Innamorato di tutto ciò che non esiste più, lo scrittore Edoardo Albinati immagina un mondo in cui l’articolazione del pensiero sarà un bene raro come l’acqua. Con lui abbiamo parlato di futuro. E non solo di futuro

Edoardo Albinati è nato a Roma nel 1956. Ha pubblicato libri di narrativa e poesia, tra cui Il polacco lavatore di vetri (Longanesi, 1989), Orti di guerra (Fazi, 1997), Maggio selvaggio (Mondadori, 1999), 19 (Mondadori, 2000), Sintassi italiana (Guanda, 2001), Il ritorno (Mondadori, 2002), Svenimenti (Einaudi, 2004), Tuttalpiù muoio (Fandango, 2006), Guerra alla tristezza (Fandango, 2009), Vita e morte di un ingegnere (Mondadori, 2012), Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura (Fandango Libri, 2014), La scuola cattolica (Rizzoli, 2016), vincitore del LXX Premio Strega, Sintassi italiana (Guanda, 2019). Dal 1994 Albinati lavora come insegnante presso il penitenziario di Rebibbia, a Roma.

INTERVISTA A EDOARDO ALBINATI

Quali sono i tuoi riferimenti ispirazionali nell’arte?
Racconti letti o ascoltati, l’osservazione dell’aspetto fisico delle persone, schemi narrativi canonici come quelli di favole e miti, dettagli di quadri, frasi sentite dire da sconosciuti.

Qual è il progetto che ti rappresenta di più? Puoi raccontarci la sua genesi?
Storicamente, per la sua portata, la scrittura in dieci anni de La scuola cattolica, con in mezzo molte fasi di stallo e quasi di abbandono. Nel mio pc alla fine c’erano più di cento file, e poi una dozzina di quaderni scritti a mano. Per orientarmi nella storia e montare questi materiali, ho usato un tabellone di tre metri per due, appendendovi delle tesserine con i vari episodi e argomenti del libro, in quattro colori diversi perché saltassero all’occhio le linee e le sequenze narrative.

Che importanza ha per te il Genius Loci all’interno del tuo lavoro?
L’ambiente delle mie invenzioni di solito agisce come un vero e proprio protagonista: in tutti i miei libri lo sfondo riveste un’importanza pari se non addirittura superiore a quella dei singoli personaggi. La galera, la scuola, il Quartiere Trieste di Roma, l’Afghanistan oppure una casa editrice milanese, tanto per fare qualche esempio, non sono soltanto scenografie ma luoghi animati, generatori delle storie. Due miei ultimi romanzi, Cuori fanatici e Desideri deviati, hanno come prologo un tentativo di evocazione del Genius Loci rispettivamente di Roma e Milano, lo spirito peculiare di queste due città. È il luogo a dettare la vicenda: nel mio libro più recente, Uscire dal mondo, il protagonista dell’ultima novella non potrebbe abitare altro che sul Canale della Giudecca, a Venezia. Davanti a quelle onde. Il suo desiderio di isolamento scaturisce da lì e si realizza solo lì.

Edoardo Albinati. Photo © Francesca d’Aloja
Edoardo Albinati. Photo © Francesca d’Aloja

PASSATO E FUTURO SECONDO EDOARDO ALBINATI

Quanto è importante il passato per immaginare e costruire il futuro? Credi che il futuro possa avere un cuore antico?
Io ho un vero e proprio culto di ciò che non esiste più, di ciò che è stato spazzato via dalla storia, ma al tempo stesso, mentre scrivo, sono sospeso e totalmente compreso dall’attimo presente. Al contrario dei materiali fisici, la parola esiste solo nell’attimo del suo utilizzo, cioè della sua pronuncia vocale, della sua scrittura o della lettura, poi via, svanisce. È la sublimazione del presente e della sua mobile transitorietà.  Il presente non fa che trasformarsi in passato, basta un brevissimo volgere di tempo. Un romanzo basato, poniamo, negli Anni Ottanta, non potrebbe che descrivere un mondo tramontato per sempre, distante da noi quanto i tornei medievali o il libertinaggio tra aristocratici del Settecento. Il futuro è invece interamente fuori dalla mia portata, sentimentale e intellettuale.

Quali consigli daresti a un giovane che voglia intraprendere la tua strada?
Lo sconsiglierei vivamente dall’intraprenderla. Per il suo bene.

In un’epoca definita della post verità, ha ancora importanza e forza il concetto di sacro?
Il sacro non è un concetto ma una realtà. C’è o non c’è. Al giorno d’oggi non lo si può invocare o evocare, si sono smarrite le formule per farlo, ciò non toglie che esso possa irrompere in modo imprevisto e violento o fare solo capolino, oppure ancora camuffarsi sotto mentite spoglie, nascosto negli interstizi di una realtà intasata e distratta, come fanno lo sporco e la polvere nelle nostre case. Direi comunque che gli umani lo possano rinvenire nel loro corpo, il sacro, sempre che riescano a non umiliarlo, il benedetto corpo, con le loro pratiche abusive e velleitarie.

Come immagini il futuro? Sapresti darci tre idee che secondo te guideranno i prossimi anni?
Come ho detto, sono totalmente incapace di immaginare il futuro, nemmeno quel che accadrà da qui a una settimana. In ogni caso, un bene prezioso quanto l’acqua, che come l’acqua scarseggia oggi e temo scarseggerà sempre più domani, è l’articolazione del pensiero. Argomentare, illustrare, considerare e saggiare i punti di vista. La semplificazione in atto in quasi ogni campo, politico, artistico, comunicativo, è come la siccità: inaridisce ogni discorso, riducendolo a una formula o a qualche trovata estemporanea. C’è da augurarsi che questo processo non sia irreversibile, altrimenti addio.

Ludovico Pratesi

https://www.spaziotaverna.it/

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.