Nato a Subiaco ma innamorato della Germania e della sua tradizione pittorica, Renato Tomassi fu uno degli artisti che documentarono con tele e ritratti la vita al fronte durante la Prima Guerra Mondiale

A volte la vocazione per l’arte può arrivare per caso, e cambiare completamente il futuro di un giovane, avviato a una carriera militare. È stato il caso di Renato Tomassi (Subiaco, 1884 ‒Roma, 1972), nato a Subiaco dal matrimonio tra Luigi Tomassi, maestro elementare appassionato di musica, e Marianna, figlia del marchese Vincenzo Giustiniani.

Renato Tomassi, Mia moglie, 1925. Courtesy Galleria Berardi
Renato Tomassi, Mia moglie, 1925. Courtesy Galleria Berardi

LA STORIA DI RENATO TOMASSI

Amante delle belle donne, cacciatore e gaudente, il giovane Renato incontra a un torneo di tiro il pittore ungherese Roberto Wellmann, che ha uno studio a Subiaco. Wellmann intuisce subito le doti di disegnatore del ragazzo, che ben presto abbandona i suoi progetti precedenti per trasferirsi a Roma, dove frequenta lo studio e l’accademia privata dell’artista tedesco Sigmund Lipinsky, affollata di studenti. Sempre più vicino all’ambiente germanico nella Roma del primo Novecento, Tomassi si interessa anche alle opere di Otto Greiner, artista assai apprezzato pure da Gino Severini e Umberto Boccioni, proprio per la precisione del suo pennello e l’originalità delle sue visioni, all’interno della schiera dei cosiddetti Deutsch-Römer, gli artisti tedeschi innamorati dell’Italia, con il desiderio di seguire la tradizione del Grand Tour. Un’eredità già visibile nell’Autoritratto del 1906, esposto alla mostra romana della Società degli Amatori e Cultori delle Belle Arti, ma soprattutto nel magnifico Ritratto di Prelato, eseguito nello stesso anno, dove si ravvisa l’interesse del giovane pittore per l’arte del Cinquecento di area germanica, e in particolare per i ritratti di Hans Holbein il Giovane, come è stato suggerito da Matteo Piccioni, studioso di Tomassi. Dal 1906 al 1910 il pittore lavora in un atelier nel cortile di Palazzo Venezia, e vive nella casa di uno zio prelato, Giuseppe Latini. Nel 1910 visita Berlino, ospite dello scultore August Kraus: durante il soggiorno berlinese ha occasione di incontrare alcuni membri della Secessione, come Max Liebermann e Lovis Corinth, e di approfondire l’interesse per Ferdinand Hodler. Dopo questo viaggio i suoi legami con la cultura artistica tedesca si stringono ancora. Non è un caso che, una volta tornato a Roma, entri a far parte della Deutsche Künstlerverein, l’associazione dei pittori tedeschi della città, mentre la sua produzione conta alcuni ritratti di notevole qualità, come il Ritratto della madre (1912), oggi alla Galleria Nazionale, insieme ai volti di prestigiosi esponenti della comunità germanica in città, come Alfredo Bretschneider, amico della famiglia Tomassi, e Federico Hermanin, allora direttore del Museo di Palazzo Venezia, che presenta la mostra personale di Tomassi nel ridotto del Teatro Nazionale nel 1923.

Renato Tomassi, In posa, 1918. Courtesy Galleria Carlo Virgilio
Renato Tomassi, In posa, 1918. Courtesy Galleria Carlo Virgilio

TOMASSI DAL FRONTE ALLA GERMANIA

Nel 1915 lo scoppio della Prima Guerra Mondiale sconvolge la vita di Tomassi, che si reca al fronte e fa parte di quei “pittori soldati” che documentano, attraverso le loro tele, la vita in trincea, dove esegue opere di grande intensità come Ritratto di attendente (1917) e In posa (1918). Tornato dalla guerra, realizza alcuni ritratti femminili particolarmente riusciti come Ritratto di Nadia, che raffigura la sua seconda moglie, figlia di Alfredo Bretschneider, e il Ritratto di Irene Ibsen (1920), nipote del celebre drammaturgo norvegese. Negli Anni Venti e Trenta Tomassi affianca a ritratti di notevole intensità psicologica e rigore di esecuzione anche vedute, paesaggi e scene di vita quotidiana, presentati regolarmente in mostre pubbliche. Partecipa una sola volta alla Biennale di Venezia nel 1934, dove espone La mia famiglia (1932), sottolineando la sua predilezione per opere di carattere familiare. Nello stesso anno viene chiamato a realizzare la decorazione musiva dell’abside della chiesa romana di San Roberto Bellarmino, costruita dall’architetto Clemente Busiri Vici nel 1933, che Tomassi esegue con uno stile marcatamente neo medioevale. Tre anni dopo si trasferisce in Germania, dove si sposta tra Berlino, Potsdam, Dresda e Bad Berleburg, dove è sepolto. In terra tedesca la sua attenzione al disegno viene meno in favore del colore, che domina le sue opere più tarde. Tomassi è stato riportato sotto la luce dei riflettori grazie alla mostra Renato Tomassi (1884-1972). Dalle secessioni al realismo magico, curata da Matteo Piccioni nel 2017 presso la galleria Berardi.

Ludovico Pratesi

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CuratoreMatteo Piccioni
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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.