Si parla di disegno nel nuovo capitolo della serie dedicata agli artisti “dimenticati”. Stavolta lo sguardo è rivolto ad Alberto Martini.

Per imparare il disegno a penna, strumento difficile e acuto come il violino, è necessario lavorare di giorno e di notte per molti anni”. Sono parole di Alberto Martini (1876-1954), uno dei maggiori illustratori italiani del Novecento dal tratto preciso e raffinato, creatore di immagini abbinate a testi di Dante Alighieri e Luigi Pulci, ma anche a Edgar Allan Poe e William Shakespeare. Eppure, forse per la confusione con lo scultore Arturo ‒ ben più noto di lui ‒, la fama di Alberto è relegata ai cultori del fantastico, mentre l’artista meriterebbe ben altra risonanza.

Alberto Martini, Le puits et le pendule, illustrazione per i Racconti di Edgar Allan Poe, 1907. Courtesy Galleria Carlo Virgilio
Alberto Martini, Le puits et le pendule, illustrazione per i Racconti di Edgar Allan Poe, 1907. Courtesy Galleria Carlo Virgilio

LA STORIA DI ALBERTO MARTINI

Nato a Oderzo, in provincia di Treviso, dal pittore e disegnatore Giorgio Martini e dalla contessa Maria Spineda de Cattaneis, fin da ragazzo dimostra una spiccata predilezione per il disegno, che lo porta a soli diciotto anni a illustrare Il Morgante Maggiore di Luigi Pulci con tredici tavole di gusto neomedievale. Due anni dopo, nel 1897, è già sulla cresta dell’onda e presenta alla Biennale di Venezia un ciclo di 14 disegni intitolato La corte dei miracoli, con un tratto preciso e puntuale, molto vicino alla grafica rinascimentale tedesca: grazie all’originalità delle opere l’anno seguente espone a Monaco di Baviera. La sua carriera subisce un’ulteriore svolta nella primavera del 1898, in occasione della sua mostra alla Società Promotrice di Belle Arti di Torino, dove incontra il noto critico napoletano Vittorio Pica, che sarà il suo pigmalione per molti anni. Grazie all’appoggio di Pica fioccano le commissioni, a partire dalle illustrazioni per la Divina Commedia, a seguito della vittoria al concorso bandito da Alinari nel 1900. Nel 1905 Martini comincia a collaborare con La Lettura, rivista allegata al Corriere della Sera, e disegna le copertine per Poesia, il mensile fondato da Filippo Tommaso Marinetti. Nello stesso anno comincia a lavorare alle illustrazioni per i Racconti di Edgar Allan Poe, un progetto che lo accompagna fino al 1909 e gli permette di sviluppare il gusto per l’immaginario noir ed esoterico che caratterizza il suo stile maturo. Scheletri, mostri, scimmioni, corvi e teschi costituiscono l’immaginario prediletto di Martini, reso più intenso da un sofisticato chiaroscuro grazie a un uso controllato della china.

Alberto Martini, Vanitas con autoritratto, 1920. Courtesy Galleria Carlo Virgilio
Alberto Martini, Vanitas con autoritratto, 1920. Courtesy Galleria Carlo Virgilio

LA TECNICA DI ALBERTO MARTINI

La mia penna è, a seconda dei casi, forte come un bulino e leggera come una piuma”, racconta l’artista. “I passaggi dal bianco al nero, la modellazione delle carni, dei veli, dei velluti, dei capelli, dell’acqua, delle nubi, della luce e del fuoco l’ottenevo con una finissima tessitura di tratti, che elaboravo con la penna riversata, poi punteggiando e infine ritoccando con la punta d’acciaio”. Una tecnica infallibile, dovuta ad anni di pratica iniziata da bambino grazie agli insegnamenti paterni, permette a Martini di elaborare un immaginario fantastico che lo conduce, all’alba della Prima Guerra Mondiale, a realizzare 54 litografie intitolate Danza Macabra, che vengono utilizzate dagli inglesi come propaganda bellica: sono immagini talmente forti che il pittore Federico Zandomeneghi ne rimane impressionato.

Alberto Martini, Hop Frog, illustrazione per i Racconti di Edgar Allan Poe, 1907. Courtesy Galleria Carlo Virgilio
Alberto Martini, Hop Frog, illustrazione per i Racconti di Edgar Allan Poe, 1907. Courtesy Galleria Carlo Virgilio

IL DESTINO DI ALBERTO MARTINI

Negli Anni Venti la fama di Martini aumenta ancora: nel 1919 inizia una collaborazione con la galleria Pesaro, espone varie volte alla Biennale di Venezia ed entra in contatto con diversi esponenti dell’aristocrazia milanese. Ma all’inizio del decennio successivo la sua fortuna gira: i critici italiani lo ignorano e nel 1928 Martini decide di trasferirsi a Parigi, dove rimane fino al 1934. La capitale francese offre all’artista un’occasione straordinaria per sviluppare la vena simbolista del suo lavoro, che lo porta a illustrare opere di Rimbaud, Baudelaire e De Vigny, e avviare una produzione di dipinti “neri”, di livello diseguale. Tornato in Italia a causa di una difficile situazione finanziaria, continua a lavorare ma senza grandi esiti, e muore a Milano nel 1954.
Come suggerisce Alessandro Botta, il punto di partenza dello stile simbolista di Martini è rintracciabile proprio nei disegni per i Racconti di Poe, protagonisti di una piccola ma preziosa antologica dedicata ad Alberto Martini dalla galleria Carlo Virgilio di Roma, curata dallo stesso Botta e intitolata Alberto Martini. La penna è il bisturi dell’arte.

‒ Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.