Nel suo mirino c’erano la borghesia italiana della prima metà del Novecento e la modernità. Lui è Giuseppe Novello, autore di vignette satiriche tutte da (ri)scoprire

È considerato uno dei pionieri della satira di costume nel nostro Paese, anche se Giuseppe Novello (Codogno, 1897-1988), figlio di un direttore di banca, viene avviato fin da giovane a una carriera impiegatizia, nonostante il fatto che il fratello della madre, Giorgio Belloni, fosse un artista di una certa fama. Da giovane Giuseppe frequenta lo studio dello zio e, dopo una laurea presa per accontentare il padre, nel 1919 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Milano e comincia una carriera da pittore, dedicandosi a paesaggi e ritratti figurativi di matrice accademica, esposti in quattro edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale.

Una vignetta di Giuseppe Novello
Una vignetta di Giuseppe Novello

DALLA PITTURA ALLA SATIRA

Ma il suo destino artistico è un altro, e Novello lo scopre quasi per caso, pochi anni dopo aver combattuto come membro del battaglione alpini Tirano nella battaglia di Caporetto, quando nel 1925 comincia a collaborare con la rivista L’Alpino, dove firma le sue vignette satiriche con il numero 46. Nella redazione del quindicinale incontra il giornalista Paolo Monelli, che gli chiede di pubblicare il libro di vignette La guerra è bella ma scomoda, che esce nel 1929.
Con l’amico Monelli comincia a frequentare l’osteria Bagutta, dove incontra il fior fiore degli scrittori milanesi, da Orio Vergani a Riccardo Bacchelli, oltre ad alcuni salotti letterari della città. Sempre grazie a Monelli comincia una collaborazione con la Gazzetta del Popolo, dove negli Anni Trenta pubblica tre reportage: un viaggio alla ricerca dei “monumenti più brutti d’Italia” nel ’32, un tour gastronomico nel ’34 e un itinerario turistico nelle principali località di villeggiatura del Nord Italia nel 1936. Durante la Seconda Guerra Mondiale torna al fronte come alpino, combatte in Russia e dopo essere ritornato in Italia nel 1943 viene fatto prigioniero e condotto in un lager tedesco a Wietzendorf, in Bassa Sassonia. Due anni dopo i giornali svizzeri diffondono la notizia della sua morte, e sulla stampa italiana fioriscono i necrologi. Pochi mesi dopo però Novello torna in patria vivo e vegeto, e Dino Buzzati commenta: “Il redivivo che si gode i propri elogi funebri è abbastanza novelliano, ci sembra”. Alla triste notizia Silvio Negro aveva commentato: “La morte, quando è ingiusta, colpisce di regola i migliori”. E Novello risponde: “Evidentemente e per fortuna non sono tra quella eletta schiera”.

Una vignetta di Giuseppe Novello
Una vignetta di Giuseppe Novello

LO STILE DI NOVELLO

La sua satira puntuale e tagliente ha un enorme successo a partire dal 1948, quando Novello comincia una collaborazione settimanale con La Stampa che durerà fino al 1965. Vive nel suo paese natale, Codogno, dal quale non si allontana quasi mai, e trascorre una vita tranquilla e abitudinaria. “Faccio il pendolare tra disegno e pittura”, confessa, e racconta con le sue vignette la classe borghese italiana, con le sue manie e le sue miserie. “Le vignette di Novello sono un marchingegno accurato, una bilancia a tre piatti in cui il peso comico è distribuito tra disegno, titolo e didascalia. Il tratto è sinuoso e incisivo, nitido”, puntualizza Matteo De Giuli sul sito Il Tascabile.

Una vignetta di Giuseppe Novello
Una vignetta di Giuseppe Novello

IL RITORNO ALLA PITTURA

Se gli Anni Cinquanta gli sono familiari, davanti al boom degli Anni Sessanta appare sgomento: “Il suo sguardo elitario, antimoderno, non riesce a leggere l’Italia del boom”, aggiunge De Giuli. Novello non sa come raccontare il nuovo decennio e si ritira dall’illustrazione per tornare alla pittura, che aveva abbandonato per timidezza nel 1940, dopo aver vinto un premio alla Biennale. “La pittura è innocua: uno che dipinge non dà fastidio a nessuno”, dichiara. Oggi la memoria di Giuseppe Novello, autore di volumi di vignette pubblicati da Mondadori come Il signore di buona famiglia, Che cosa dirà la gente o Resti fra di noi, è affidata ad alcune opere esposte nella sala della Pro Loco di Codogno e a una sala a lui dedicata alla Fondazione Lamberti.

Ludovico Pratesi

LE PUNTATE PRECEDENTI

I dimenticati dell’arte. Liliana Maresca
I dimenticati dell’arte. Antonio Gherardi
I dimenticati dell’arte. Brianna Carafa
I dimenticati dell’arte. Fernando Melani
I dimenticati dell’arte. Pietro Porcinai
I dimenticati dell’arte. Giuseppe Vannicola
I dimenticati dell’arte. Alberto Martini
I dimenticati dell’arte. Il Maestro di Castelsardo
I dimenticati dell’arte. Pilade Bertieri
I dimenticati dell’arte. Mario Puccini
I dimenticati dell’arte. Guglielmo Janni, il pittore amato da Ungaretti
I dimenticati dell’arte. Salvatore Meo, l’artista del riciclo
I dimenticati dell’arte. Federico Seneca, il grafico dei Baci Perugina
I dimenticati dell’arte. Il pittore Luigi Trifoglio, meteora della Scuola romana
I dimenticati dell’arte. Clotilde Marghieri, la scrittrice che parlava con Bernard Berenson
I dimenticati dell’arte. Bruno Caraceni, l’artista che ha ispirato Burri
I dimenticati dell’arte. Vincenzo Rabito, l’analfabeta che diventò scrittore

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.