovremmo mai ripetere le cose orribili accadute in passato, dovremmo imparare lezioni e non condannare, odiare o uccidere l’altro solo perché è l’altro. Continuiamo a ripetere gli stessi, i più disumani, tragici errori.

Come immagini il futuro? Potresti darci tre idee che secondo te guideranno i prossimi anni?
Il futuro sarà sempre un passato rimasticato e il passato è sempre stato il futuro dei nostri predecessori. La storia è una ripetizione, un’alterazione senza fine di distruzioni e costruzioni, di guerra e pace, di luce e ombra. Non ho mai creduto all’idea nostalgica che le cose erano migliori nel passato. Così, da questo punto di vista, ritengo difficile definire le idee che guideranno il nostro futuro. È chiaro che la preoccupazione e l’urgenza riguardo al nostro rapporto con l’ambiente diventano sempre più rilevanti, la nostra consapevolezza del razzismo (istituzionalizzato) e il terribile passato coloniale, la disuguaglianza sociale e la discriminazione di genere… Sembra che abbiamo finalmente cominciato a capire alcuni degli aspetti meno piacevoli del mondo come l’abbiamo organizzato e definito negli ultimi secoli, anche se, guardando il tutto da un punto di vista più allargato, forse non abbiamo imparato molto dalla storia. Nonostante tutto, però, non sono pessimista né fatalista, e nemmeno cinico. Credo che abbiamo il dovere morale di rimanere ingenuamente costruttivi e ottimisti. Fare arte è principalmente un atto costruttivo; cura chi la fa e quindi, per estensione, chi la guarda.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi

Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore…

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