Futuro Antico. Intervista ad Anselm Kiefer

Protagonista di una delle mostre dell’anno, allestita nella Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale a Venezia, Anselm Kiefer si interroga sul futuro nella rubrica curata da Spazio Taverna

Sta facendo il giro del mondo la notizia dell’apertura al pubblico di La Ribaute, l’ex fabbrica di seta a Barjac, nel sud della Francia, acquistata da Anselm Kiefer (Donaueschingen, 1945) nel 1992 e trasformata nel suo studio e nella sua abitazione fino al 2007. Uno spazio modellato dall’artista che oggi è composto da gallerie sotterranee, installazioni e addirittura un anfiteatro. In questa intervista Kiefer parte dal passato per connettersi al futuro.

Quali sono i tuoi riferimenti ispirazionali nell’arte?
Questa è una domanda molto difficile alla quale rispondere, per me l’ispirazione può risalire a opere d’arte che affondano le loro radici molto indietro nel tempo. Ho difficoltà a rispondere dicendo Manet, Munch o van Gogh… Ricordo che a sedici anni ho fatto un lungo viaggio alla ricerca delle tracce di van Gogh in Olanda e in Belgio e a Parigi, dove ho persino lavorato tre settimane in una fattoria vicino a dove lui ha vissuto. Anche se ci sono delle copie di sue opere che ho fatto quando avevo quattordici anni, non posso dire che le mie ispirazioni risalgano solamente alla pittura moderna. La mia ricerca può andare molto indietro nel tempo, fino agli albori dell’umanità: nelle grotte di Lascaux, ma anche più in profondità, come ad esempio nella grotta di Chauvet vicino al mio studio.

Spiegaci un po’ meglio.
Questa grotta è più antica di Lascaux, risale infatti a circa 30mila anni fa.  Qualche anno fa, in occasione del mio compleanno, il prefetto mi ha permesso di visitare le grotte che solitamente non sono aperte al pubblico, e lì ho scoperto che, anche se più antichi di Lascaux, questi reperti sono molto più elaborati. Credo che l’arte non sia un processo evolutivo lineare, come artista si può tornare indietro nell’evoluzione della storia dell’arte e non essere ingabbiati in una idea di progresso.  Puoi rifarti a Lascaux o ispirarti alle tribù primitive in Africa, come fece Picasso.
Se poi parliamo di pittura, Tintoretto è sempre stata una mia fonte di ispirazione, anche prima dell’intervento realizzato a Palazzo Ducale. Lavori come la Scuola di San Rocco sono opere d’arte inaudite, un lavoro fantastico. Quando mi chiesero alla National Gallery di Londra di scegliere un quadro tra i pittori che amo, io ho scelto l’Origine della Via Lattea. La sfida era rifare, nello stesso formato, una mia opera che è stata esposta accanto a quella originale di Tintoretto. Sicuramente se dobbiamo parlare di pittori lui è la mia prima fonte di ispirazione.

Qual è il progetto che ti rappresenta di più? Puoi raccontarci la sua genesi?
Il progetto più sfidante per me è stato il Grand Palais a Parigi durante Monumenta. Lì per la prima volta ho combinato pittura, scultura e architettura. Stavano cercando un artista e io ho accettato in maniera completamente naïve. Lo spazio infatti è enorme e ho avuto molte difficoltà nel portare avanti il progetto, perché ho dovuto costruire sette case e ho fatto la scultura della torre, come quella di Milano, ma più alta.
Ho avuto una grande crisi perché sembrava così stupido voler competere con la grandiosità del Grand Palais. Per fortuna sotto la torre non c’era nulla e allora con una escavatrice e un martello pneumatico ho buttato giù la torre. E me lo hanno fatto fare! Non è facile in Francia fare questo tipo di cose…

Che importanza ha il genius loci all’interno del tuo lavoro?
Normalmente dico che l’edificio che ospita il quadro deve essere costruito dopo il quadro.
Ci deve essere una soglia che annuncia che ora stiamo entriamo in un altro mondo.
Ma altre volte mi piace muovermi in una stanza che ha già una sua impressione.
In questi casi la sfida è reagire e trovare una via d’uscita, come nel caso delle sale di Palazzo Ducale a Venezia.

Anselm Kiefer per Monumenta, Parigi 2007. Photo © Charles Duprat © Anselm Kiefer

Anselm Kiefer per Monumenta, Parigi 2007. Photo © Charles Duprat © Anselm Kiefer

PASSATO E FUTURO SECONDO ANSELM KIEFER

Quanto è importante il passato per immaginare e costruire il futuro? Credi che il futuro possa avere un cuore antico?
Il passato è di fondamentale importanza, niente di nuovo può essere fatto senza la nostra memoria. Noi siamo il futuro a patto che possiamo rinunciarci, siamo ciò che di nuovo appare solo se non ci pensiamo troppo. Tutti i poeti traggono la loro poesia dalla memoria dell’infanzia. Quando vediamo un nuovo paesaggio lo connettiamo con il primo paesaggio che abbiamo visto quando eravamo bambini. Tutto ciò che vediamo è attraverso la memoria, attraverso gli occhi che vengono formati durante la nostra infanzia.

Quali consigli daresti a un giovane che voglia intraprendere la tua strada?
Di non lavorare sul network, di lavorare e basta. Oggi si pensa che sia possibile costruire una carriera sul network ancora prima che la carriera cominci. Così sei sempre connesso con qualcosa ma non hai modo di fare l’unica cosa importante: guardare dentro te stesso.

In un’epoca definita della post verità, ha ancora importanza e forza il concetto di sacro?
Sono stato cresciuto come un fervente cattolico, e fino all’età di 6 anni volevo essere il Papa.
Per me era la cosa più alta che si poteva raggiungere. Poi mi hanno detto che solamente gli italiani potevano diventare Papa (anche se nel tempo abbiamo avuto un papa tedesco, ma era solamente mezzo Papa!).
C’è una storia molto bella che può spiegare il mio rapporto con il sacro: per i novizi nel monastero è proibito andare dietro la tenda che si trova vicino all’altare. Un giorno, uno di loro, trasgredendo al comando, attraversa la tenda. Il giorno lo trovano impazzito.
Per me il sacro è questo mistero.
Un’opera d’arte è una battaglia con il mondo, con la terra che sempre si richiude su se stessa. Heidegger diceva: “Ist der Streit zwischen dem vom Künstler der dem Künstler aufgebaute Welt und die hat sich immer verschließen in Erde”. È una contesa tra il mondo costruito dall’artista e la terra che si richiude.

Come immagini il futuro? Sapresti darci tre idee che secondo te guideranno i prossimi anni?
Io penso sempre al peggio. C’è un bel museo a Londra, l’Imperial War Museum, dove viene raccontata la memoria dei campi di concentramento. “Dopo che Hitler sarà sparito andrà tutto bene”? Non è così. Non va tutto bene. Penso ci sia qualcosa di sbagliato nel cervello, o nella creazione, perché è sempre il più grande che mangia il più piccolo.
Creando i diritti umani l’uomo ha pensato che fosse possibile vincere contro la natura umana, ma così non è stato. Ho difficoltà a dire che le cose andranno per il meglio.

Marco Bassan

LE PUNTATE PRECEDENTI

Futuro Antico. Intervista a Michelangelo Frammartino
Futuro Antico. Intervista a Federico Campagna
Futuro Antico. Intervista a Elisabetta Sgarbi
Futuro Antico. Intervista a Daniel Libeskind
Futuro Antico. Intervista a Roberto Cuoghi
Futuro Antico. Intervista ad Antonio Marras
Futuro Antico. Intervista a Romeo Castellucci
Futuro Antico. Intervista a Michelangelo Pistoletto
Futuro Antico. Intervista allo scrittore Hanif Kureishi
Futuro Antico. Intervista all’architetto Carlo Ratti
Futuro Antico. Intervista a Victor Stoichita
Futuro Antico. Intervista ad Andrea Cortellessa
Futuro Antico. Intervista a Giulia Ammannati
Futuro Antico. Intervista a Francesco Vezzoli
Futuro Antico. Intervista a Ginevra Bompiani
Futuro Antico. Intervista a William Kentridge
Futuro Antico. Intervista a Barbara Jatta
Futuro Antico. Intervista a Marino Niola

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Marco Bassan

Marco Bassan

Curatore d’arte contemporanea, fondatore di Spazio Taverna. Ha curato progetti per istituzioni quali il MAECI, Fondazione CDP, CONAI, i Musei Capitolini, il Museo Nazionale Romano, il Parco Archeologico dell’Appia. Nel 2023 ha consegnato la tesi di dottorato presso Roma Tre…

Scopri di più