Figura di spicco nel panorama pittorico romano degli Anni Trenta, Guglielmo Janni interruppe bruscamente la sua carriera, senza una ragione apparente, finendo nel dimenticatoio della Storia.

Nella pittura di Janni c’è un impeto sorvegliato da tanta grazia”. Con queste parole il poeta Giuseppe Ungaretti presenta nel 1935 la pittura dell’artista Guglielmo Janni (Roma, 1892-1958) in occasione di una sua mostra personale alla Galleria della Cometa. È il momento di maggior successo di Janni, tanto che l’anno seguente viene invitato alla Biennale di Venezia, dove presenta tre tele. Alle sue spalle ha una carriera altalenante ma notevole. Figlio dell’avvocato Giuseppe Janni e di Teresa, nipote del poeta Giuseppe Gioacchino Belli, Guglielmo trascorre un’infanzia condizionata dal carattere autoritario del padre, che si addolcisce soltanto alla morte di sua sorella maggiore Virginia, malata di tisi, nel 1906.

LA STORIA DI GUGLIELMO JANNI

Per accontentare i genitori si iscrive a giurisprudenza, ma dopo aver combattuto per quattro anni al fronte durante la Prima Guerra Mondiale, nel 1919 interrompe gli studi e decide di seguire le sue inclinazioni artistiche, che lo portano prima a iscriversi all’Accademia di Belle Arti e poi a lavorare nello studio del suo professore di decorazione Giulio Bargellini, impegnato in una serie di commissioni pubbliche. Per premiarlo del suo impegno, Bargellini gli affida la decorazione del soffitto della Sala del Consiglio della Banca d’Italia, dove Janni dipinge a tempera la Storia della Moneta Italiana: è la sua prima commissione pubblica.
Nel cantiere di palazzo Koch Janni conosce Alberto Ziveri, anche lui assistente di Bargellini, e diventano grandi amici, lavorando fianco a fianco per anni sui ponteggi delle Terme a Montecatini e all’interno del palazzo di Giustizia e dell’Istituto nazionale delle Assicurazioni a Roma. Nel frattempo Janni comincia anche una carriera come pittore da cavalletto, trattando soprattutto figure di santi, dipinte con uno stile vicino ai preraffaelliti. Nel 1927 realizza uno dei suoi capolavori, il San Sebastiano in collezione Cerasi, (oggi esposto a Palazzo Merulana), dove Janni dimostra di conoscere sia maestri del Rinascimento come Andrea Mantegna, Piero della Francesca e Antonello da Messina sia le atmosfere sospese e metafisiche di Giorgio de Chirico.

Guglielmo Janni, Autoritratto. Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Museo della Scuola Romana. Comodato Bertolami
Guglielmo Janni, Autoritratto. Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Museo della Scuola Romana. Comodato Bertolami

LO STILE DI JANNI

Intorno al 1930, grazie all’incontro con Mario Mafai e Scipione, che gli vengono presentati dall’amico Ziveri, il suo stile passa da un tonalismo neoquattrocentesco a una pittura di matrice espressionista, caratterizzata da pennellate gestuali e da un cromatismo acceso e vibrante, che lo avvicinano alla Scuola Romana. Anche i soggetti mutano: da scene religiose a figure umane e nature morte, sempre più intense, come Endimione (1931), dove l’eroe della mitologia greca viene raffigurato come un giovane contadino addormentato, lasciando supporre una fascinazione dell’artista per i suoi modelli di tipo omosessuale.

Guglielmo Janni, Soldati. Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Museo della Scuola Romana. Comodato Bertolami
Guglielmo Janni, Soldati. Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Museo della Scuola Romana. Comodato Bertolami

L’IMPROVVISO ABBANDONO DELLA PITTURA

Dopo una serie di mostre collettive e personali, che lo avevano reso protagonista della pittura romana degli Anni Trenta, nel 1937 Janni interrompe bruscamente la sua carriera, dopo aver visitato con Ziveri l’Esposizione Internazionale di Parigi. Le ragioni rimangono misteriose, ma erano probabilmente dovute a diversi fattori: il rifiuto di iscriversi al partito fascista, il suo carattere schivo e riservato e forse anche un’omosessualità non accettata. Dopo aver messo da parte tele e pennelli, negli ultimi vent’anni della sua vita Janni si dedica interamente allo studio dell’opera del nonno Giuseppe Gioacchino Belli, in maniera ossessiva. Si chiude in una sorta di isolamento volontario, interrotto solo dalle visite di pochi amici, e scrive la monumentale biografia di Belli in dieci tomi, Belli e la sua epoca, a conclusione di anni di ricerche. Nel 1958, anno della sua morte, stava lavorando alla terza versione del dattiloscritto, che viene pubblicato nel 1967 a cura di Romeo Lucchese. La pittura di Janni è stata riscoperta da Maurizio Fagiolo dell’Arco, che gli ha dedicato un’ampia antologica all’Accademia di San Luca a Roma nel 1986.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.