Nonostante le scarse informazioni in merito alla sua esistenza, Ennio Belsito va ricordato come uno dei primi pittori ad aver guardato a Oriente, seppur con una serie di limiti, nella prima metà del Novecento

Della vita del pittore Ennio Belsito ci sono poche informazioni, visto che la sua attività è documentata per soli 17 anni, dal 1931 al 1948. Sappiamo che era figlio del genovese Giuseppe Belsito, comandante della Marina Mercantile molto attivo nella promozione degli scambi commerciali con l’Estremo Oriente, e fratello di Orazia Belsito, poetessa e scrittrice molto attiva negli anni del fascismo e autrice del volume Le giornate del fascismo, uscito nel 1929. Orazia sposa lo scultore Giovanni Prini, e si trasferiscono insieme da Genova a Roma nel 1900, in un grande appartamento a palazzo Lanzavecchia, in via Nomentana 44. La loro casa ospitava uno dei salotti culturali più ricercati della città, frequentato da artisti e scrittori come Duilio Cambellotti, Mario Sironi, Sibilla Aleramo, Giacomo Balla, Grazia Deledda, Sergio Corazzini, Umberto Boccioni, Gino Severini, e probabilmente anche da Ennio, quando andava a Roma a trovare la sorella. Lui aveva scelto di accompagnare il padre nei suoi viaggi in Oriente, soprattutto in Cina e a Macao, dove Giuseppe muore nel 1920, per documentare quel mondo lontano, esotico e fiabesco, nel difficile momento di passaggio tra la fine del Celeste Impero e la neonata Repubblica.

ENNIO BELSITO E L’ORIENTE

Interessato ai diversi aspetti della vita quotidiana, che riporta sulla tela in punta di pennello con un realismo quasi fotografico, Belsito espone alcuni dipinti realizzati nel primo decennio del Novecento in diverse mostre pubbliche, come L’Oroscopo, in mostra all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma nel 1911, Ozi cinesi, presentato alla Mostra dell’arte giovanile di Napoli del 1912, oppure Signora cinese, esposto alla Seconda Secessione romana del 1914. L’attrazione fatale tra Belsito e l’Oriente dura per sempre, e rientra in una generale corrente di interesse che aveva colpito negli stessi anni altri artisti come Galileo Chini, che lavora a Bangkok, o Mario Cavaglieri, che dipinge la sua collezione di cineserie negli stessi anni, mentre nel mondo della musica opere come la Turandot e la Madama Butterfly di Giacomo Puccini sono brillanti esempi della stessa fascinazione.
Questa attenzione all’Oriente si presenta quasi come una necessaria evocazione di un mondo ininterrottamente visto come in bilico tra sogno e realtà” ‒ scrive Matteo Piccioni ‒ “alimentata dalle trasformazioni della società contemporanea – in una Italia ormai pienamente industriale – e dunque modo ideale per evadere da un qui e ora sempre più prosaico”.

Ennio Belsito, Portuale cinese, 1910 ca., olio su tela, 188x90 cm. Courtesy Galleria Carlo Virgilio & C.
Ennio Belsito, Portuale cinese, 1910 ca., olio su tela, 188×90 cm. Courtesy Galleria Carlo Virgilio & C.

BELSITO E L’ARTE COLONIALE

Belsito espone ben otto opere alla Prima mostra di arte coloniale del 1931, l’anno in cui lo Stato acquisisce il dipinto La visita, oggi conservato presso il Ministero per lo Sviluppo Economico. “Queste immagini tradiscono lo sguardo coloniale e in fondo imperialista con cui l’Europa guardava a quei mondi lontani, sguardo che, del resto, è lo stesso che in filigrana trapela dal lavoro di Belsito”, aggiunge Piccioni “L’opera del pittore, infatti, testimonia un’attenzione nei confronti del levante ancora in linea con l’orientalismo ottocentesco, non connessa dunque con la metamorfosi dei linguaggi (si pensi ad esempio al modello giapponese nella genesi della pittura moderna), quanto con la documentazione, si potrebbe dire antropologica, dei costumi, squisitamente documentaristica”. Ora che la Cina è davvero vicina, è interessante riscoprire uno dei primi artisti italiani a rivolgere lo sguardo a Oriente, con uno stile puntuale e felice, ben al di là della mera indagine di cronaca.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.