Proveniente da una famiglia umile, solo in tarda età Vincenza Rabito si è seduto davanti a una macchina da scrivere, dando forma al romanzo “Terra matta”, diventato rapidamente un caso letterario

È possibile per un analfabeta diventare scrittore? Sembra una contraddizione in termini, eppure è successo a Vincenzo Rabito (Chiaramonte Gulfi, 1899-1981), uno dei casi letterari più eclatanti della storia della letteratura italiana. La vita del giovane Vincenzo non è tra le più facili: nasce alla fine dell’Ottocento da una famiglia umile nel paese di Chiaramonte Gulfi, nella Sicilia profonda. Fin da giovanissimo, invece di andare a scuola, lavora in campagna per aiutare la madre, rimasta vedova con sette figli. Nella Prima Guerra Mondiale va a combattere al fronte, e negli Anni Venti si lascia tentare dall’avventura nelle colonie in Africa, senza successo. Durante il secondo conflitto mondiale lavora come minatore nelle miniere di carbone in Germania, per poi tornare in Italia, sposarsi e allevare tre figli nella sua amata Sicilia, grazie ai soldi guadagnati con lo stipendio da cantoniere di una strada provinciale.

Gruppo di musicisti con Paolo Rabito, fratello di Vincenzo, seduto al centro. Archivio Salvina Rabito
Gruppo di musicisti con Paolo Rabito, fratello di Vincenzo, seduto al centro. Archivio Salvina Rabito

RABITO E LA SCRITTURA

Una volta pensionato e già anziano, un giorno Rabito comincia a battere i tasti della macchina da scrivere Olivetti Lettera 32, di proprietà del figlio Giovanni. Lo farà per tre anni, dal 1967 al 1970, per raccontare “la molto desprezzata e maletrattata vita”: mille pagine dattiloscritte in una lingua sgrammatica ma affascinante, con periodi molto lunghi dove ogni singola parola è divisa dalle altre da un punto e virgola. Quando il figlio prende il manoscritto per tentare di trovare un modo per pubblicarlo, Rabito riprende la narrazione, che interromperà solo tre giorni prima di morire, nel 1981, riempiendo altre 1400 pagine. Un’opera “monstre”, protagonista di un’autentica avventura editoriale: nel 1999 Giovanni Rabito consegna il manoscritto all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, che custodisce diari e testi di scrittori non professionisti. L’anno seguente l’opera vince il premio annuale dell’Archivio con questa motivazione: “Rabito si arrampica sulla scrittura di sé per quasi tutto il Novecento, litigando con la storia d’Italia e con la macchina per scrivere, ma disegnando un affresco della sua Sicilia così denso da poter essere paragonato a un Gattopardo popolare”. Si comincia a parlare di lui tanto che il romanzo, intitolato Terra matta e curato da Luca Ricci ed Evelina Santangelo, viene pubblicato nel 2007 da Einaudi, e la critica comincia ad accorgersi dello scrittore analfabeta.

Vincenzo Rabito - Terra matta (Einaudi, Torino 2014)
Vincenzo Rabito – Terra matta (Einaudi, Torino 2014)

LA FORTUNA DI RABITO

Paolo Mauri scrive sulle pagine de la Repubblica: “La vera protagonista di questo libro autobiografico è la scrittura: questo italiano tirato giù dall’Empireo dove lo hanno collocato i grandi poeti e narratori della nostra tradizione e rimescolato con la terra delle trincee e con le bestemmie dei soldati”. Ma la fortuna di Rabito va oltre: nel 2009 Vincenzo Pirrotta adatta il testo per il teatro, e tre anni dopo Costanza Quatriglio e Chiara Ottaviano firmano il documentario Terramatta; il Novecento italiano di Vincenzo Rabito analfabeta siciliano, presentato al Festival di Venezia, mentre i passaggi del testo relativi alla Prima Guerra Mondiale vengono regolarmente riportati come testimonianze dell’epoca. La memoria di Vincenzo viene custodita da Giovanni Rabito, grazie a un sito molto efficace per conoscere meglio la vita e l’opera dello scrittore analfabeta.

Ludovico Pratesi 

www.vincenzorabito.com

LE PUNTATE PRECEDENTI

I dimenticati dell’arte. Liliana Maresca
I dimenticati dell’arte. Antonio Gherardi
I dimenticati dell’arte. Brianna Carafa
I dimenticati dell’arte. Fernando Melani
I dimenticati dell’arte. Pietro Porcinai
I dimenticati dell’arte. Giuseppe Vannicola
I dimenticati dell’arte. Alberto Martini
I dimenticati dell’arte. Il Maestro di Castelsardo
I dimenticati dell’arte. Pilade Bertieri
I dimenticati dell’arte. Mario Puccini
I dimenticati dell’arte. Guglielmo Janni, il pittore amato da Ungaretti
I dimenticati dell’arte. Salvatore Meo, l’artista del riciclo
I dimenticati dell’arte. Federico Seneca, il grafico dei Baci Perugina
I dimenticati dell’arte. Il pittore Luigi Trifoglio, meteora della Scuola romana
I dimenticati dell’arte. Clotilde Marghieri, la scrittrice che parlava con Bernard Berenson
I dimenticati dell’arte. Bruno Caraceni, l’artista che ha ispirato Burri

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.