Futuro Antico. Intervista al filosofo Luciano Floridi

La filosofia dell'informazione, la filosofia dell'informatica e l'etica informatica sono i campi di indagine di Luciano Floridi, al quale abbiamo chiesto di riflettere sul domani

Il filosofo Luciano Floridi (Roma, 1964), naturalizzato britannico, è professore ordinario di Filosofia ed etica dell’informazione presso l’Oxford Internet Institute dell’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab. È anche professore di Sociologia della comunicazione presso l’Università di Bologna. Dall’arte agli auspici (e ai timori) per il domani, ecco una sintesi del pensiero di Floridi.

Quali sono i tuoi riferimenti ispirazionali nell’arte?
Evitando i grandi classici come Raffaello, Michelangelo e Caravaggio, l’arte contemporanea che trovo più vicina a me, anche filosoficamente, e da cui traggo grande ispirazione è la Land Art. Ho come la sensazione che forse sia avvenuta troppo presto e si fosse consumata in un periodo in cui non la si è capita abbastanza e oggi sia talmente scontata che abbia superato il suo momento di rottura e quindi non sia più di moda.
È partita così tanto in anticipo e in un momento in cui la nostra comprensione per l’ambiente non era così raffinata che credo che se partisse oggi sarebbe un boom. Per Land Art non intendo solamente le installazioni in natura di Richard Long, ma anche l’arte urbana che racconta un modo di vivere l’habitat che è sensibile nei confronti degli aspetti più estetici della nostra esistenza.
Un’opera che di recente mi ha colpito particolarmente sono le sinopie degli affreschi di Mezzaratta nella Pinacoteca di Bologna. Le figure vagamente accennate, quasi eteree di questi disegni preparatori, rimossi da una chiesa ed esposti nella pinacoteca, hanno un aspetto estraneamente contemporaneo che tracciano a mio parere, con la Land Art, un filo rosso in cui l’umano si fonde con il naturale e con l’ambiente.

Luciano Floridi – La quarta rivoluzione. Come l'infosfera sta trasformando il mondo (Raffaello Cortina, Milano 2017)

Luciano Floridi – La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (Raffaello Cortina, Milano 2017)

Quale progetto ti rappresenta di più? Puoi raccontarci la sua genesi?
Dal punto di vista biografico quasi intimistico, è il libricino che ho realizzato recentemente che si chiama Notes to myself ‒ Notes wrapped around a bottle with a rubber band. Il sottotitolo prende ispirazione dal libro di John Steinbeck Viaggio con Charley, in cui a un certo punto parla di alcune note che ha messo insieme nel corso di questo viaggio in cui descrive un’America che sta sparendo: “And I made some notes on a sheet of yellow paper on the nature and quality of being alone. These notes would in the normal course of events have been lost as notes are always lost, but these particular notes turned up long afterward wrapped around a bottle of ketchup and secured with a rubber band”.
Questo mio libro è una selezione di note che raccolgo in un blog e che ho deciso di pubblicare su Amazon al prezzo più basso possibile per il cartaceo e gratuito in formato digitale e mi piacerebbe aggiornare l’edizione regolarmente con nuove note.

Di cosa si tratta?
Sono note brevi, non strettamente collegate, idee per libri che non scriverò mai, ricordi che mi hanno formato. Sono note non fatte per apparire in un certo modo, ma solo per raccontare le tante cose che passano per la testa e che probabilmente non andranno mai da nessuna parte, scrivendole riesco a sgombrarmi la testa da esse. Lo diceva bene Gilbert Ryle, che pubblicava testi proprio per toglierseli dalla testa, per fare un dumping di idee.
Ovviamente queste note nel libro sono curate, ma, come per la barchetta di carta lasciata andare sul fiume, la cura è un modo per liberarsi di queste idee.

Quale è l’importanza per te del Genius Loci nel tuo lavoro?
È fondamentale e paradossalmente avrei una risposta duplice: esiste un Genius Loci esterno e uno interno. Grazie a mia moglie, che è il vero genio della famiglia, ho capito che ho un Genius Loci agostiniano, interno, uno spazio mentale a cui accedo con una facilità impressionante ovunque io sono. Mi assento mentalmente senza difficoltà. Agostino infatti diceva: “Noli foras ire. Non uscire fuori, la verità abita al tuo interno” e questa frase, che rimane famosa nella storia della filosofia, viene anche ripresa da Rilke in Lettere a un giovane poeta. Questo interno è il mio Genius Loci agostiniano.
Il Genius Loci è rappresentato dagli spazi in cui lavoro. Abbiamo scelto apposta questa casa bellissima nella campagna inglese, con grandi spazi e un immenso silenzio. In questo caso il Genius Loci è un po’ bucolico e anche qui si può rintracciare la mia passione per la Land Art.
Non ho un senso della natura immacolata, genuina e primordiale, per me la natura è in realtà un concetto culturale, una produzione della nostra concettualizzazione del mondo e del nostro esperirlo. In ogni cultura ciò che è naturale è differente, basti pensare alla promiscuità sessuale dei greci che con il Cristianesimo diventa innaturale. L’idea è che la natura è un prodotto concettuale e questa campagna inglese non ha niente di naturale: ogni filo d’erba è stato curato da generazioni, ogni albero è stato potato, ogni rosa è stata importata, però questa cura ci dà un senso di abitabilità di uno spazio che è consono alla cultura interna.
L’altro Genius Loci esterno è Guarcino, in provincia di Frosinone, che è un paesino in cui abbiamo una casa e che per me rappresenta le mie radici. La mia famiglia ha vissuto a Guarcino sin dalle crociate, e lì c’è la tomba di famiglia. È da quando ho cinque anni che mio padre mi ricorda che sarò seppellito lì.

PASSATO E FUTURO SECONDO FLORIDI

Quanto è importante il passato per immaginare e costruire il futuro?
È assolutamente fondamentale ma deve essere fatto in una maniera nietzschiana, liberandoci da esso. Nel libro Sull’utilità e il danno della storia per la vita Nietzsche ci mostra quanto la storia possa essere un fattore completamente bloccante. Se tu sai troppo del passato, la tua capacità di innovazione è paralizzata. Qui a Oxford, come in ogni università, gli studenti si dispongono su una curva gaussiana: a quelli più bravi, che si trovano completamente a destra della gaussiana, la prima cosa che gli raccomando è di smettere di leggere.
Prendi carta e penna e comincia a pensare, allontanati dalla luce accecante dei grandi maestri, rimani nella penombra, fatti qualche idea tua e, armato di quelle idee, affronta la storia.
La storia è fondamentale, ma come secondo momento dialettico, è ciò con cui dobbiamo confrontarci ma non deve essere il punto di partenza: se si parte dalla storia, quasi sempre ci si rimane invischiati. Il progresso si fa in seconda battuta confrontandosi con la storia e in prima battuta pensando qualcosa di nuovo. Prima arrivano le idee e poi il riscontro con la storia.

La biblioteca della Fondazione Adiano Olivetti

La biblioteca della Fondazione Adiano Olivetti

Ci fai qualche esempio?
La nostra cultura italiana ha grandi difficolta a scardinarsi dalla storia e per questo è completamente ingessata, e quando arrivano delle reazioni, come quella dei futuristi, sono spesso di strappo poiché si sente la necessità violenta di reagire a quella che sarebbe una presenza soverchiante.
Chi invece riesce a confrontarsi in seconda battuta con la storia lo può fare senza bisogno di quella violenza iniziale. L’innovazione non è necessariamente rivoluzione, ma può essere una evoluzione sulla base di un rapporto dialettico.
Faccio un esempio fuori dal mondo artistico: la Fondazione Olivetti. Lì la storia diventa soffocante. Celebrando e musealizzando Olivetti, andiamo esattamente in direzione opposta a ciò che lui ha fatto e, invece di seguire la sua lezione, di costruire qualcosa a latere e poi di confrontarsi con la tradizione, si fa di lui una mummia che deve essere adorata. È il modo peggiore di celebrare la memoria di un genio che ha fatto esattamente il contrario. Questo succede sempre con tutti i grandi innovatori che abbiamo avuto in Italia, li si mette sull’altare e poi cominciamo ad accendere le candeline.
La filosofia moderna la facciamo partire con Cartesio, che è un ingegnere militare, e la filosofia contemporanea la facciamo partire con Wittgenstein, che è un ingegnere aeronautico. Loro facevano filosofia venendo non da studi di filosofia medievale né venendo da vent’anni di studi di filosofia moderna, ma arrivando a latere con le loro idee che confrontano poi con la storia e la tradizione in seconda battuta.

Quale consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere la tua strada?
Caute ambizioni. L’esempio perfetto si trova nell’alpinismo, anche se parlo da dilettante. Pensate all’ambizione di voler scalare la vetta più alta che riuscite a immaginare ma con la cautela di chi fa un passo dopo l’altro, e che in montagna c’è stato e ne conosce i rischi. A volte consigliamo troppa cautela o troppa ambizione, ma la combinazione tra le due per me è l’approccio giusto. Mete ambiziose, grande cautela nella metodologia e nella preparazione.
Abbiate il coraggio di avere grandi ambizioni ma anche la cautela di misurare i passi per arrivarci. Quello è un grande lavoro. L’ambizione è qualcosa di buono se alimentata da uno sforzo necessario per soddisfarla. E poi pensare con la propria testa: cosa voglio fare? Chi voglio essere? E poi confrontarsi con che cosa il mondo vorrebbe farci fare, vorrebbe che fossimo.

LO SGUARDO DI FLORIDI SUL DOMANI

In un’epoca di post verità il concetto di sacro ha ancora importanza e forza?
C’è secondo me la possibilità che la nostra cultura vada verso un concetto di sacro che non è religioso. Che ci sia una sorta di rispetto sacrale per quello che abbiamo intorno a noi sia di non creato da noi sia di creato da noi (per la natura e per la civiltà) e che questo rispetto abbia qualcosa di sacrale ma non di trascendente.
Fatto questo chiarimento, la domanda diventa complicata, perché il concetto di sacro ha una forza enorme se vissuto in maniera immanente e non trascendente. Se ci riuscissimo, il mondo sarebbe un posto migliore, poiché implicherebbe cura e rispetto dell’altro come qualcosa di irripetibile e preziosissimo.
Mi sembra possibile ma non è la direzione che vedo, al momento infatti mi sembra che si stia andando o verso l’assenza del sacro, in cui tutto può essere distrutto e ricreato, o verso una sacralità di tipo trascendente e quindi assoluta, in cui si creano anche scontri tra i diversi assolutismi. Vorrei una sacralità che fosse di tipo culturale e naturale, come mi piace immaginare fosse quella dei greci.
Ci sono due libri che mi hanno trasmesso il senso di sacralità di cui parlo, il primo è Gli anni di Annie Ernaux (confesso di averlo ammirato prima del Nobel) e il secondo è di Salvatore Satta, Il giorno del giudizio (un libro che avrebbe meritato il premio Nobel). In entrambi si sente la sacralità dell’umano, la forza della vita mentale: non quella della pianta, ma la forza del capitale semantico.

Come immagini il futuro? Potresti darci tre idee che secondo te guideranno i prossimi anni?
A questa domanda posso rispondere in due modi: il primo è come desidero che vada, il secondo è come temo che vada.
Se devo fare una previsione, penso che il futuro sarà un po’ duro perché l’ambiente non ci perdonerà i nostri comportamenti e ciò che stiamo vedendo oggi è solo un’anticipazione di ciò che sarà in futuro. Abbiamo scatenato forze che non possiamo controllare, ci sarà anche un’alba ma la notte sarà molto buia.
Ogni anno c’è un giorno in cui terminiamo le risorse disponibili nel mondo per far funzionare la società umana e quel giorno arriva sempre prima. La tecnologia in questo ci può aiutare moltissimo e forse ci sarà un’alba in cui l’umanità sarà più intelligente, più attenta, più tollerante.
Le tre idee che mi chiedi forse servono per capire come superare questa nottata in maniera un po’ più semplice: la prima idea è la resistenza culturale all’imbarbarimento che esiste ed è sempre esistito in ogni generazione. Da sempre noi siamo sia barbari che civilizzati e da sempre la civiltà deve resistere alla barbarie, l’umanità deve resistere a sé stessa. È una lotta continua, si deve continuare a vincere, non si vince mai una volta per tutte. La velocità con cui si crea la civiltà è identica alla velocità con cui la si distruggere. Va costantemente rinnovata. Il vandalismo contro il capitale semantico deve vedere un enorme impegno nella sua cura e tutela.
Insieme alla cura direi che la seconda idea è l’accrescimento e l’arricchimento dello spazio all’interno del quale operiamo, lo spazio che dà senso all’uomo e all’esistenza. Che cosa vuol dire oggi arricchire il capitale semantico, come metterlo a frutto, come evitare di sprecare i talenti (come insegna la parabola del vangelo, e lo dico da agnostico)?
La terza idea è politica: noi abbiamo bisogno di un enorme rinnovamento politico, reinventare il capitalismo e riformare la democrazia. Dobbiamo riuscire ad approfittare della grande eredità che abbiamo per reinventare la politica, ancora una volta con una difficoltà nuova, però, che è quella di avere avuto successo in passato. Quando hai avuto un grande successo, come quello dello sviluppo del capitalismo e delle democrazie novecentesche, è molto difficile innovare. Tendi a ripetere un vecchio successo che non funziona più.

Marco Bassan

https://thephilosophyofinformation.blogspot.com/
https://www.spaziotaverna.it/

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Marco Bassan

Marco Bassan

Curatore d’arte contemporanea, fondatore di Spazio Taverna. Ha curato progetti per istituzioni quali il MAECI, Fondazione CDP, CONAI, i Musei Capitolini, il Museo Nazionale Romano, il Parco Archeologico dell’Appia. Nel 2023 ha consegnato la tesi di dottorato presso Roma Tre…

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