“Preferisco che l’opera accada da sé”. Intervista all’artista anglo-italiana Alice Peach
Le cose degli altri, gli scarti, soprattutto, mi attraggono, e mi piace andare a cercarli nelle falegnamerie, nel retro dei negozi, in fondo ai cassetti… Parla l’artista anglo-italiana Alice Peach in conversazione con Saverio Verini
Lo studio di Alice Peach (Bari, 1996) è un piccolo cantiere dotato di una vitalità controllata, dove le idee vengono cucinate a fuoco lento. Un laboratorio di oggetti compostamente sfasati, di giocattoli imperfetti, di progetti felicemente disfunzionali. Le sue opere sembrano create da un bambino che si diverte ad assemblare le cose secondo una logica rigorosamente atipica; un passatempo da prendere sul serio, più che un divertimento. Questa attitudine trasmette alle opere dei sentimenti contrastanti: giocosità e delicatezza, ma anche un senso di destabilizzante malinconia. L’interesse per la manipolazione – di oggetti e concetti – è sempre percepibile, così come appare chiara l’intenzione di ricomporre, pezzo per pezzo, un catalogo anomalo della realtà che circonda l’artista. Come un puzzle disseminato di sottili incongruenze.
Chi è Alice Peach
Alice Peach è nata a Bari nel 1996. Di origine anglo-italiana, vive a Milano. Dopo la laurea in Fine Art and Textiles alla Gerrit Rietveld Academie di Amsterdam (2020) trascorre due anni a Berlino, per rientrare in Italia nel 2023. Attualmente si divide tra il suo studio a Milano e Losanna, dove nel corso dell’ultimo anno accademico ha collaborato con il docente Federico Nicolao al progetto di ricerca Assemblée des écritures all’ECAL – École cantonale d’art de Lausanne. È tra gli artisti selezionati per la terza Edizione del programma di residenze Nuovo Gran Tour 2025-2026 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea, che l’ha portata a lavorare alla Cité Internationale des Arts, a Parigi. La abbiamo incontrata in questa intervista-

Intervista ad Alice Peach
Sembra che la tua ricerca artistica sia ancorata a un immaginario e a uno stupore infantili. È, però, un’infanzia apparentemente lontana da quella che potrebbe aver vissuto una persona nata nel 1996 come te. Si può dire che la tua pratica sia alimentata da questa sfasatura temporale?
Si tratta di un’osservazione legittima. Anche se il mio lavoro non riguarda direttamente l’infanzia, è vero che ricerco negli oggetti e nei materiali che ho attorno delle potenzialità inedite che generano in me uno stupore e una risposta istintiva. Mi affascina ciò che sfugge alla vista e alla memoria e, attraverso il lavoro, si traveste di forme sempre diverse. A questa dimensione immaginifica cerco di accedere attraverso una combinazione di intuito (unendo pittura, disegno, stampa, scultura…) e una ricerca sul linguaggio (etimologia, fenomenologia, simbolismo…).
Come si sostanzia tutto ciò nella tua pratica?
Il mio lavoro è spesso composto da moduli e frammenti, come un puzzle che non segue una logica perché non vuole spiegare, ma reinterpretare esperienze e ricerche che, nel processo creativo, si mescolano fino a dissolversi. Periodicamente mi lego a motivi specifici (paracaduti, insetti, gazze ladre…) che ripropongo in varie forme e materiali per esaurirli del loro significato e tradurli in altro. Come quando si ripete una parola tante volte fino a perderne il senso. Un ulteriore aspetto, forse comune a un approccio naïf, è che mi muovo senza progettualità, anzi, preferisco lavorare partendo da un’idea, ma lasciando che il lavoro “succeda” da sé, attraverso errori di percorso, soluzioni improvvisate e accantonando progressivamente la rappresentazione qualcosa di definito.
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Mi colpisce il “calore” delle tue opere: c’è il disegno, c’è l’impiego frequente di un materiale come il legno, così come la ripresa di supporti – fogli di carta già usati, grafiche pubblicitarie – con un loro vissuto. Nel tuo lavoro le cose acquistano una loro umanità, lontana dalla freddezza del design industriale, pur mantenendo un legame con esso. Ti riconosci in questo cortocircuito?
Entrambi i miei genitori, e molte altre persone che hanno orbitato la mia infanzia, lavorano nel mondo del design e dell’architettura. Ho quindi sempre riconosciuto l’importanza degli oggetti, sviluppando una curiosità verso il percorso che dà loro vita. Il carattere degli oggetti, poi, si definisce soprattutto nella relazione che costruiamo con essi, come individui e come società: scomporre, disegnare e riassemblare oggetti è il mio modo per osservarne il valore estetico, sensoriale, affettivo, al di là di quello funzionale. Questo rapporto con le cose, inoltre mi porta a cercare materiali che hanno avuto una vita precedente. Le cose degli altri, gli scarti, soprattutto, mi attraggono, e mi piace andare a cercarli nelle falegnamerie, nel retro dei negozi, in fondo ai cassetti… Lavorare così, per me, significa aggiungere o trasformare significato, piuttosto che fabbricarlo. Poi esistono oggetti folli e tutt’altro che funzionali. Nella moda questo accade spesso: l’abbigliamento in alcune sue espressioni assurde, trasforma le persone in creature ibride, come accadeva con i cappelli femminili tra il XVI e il XIX Secolo. Ultimamente, la mia ricerca si concentra proprio su questo: comportamenti di mimetismo e dissimulazione che si attuano attraverso l’uso di oggetti – per creare diversivi, illusioni ottiche, distorsioni.
Quanto peso ha nella tua ricerca la formazione alla Gerrit Rietveld Academie di Amsterdam? E, in generale, in che modo ha inciso il lungo periodo che hai trascorso all’estero?
Alla Rietveld Academie ho studiato nel dipartimento TXT (text e textile), che univa insegnamento tecnico, ricerca concettuale e scrittura. Molti degli insegnamenti della scuola li ho interiorizzati negli anni successivi alla laurea, periodo in cui il mio lavoro è cambiato tanto. Mi sono trovata tra il 2020 e il 2022 a Berlino a lavorare in un contesto più solitario e concentrato rispetto a quello dell’accademia, un po’ per via del Covid, un po’ per scelta. È stato fondamentale avere quel tempo. Oggi compongo le mie tele cucendo insieme scarti di tessuto, e integro nei lavori pattern tessili trovati su archivi online di musei e istituzioni… Il tessuto è presente come sfondo e supporto al lavoro, ma anche come riferimento concettuale a un ordine strutturale.

Quali sono gli artisti – in qualsiasi campo – che ti hanno influenzata?
La tecnica di Lucy McKenzie, l’approccio istintivo di Helen Marten, i colori di Pierre Bonnard, gli scritti (oltre ai quadri) di Agnes Martin, le installazioni di Hanne Darboven, la teatralità di Paolo Uccello La minuziosità di ognuno mi ispira moltissimo. Aggiungo anche il saggio La scrittura delle pietre di Roger Caillois.
Che rapporto hai con i social network e il modo in cui, attraverso di essi, vengono veicolate le immagini delle opere? Te lo chiedo perché il tuo lavoro – con i suoi dettagli – mi sembra richieda una prossimità fisica difficilmente rimpiazzabile da una visione a distanza.
Oltre a Instagram, ho un sito dove pubblico le fasi di produzione e sviluppo della mia ricerca: foto di lavori in divenire, immagini d’archivio, testi e appunti personali. Questo approccio tra archivio e blog, mi serve per osservare l’evoluzione del lavoro, ma anche per mostrare ad alcune persone aspetti del processo creativo e della quotidianità in studio, che sui social si perdono o non si hanno modo di conoscere. Instagram, lo uso come strumento relazionale per conoscere artisti, scoprire progetti e iniziative.
Saverio Verini
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