Sono pressoché inesistenti le notizie biografiche sul pittore quattrocentesco Nicola Antonio, soprannominato Colantonio, ma le sue opere sono riunite in una sala del Museo di Capodimonte

Chi era Nicola Antonio, soprannominato Colantonio, il pittore vissuto a Napoli tra il 1420 e il 1470, il quale avrebbe istruito il giovane Antonello da Messina? Per il momento parliamo di una figura leggendaria, visto che le uniche notizie su di lui provengono da una lettera scritta dall’umanista napoletano Pietro Summonte al suo collega veneziano Marcantonio Michiel nel 1524, dove Colantonio viene descritto come il pittore di corte di Renato d’Angiò intorno al 1440, poi sostituito sul trono da Alfonso d’Aragona nel 1444. Ma Summonte assegna a Colantonio un compito ancora più importante, che consisteva nel “copiare” i dipinti fiamminghi presenti a Napoli nelle collezioni di Renato, che aveva chiamato alla sua corte addirittura un pittore delle Fiandre, Barthélemy d’Eyck.

Colantonio, San Francesco consegna la regola al primo e secondo ordine francescano, 1444-46 ca., tempera su tavola, 176x150 cm. Courtesy Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli
Colantonio, San Francesco consegna la regola al primo e secondo ordine francescano, 1444-46 ca., tempera su tavola, 176×150 cm. Courtesy Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli

LA STORIA DELLE OPERE DI COLANTONIO

Sulla base delle informazioni tratte dalla lettera di Summonte, dopo decenni di studi, teorie e ipotesi, gli storici dell’arte hanno ricostruito la storia dei capolavori che Colantonio, accompagnato dal giovane Antonello arrivato dalla Sicilia, aveva dipinto per alcune chiese di Napoli, oggi tutti conservati a Capodimonte. A cominciare da un grande polittico, poi smembrato, per la chiesa francescana di San Lorenzo Maggiore, dominato da un grandioso San Girolamo nello studio, iniziato dall’artista intorno al 1440 in uno stile molto vicino al mondo fiammingo, caratterizzato da un realismo quasi fotografico, visibile soprattutto negli oggetti che affollano le mensole dello studio, dove il santo è raffigurato seduto mentre cerca di togliere una spina dalla zampa di un leone. Sopra questa scena di grande virtuosismo pittorico l’artista avrebbe eseguito qualche anno più tardi, per il nuovo sovrano spagnolo, il San Francesco che dona la regola alle clarisse, databile intorno al 1444-46, dove il fondo dorato e il pavimento di maioliche, con lo stemma di Alfonso, tradisce un gusto più vicino allo stile del pittore catalano Jacomart Bacò, pittore di corte del re d’Aragona.

Colantonio, San Vincenzo Ferrer e le sue storie, 1456-65 ca., polittico, olio su tavola. Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli. In deposito dalla Chiesa di San Pietro Martire di Napoli
Colantonio, San Vincenzo Ferrer e le sue storie, 1456-65 ca., polittico, olio su tavola. Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli. In deposito dalla Chiesa di San Pietro Martire di Napoli

COLANTONIO TRA LE FIANDRE E LA SPAGNA

Con un occhio alle Fiandre e l’altro alla Catalogna, Colantonio continua la sua attività ed esegue altre due opere, entrambe di grandi dimensioni: una Deposizione della croce (1455-60) per San Domenico Maggiore e il Polittico di San Vincenzo Ferrer (1456-65) per la chiesa di San Pietro Martire, dove, secondo Pier Luigi Leone De Castris, sarebbe intervenuto in maniera più marcata il giovane Antonello. Qui la figura del santo che domina la tavola centrale sembra ispirata alle volumetrie rinascimentali di Piero della Francesca, mentre nelle scene laterali che raccontano i miracoli di San Vincenzo Colantonio avrebbe dato prova del suo poliedrico talento, passando da scene di paesaggio ad ardite architetture come la cappella del Maschio Angioino, dove l’artista ritrae Isabella Chiaramonte, moglie di re Ferrante, figlio di Alfonso d’Aragona, mentre prega insieme ai figli, dimostrando la propria devozione per San Vincenzo Ferrer, canonizzato nel 1456. Se per Summonte Colantonio aveva “una gran destrezza in imitar quel che voleva, la quale imitazione ipso avea tutta convertita in le cose di Fiandra”, oggi sappiamo che in realtà, come sottolinea Ferdinando Bologna, era il punto di convergenza dei rapporti culturali con Fiandre, Francia e Spagna. Oscurato dalla fama del suo allievo e privo di documenti biografici, questo artista parla solo attraverso le sue opere riunite in un’unica sala al Museo di Capodimonte, dove il suo talento permette di collocarlo da protagonista tra i maestri del “Rinascimento mediterraneo”.

Ludovico Pratesi

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AutoreAntonello da Messina
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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.