Insieme al team de Le Grand Jeu crea progetti che trovano nella Street Art il loro baricentro, e da poco ha inaugurato un bookstore tematico a Parigi. Lui è Christian Omodeo e lo abbiamo intervistato.

Christian Omodeo (Roma, 1976) è il titolare del team Le Grand Jeu, che ha una vera passione per le culture di strada e l’arte contemporanea. Sviluppano progetti, mostre, gestiscono eventi e producono libri ‒ specialmente quelli impossibili da trovare. Dal 2015 collaborano con istituzioni e brand per diffondere e divulgare la conoscenza dell’arte e della cultura.

Perché hai deciso di aprire la tua agenzia Le Grand Jeu e il relativo bookstore a Parigi? Oggi di cosa vi occupate principalmente?
Di culture street, dai graffiti allo skate passando per la musica e lo streetwear. Abbiamo lavorato per brand, musei e istituzioni pubbliche francesi e internazionali. Tra i progetti recenti, quelli più importanti sono senz’altro la serie di video Dialogare con la street art realizzata per il Museo del Louvre e la collaborazione con Red Bull Arts a New York per la mostra Rammellzee: Racing for Thunder.
Nell’ultimo anno, ci siamo concentrati sull’apertura di una libreria dedicata alle culture street a Parigi. Viaggio molto e ho visto e comprato libri in numerose librerie, alcune delle quali sono fantastiche, come IDEA a Londra, Motto a Berlino o Printed Matter a New York. A Parigi, le librerie non mancano di certo, ma non ne ho mai trovato una con una selezione adatta ai miei interessi. Il problema è quasi sempre lo stesso: la selezione è troppo elitista e centrata sulla moda e/o sull’arte contemporanea o troppo kitsch e limitata a Banksy e pochi altri libri. Per questo, dopo due anni passati a girare l’Europa con un pop up bookstore, a inizio luglio abbiamo deciso di aprire una libreria su Fluctuart, un nuovo centro d’arte urbana a due passi dal Grand Palais.

Qual è la tua definizione di Street Art?
Lascio con piacere ad altri, come l’Enciclopedia Treccani, l’onere e l’onore di coniare definizioni, perché mi sembra che facciano un lavoro esemplare. Noto solo che molti affrontano questa domanda in termini puramente estetici. Si ragiona sul legame tra Street Art e arte contemporanea, come se si trattasse di due fenomeni distinti. Pochi, invece, osservano la questione dal punto di vista industriale, andando ad analizzare l’architettura stessa della Street Art, il suo rapporto particolare con internet e le peculiarità del suo funzionamento rispetto ai meccanismi dell’arte contemporanea.

Quali street artist sono i tuoi preferiti di sempre e perché?
Ho una vera ammirazione sia per quegli artisti che fanno la scelta dell’underground, come John Fekner, Peter Kennard, Pino Boresta o Cuoghi e Corsello, che per quelli che sono diventati celebri come Banksy, Shepard Fairey, Futura o Kaws e hanno saputo adattare il loro lavoro alle nuove condizioni nelle quali si sono trovati a operare. Ho avuto la fortuna di lavorare insieme a Marco Proserpio al film The Man who stole Banksy e di analizzare il lavoro di Banksy in Palestina fin dalla metà degli Anni Duemila. Spesso, tutto viene ridotto agli stencil che ha dipinto sul muro o sulle case, senza capire che i suoi interventi hanno generato un vero e proprio turismo parallelo a quello religioso. “Banksy is the new Jesus”, ci diceva una guida locale.

Cosa cerchi in un artista emergente? Cosa deve colpirti?
All’inizio degli Anni Duemila, la scena era composta da un numero limitato di artisti. Oggi, ogni giorno porta la sua lista di nomi nuovi, il che significa che chi emerge ha avuto molto più talento (o fortuna) di chi lo ha preceduto. Questo è già un primo aspetto. Al tempo stesso, la scena è molto più strutturata rispetto al passato. È più facile trovare una galleria, dei collezionisti e dei brand pronti a seguirti e a sostenere il tuo lavoro, ma si tratta di un sostegno che puoi perdere velocemente, così come l’hai trovato. Per certi versi, siamo di fronte agli stessi meccanismi della musica pop, con cantanti che scompaiono dopo aver dominato le classifiche per qualche mese. Una volta che hai chiare queste dinamiche, la selezione dei nuovi nomi diventa molto più facile.

Quale evoluzione pensi possa esserci nell’arte urbana e nell’arte contemporanea in generale nel prossimo futuro?
Se lo dicessi apertamente oggi, sarei preso per matto. È un problema se aspetto qualche anno, così passo direttamente alla casella “ve l’avevo detto”?

Rammellzee Racing for Thunder, Red Bull Arts, New York. Photo credits Lance Brewer. Courtesy of Red Bull Arts New York. All artwork © 2018 The Rammellzee Estate
Rammellzee Racing for Thunder, Red Bull Arts, New York. Photo credits Lance Brewer. Courtesy of Red Bull Arts New York. All artwork © 2018 The Rammellzee Estate

Cosa pensi possa essere fatto in più per la Street Art?
In strada, poco o nulla. Con o senza permesso, per fortuna, gli artisti hanno fatto e faranno sempre quello che pensano sia giusto. Il percorso è, invece, ancora lungo se penso alla posizione di molte istituzioni, dai Comuni fino ai musei.
In Francia, negli ultimi anni, si sono fatti dei passi avanti importanti. Basti pensare che il Ministero della Cultura ha creato un tavolo di lavoro sulla Street Art e finanziato un censimento di artisti e strutture ‒ associative e private, con e senza fini di lucro ‒ presenti sul territorio, per poter definire delle politiche nazionali in materia. Inoltre, Parigi è considerata la capitale del mercato della Street Art, grazie al numero elevato di gallerie e case d’asta che la promuovono. In poche parole, si è creata dal nulla una nuova filiera che dà lavoro a degli artisti, che porta l’arte nelle case dei collezionisti e negli spazi pubblici, grazie a una rete di associazioni attive su tutto il territorio, compresi i territori d’oltremare ‒ come Kid Kreol & Boogie sull’isola della Réunion. Tutto questa senza nulla togliere a chi preferisce agire in completa autonomia o rimanere nell’illegalità.

E in Italia?
In Italia ho la sensazione che si sia lasciata passare l’ennesima occasione, perché non si sono sostenute realtà che avrebbero potuto crescere e imporsi a livello internazionale, quando non si è proprio ostracizzata l’arte urbana per principio. Se guardo Milano, mi chiedo come sia possibile che sia successo poco o niente nell’ultimo decennio e che l’unico evento degno di nota in ambito istituzionale negli ultimi anni sia stata una mostra non autorizzata di Banksy, tanto più in una fase storica in cui la città sta vivendo una trasformazione positiva sotto molti punti di vista. A Roma dispiace vedere che una realtà come il festival Outdoor sia a rischio, nonostante il fatto che si tratti di una delle realtà più importanti in questo settore a livello europeo. Possibile che nessuno in Comune capisca che un progetto del genere merita di essere accompagnato a livello politico, se non altro alla luce delle importanti ricadute, in termini culturali ed economici, che offre alla città?

Rapporto tra Street Art e social network: qual è il tuo pensiero in merito?
La Street Art deve molto, se non tutto o quasi, a internet. È attraverso i loro siti internet e blog come Wooster Collective o Ekosystem che molti street artist oggi famosi hanno ottenuto visibilità all’inizio degli Anni Duemila. Facebook prima e Instagram poi hanno però stravolto le regole del gioco nell’ultimo decennio, non solo per la Street Art. Tutto gira attorno ai loro algoritmi e questo è limitante, perché porta molti artisti a produrre opere che rendono più sullo schermo di uno smartphone che nel mondo reale. La scelta di aprire una libreria nel 2019 è anche una presa di posizione rispetto a queste dinamiche, perché vuole essere un modo di offrire una risposta away from keyboard a chi non si accontenta di un’immagine carina su Instagram. Detto ciò, senza Instagram non sarebbe stato possibile creare una libreria e fidelizzare un pubblico che ci segue quotidianamente. Il che prova ancora una volta che non è tanto il mezzo che conta, ma il modo in cui te ne servi.

Il pop up bookstore di Le Grand Jeu alla Moniker Art Fair di Londra, 2018. Photo credits Moniker Art Fair
Il pop up bookstore di Le Grand Jeu alla Moniker Art Fair di Londra, 2018. Photo credits Moniker Art Fair

Progetti per il futuro?
Prima di tutto una mostra, Fire on Fire, che inaugurerà l’11 ottobre a Nancy. Si tratta di un progetto sviluppato con il Musée des Beaux Arts che indagherà i legami tra arti visive e musica in ambito street. In contemporanea, mi occuperò con il resto del nostro team della libreria. Vogliamo organizzare un fitto programma di incontri, conferenze, proiezioni e drop sviluppati insieme a Fluctuart. Stiamo anche sviluppando il versante digitale della libreria attraverso una piattaforma che è in fase di beta test. Se tutto va bene, speriamo di poterlo svelare a inizio 2020.

Alessia Tommasini

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Alessia Tommasini
Sono veneta di nascita, ho abitato per anni a Roma e ora a Firenze. Mi sono laureata in Filosofia a Padova e subito ho cominciato a muovere le mie prime esperienze nel campo della creatività e dell'arte, formandomi come editor, organizzando interviste e frequentando parallelamente una scuola di giornalismo. A Roma, mi sono specializzata come content curator e per quattro anni sono stata Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa di Studenti.it. Sono entrata in contatto con tutti i Centri Media nazionali per pianificare ogni tipologia di ADV online. In seguito, per cinque anni come responsabile media di una agenzia di comunicazione e creativa di Roma, che ha puntato, attraverso blog e social, a raggiungere e far conoscere artisti, creativi, designer, fotografi, illustratori, street artist italiani. Ho fondato nel 2018 il brand Just By Now!, agenzia media di digital PR per le startup creative, a favore di un rilancio creativo e artistico in Italia e all’estero.