I dimenticati dell’arte. Arturo Nathan, il pittore asceta apprezzato da de Chirico

A commentare la sua pittura e la sua personalità furono “mostri sacri” come de Chirico e Carrà. Per lungo tempo condannato all’oblio, oggi Arturo Nathan è al centro di una grande riscoperta

Era un uomo intelligente, mite, giusto e buono”. Con queste parole, scritte nel 1945, Giorgio de Chirico descrive il carattere dell’amico Arturo Nathan (Trieste, 1891 ‒ Biberach, 1944), il pittore triestino con il quale aveva condiviso nel 1925 “alcuni giorni di amicizia nietzschiana” nel suo appartamento a piazza Caprera a Roma.

Arturo Nathan, L’esiliato, 1928. Collezione Barilla, Parma. Courtesy Galleria Torbandena

Arturo Nathan, L’esiliato, 1928. Collezione Barilla, Parma. Courtesy Galleria Torbandena

LA STORIA DI ARTURO NATHAN

Nathan era nato a Trieste, figlio del commerciante ebreo Jacob, cittadino inglese, e di Alice Luzzatto: frequenta il liceo austroungarico della città, dove resta fino al 1911, quando il padre lo spinge a tentare una carriera nel mondo del commercio, prima a Londra e poi a Genova, dove Arturo si iscrive di nascosto alla facoltà di filosofia. Una volta compreso che non era fatto per gli affari, Arturo viene reclutato dagli inglesi nella Prima Guerra Mondiale. Torna in Italia nel 1919 e comincia a dipingere da autodidatta su suggerimento dello psicanalista Edoardo Weiss, al quale si era rivolto per curare una crisi depressiva. Già in quegli anni Nathan frequenta la crème degli intellettuali triestini, dai pittori Alberto Slataper e Giovanni Zangrando a Roberto Bazlen, Leonor Fini, Linuccia Saba, oltre agli scrittori Umberto Saba e Italo Svevo. Nel 1921 apre il suo primo studio a Trieste e comincia una carriera che appare piuttosto fortunata: se i suoi primi dipinti, come Fiume tropicale (1921), appaiono legati a una dimensione ancora naïf, vicina alle opere del Doganiere Rousseau, già nella sua prima mostra al Circolo artistico di Trieste nel 1921 Nathan guarda alla pittura metafisica di de Chirico, presente soprattutto in opere come Pomeriggio d’autunno, Scogliera incantata e Nave naufragata, tutte eseguite nel 1925. Nonostante la sua vicinanza ai temi e allo stile del Realismo Magico, Nathan non partecipa a nessuna delle due grandi collettive sul Novecento italiano (1924, 1926), mentre è presente con alcuni dipinti a due edizioni della Biennale di Venezia, nel 1926 e nel 1928. In realtà l’occasione espositiva più importante di quegli anni è la collettiva presso la galleria Milano nel 1929, in compagnia di altri due artisti triestini, Leonor Fini e Carlo Sbisà, che viene recensita con parole lusinghiere da Carlo Carrà su L’Ambrosiano: “Nelle composizioni ad olio, è palese un certo che di arcaismo che ci riporta all’indianesimo di alcuni senesi trecentisti, a parte le ragioni del colore, che è acerbo e piuttosto espressionistico”, scrive Carrà.

Arturo Nathan, Rupi vulcaniche, 1934. Collezione privata. Courtesy Galleria Torbandena

Arturo Nathan, Rupi vulcaniche, 1934. Collezione privata. Courtesy Galleria Torbandena

LA PITTURA SECONDO ARTURO NATHAN

La componente onirica prende il sopravvento nelle opere degli Anni Trenta, che corrispondono all’apice della fama di Nathan fino al 1938, quando, in seguito alle leggi razziali, la sua attività espositiva si interrompe per sempre. Nel 1940, allo scoppio della guerra, l’artista viene arrestato e confinato nelle Marche fino alla sua deportazione in Germania, seguita dalla morte, avvenuta a Biberach nel 1944. Schivo e malinconico, ha vissuto in maniera semplice e frugale, lavorando in un ufficio la mattina e dipingendo il pomeriggio in una stanza studio descritta nel 1946 da Gillo Dorfles con queste parole: “Tutto, nella stanza studio, era di cattivo gusto, ma di questo Nathan né soffriva, né si compiaceva; subiva tutto ciò come un dato di fatto inalterabile, allo stesso modo come subiva le sue grosse scarpe nere di foggia antiquata, i suoi vestiti anonimi, indossati senza ricercatezza”. Un pittore asceta, vissuto in un mondo dove il confine tra realtà e sogno era assente, come dimostrano le parole dell’artista stesso: “L’arte ha un solo soggetto: lo spirito del suo autore in ciò che contiene di profondo, di racchiuso e nella misura in cui fa parte della sua vita intima”. Dopo decenni di silenzio, l’opera di Arturo Nathan è stata riscoperta solo di recente, grazie a un’antologica appena conclusa al Mart di Rovereto, curata da Alessandra Tiddia e intitolata Arturo Nathan. Il contemplatore solitario, di poco successiva alla mostra Arturo Nathan. L’opera su carta (1920-1943) curata da Alessandro Rosada e Marilena Pasquali nel 2021 alla Galleria Torbandena di Trieste, che rappresenta un artista il quale merita di uscire dall’oblio.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi

Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore…

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