Dal Medioevo alla Street Art. Intervista a Basik

Parola a Lucio Basik Bolognesi, artista impegnato in una attualizzazione in chiave street dell’immaginario medievale e barocco.

Lucio Basik Bolognesi, attivo fin dagli inizi degli Anni Novanta come writer, ha sviluppato, nel corso del tempo, il suo stile, passando gradualmente dalla vernice spray a una gamma più ampia di mezzi, mescolando elementi del suo background con l’arte medievale e del Rinascimento, ispirandosi anche a movimenti d’avanguardia nell’arte moderna e contemporanea. I suoi ultimi lavori si concentrano soprattutto sui gesti delle mani e traggono origine dalla cultura popolare, dall’immaginario religioso e dal simbolismo.
Basik ha esposto a San Francisco, Los Angeles, Londra, Berlino e Milano. Attualmente vive e lavora a Rimini.

Perché hai scelto il nome Basik? In passato hai usato anche lo pseudonimo Lego… Ci racconti il “passaggio”?
Lego è stata la mia tag più conosciuta nel periodo in cui facevo graffiti, tra l’inizio degli Anni Novanta e i primi Duemila. Basik nasce proprio nella seconda metà degli Anni Novanta come pseudonimo alternativo, e alla fine, vuoi per la composizione delle lettere, vuoi per la sonorità, è il nome che ho sentito più affine andando avanti col tempo. Nello specifico, la scelta del nome deriva semplicemente dal fatto che quando ero piccolo esisteva una sottolinea di mattoncini Lego (di cui ovviamente andavo matto) che si chiamava per l’appunto “Basic”.

Sei nato come writer, in che modo si è evoluta la tua arte?
Il writing lo considero l’inizio di tutto e credo che sia stato un periodo fondamentale per la mia formazione, seppur nelle rispettive profonde differenze tra ciò che facevo come writer e ciò che faccio ora come artista.
Il fatto che in quel periodo mi piacesse accostare dei character alle lettere ha probabilmente influito successivamente sul farmi rimanere in ambito figurativo in pittura, anziché scegliere altre strade verso l’informale o il concettuale, come è accaduto ad esempio ad altri partiti dallo stesso ambiente.

Lucio Basik Bolognesi, San Antonio da Padova predica ai suoi follower, Santa Croce di Magliano (CB) 2018

Lucio Basik Bolognesi, San Antonio da Padova predica ai suoi follower, Santa Croce di Magliano (CB) 2018

Come e quanto è cambiato il panorama della Street Art in Italia, secondo te?
Il panorama, in Italia come all’estero, è cambiato radicalmente negli ultimi 10-15 anni e, tralasciando i discorsi scontati legati all’hype del momento, la metabolizzazione dell’arte in strada nell’immaginario popolare, i collezionisti e i soldi, è abbastanza palese che non ci si trovi più davanti a un qualcosa che prima poteva banalmente essere riassunto metaforicamente in uno stencil di Banksy o simil tale. Oggi è tutto molto più eterogeneo e sfaccettato rispetto alla possibile singola definizione. Anche l’accezione che chi fa arte in strada venga perlopiù dal writing è diventata sempre più inesatta col passare degli anni, perché persone con retroscena completamente diversi gli uni dagli altri si sono affiancati a Blu e ad altri pionieri, generando processi, risultati e scopi agli antipodi tra loro, pur avendo come ambiente comune la strada e più generalmente l’esterno.

Che cosa significa oggi per te fare Street Art? Qual è la tua definizione di Street Art?
Non ho una definizione precisa, anche perché il termine Street Art è di per sé, e in particolare nel 2019, un contenitore senza gran senso logico. L’esercizio di semplificazione del nominare Street Art qualunque esempio d’arte venga piazzato in strada è di base errato perché, come già detto, i confini tra gli operati di chi lavora oggi fuori da una galleria sono a volte sì labili, ma spesso diversissimi tra loro. In molti di questi casi sarebbe più corretto parlare di nuovo muralismo, di writing, di post-graffitismo e, soprattutto, di arte contemporanea, più che di semplice Street Art. C’è così tanta confusione sulla terminologia da parte di certa stampa che ripeto sempre che se Christo fosse oggi un emergente, verrebbe suo malgrado inserito nel calderone della Street Art.

Vivi e lavori a Rimini, anche se per lavoro viaggi spesso all’estero. Che rapporto hai con la città? C’è un luogo in cui, nel caso, vorresti vivere?
Ho avuto spesso un rapporto un po’ conflittuale con la città in cui sono nato e cresciuto, specie per le carenze culturali del vivere in quella che, al netto dell’immaginario collettivo legato al turismo estivo, rimane una classica città di provincia, con tutti i relativi aspetti legati alla routine e a una certa noia. La possibilità di viaggiare per lavoro maturata negli anni, di poter creare connessioni professionali e personali con altri artisti e addetti del settore mi dona fortunatamente un notevole respiro mentale. Penso anche che sia impossibile evolvere ciò che si fa e crescere intellettualmente rimanendo confinato sempre nello stesso luogo, confrontandosi con i soliti quattro gatti o, peggio ancora, gli amici.

Lucio Basik Bolognesi, Scaramanzia, Rimini 2013

Lucio Basik Bolognesi, Scaramanzia, Rimini 2013

Quali differenze trovi tra i lavori che sviluppi in Italia e quelli all’estero?
Dipende molto dalle situazioni. Quello che ho notato, più in generale, è che estetica e temi che amo riprendere dall’arte medieval-rinascimentale vengono forse recepiti più in Europa rispetto a un posto come gli Stati Uniti (per fare un esempio); penso perché sia un tipo di immaginario che nell’uomo medio europeo è inconsciamente già assimilato dal fatto di vivere in un continente in cui anche l’edificio antico più anonimo ha al suo interno un qualche esempio di arte riconducibile genericamente a ciò da cui io prendo ispirazione e quindi esiste già una sorta di chiave di lettura data dall’ambiente in cui l’osservatore è cresciuto.

Spesso i tuoi soggetti raffigurano le mani e i gesti: da cosa proviene questa scelta? Cosa ti affascina di questi “elementi”?
Il lavoro sulle mani nasce più di dieci anni fa, ispirato dalla valenza simbolica e comunicativa che viene spesso data al gesto nelle raffigurazioni religiose, non solo di derivazione cristiana, a cui è immediatamente seguito il prendere ispirazione dal gesticolare della quotidianità italiana. Più in generale, unendo questi due filoni (che comunque sono entrambi relativi a un dialogo di tipo popolare), ho cercato di sviluppare un progetto sul gesto come linguaggio e simbolo, dove spesso cerco di dare una sorta di aura più alta anche al gioco, allo scherzo, a un qualcosa di comunemente percepito come di basso profilo perché appartenente alla popolarità/volgarità. Ho poi curiosamente scoperto negli anni che gesti banali (vedi il gioco chiamato “tondino”), che pensavo fossero usati solo in determinate zone d’Italia, avevano in realtà un bacino di utenza pressoché globale, quindi è interessante pensare a come la corporeità possa diventare un linguaggio universale ed extra-culturale.

Come avviene il tuo processo creativo?
Il mio processo creativo è un po’ caotico. Da schizzi approssimativi a penna sullo sketchbook per cercare di fissare un’idea di base non appena mi viene in mente, per poi passare a volte a Photoshop, creando montaggi di elementi disegnati o presi qua e là su internet. La parte di lavoro in digitale è molto utile quando in testa non visualizzo concretamente ciò che intendo comunicare o realizzare in finale, permettendomi così di scartare più velocemente alcune scelte in favore di altre più convincenti. Purtroppo sono pessimo nel creare bozzetti preparatori delle mie opere, paradossalmente soprattutto per quello che riguarda la recente serie con una più ampia palette di colori e soggetti strutturati, tant’è che spesso capita che quello che ho in mano prima di iniziare un’opera è semplicemente una foto di riferimento fatta in studio (o un sopracitato montaggio), per cui anche la definizione delle aree di colore e relativi toni da usare avviene liberamente sul momento.

Lucio Basik Bolognesi, San Luca accorda la sua immagine tramite la diagonale della stessa, Novi di Modena 2017

Lucio Basik Bolognesi, San Luca accorda la sua immagine tramite la diagonale della stessa, Novi di Modena 2017

Quando scegli ciò che andrai a realizzare?
Se per il filone delle mani in bicromia il discorso è legato più che altro semplicemente al gesto, la scelta dei soggetti unita al tipo di rappresentazione degli stessi nella parte di opere più recenti è sempre strutturata in modo che le tematiche siano una sorta di mezzo per parlare d’altro, in particolare dei rapporti e delle dinamiche tra arte e osservatore o tra arte e artista, in special modo considerando quelli che sono i modi di interazione tra le due parti ai giorni nostri.

Sei ispirato dall’arte medievale e rinascimentale. Che processo compi per attualizzarle?
Mi piace utilizzare temi, colore e luce tradizionalmente legati a precisi periodi dell’arte dal Medioevo al Barocco, fino ad arrivare al Simbolismo ottocentesco e cercare di rielaborare il tutto in un contesto contemporaneo. Quando ad esempio ho iniziato a usare l’oro, prima su parete e poi in studio, avevo in come riferimento le pale del Due-Trecento italiano, ricchissime di questo colore/materiale. Così ho cominciato ad abbinarlo al nero e al bianco, due colori che all’epoca abitualmente si usavano per dipingere spontaneamente in luoghi abbandonati per questioni di praticità ed economia. Alla fine l’oro è diventato una sorta di mia firma secondaria, il filo conduttore che parte dalle opere più essenziali per arrivare agli ultimi murales.

Che tecniche hai utilizzato e quali utilizzi ora?
Su muro uso della normale pittura da esterni, mentre in studio la tecnica che forse definisce maggiormente il mio lavoro (oltre gli acrilici) è l’uso della foglia d’oro. Ultimamente sto anche lavorando a un progetto scultoreo che mi ha dato la possibilità di poter interagire con le tre dimensioni e utilizzare materiali e tecniche mai approcciati prima, come la terracotta e le fusioni a cera persa. In passato sono stato anche molto affascinato dall’utilizzare oggetti di recupero in legno e metallo arrugginito come supporti per la pittura.

Progetti per il futuro?
Un’opera su parete ispirata al Grande Ferro R di Burri a Ravenna, l’uscita di Piattaforma, la scultura in edizione limitata che ho menzionato sopra, ideata e strutturata insieme a 2501, per poi finire con un paio di mostre collettive, entrambe in Italia.

Alessia Tommasini

https://basik.it/

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Alessia Tommasini

Alessia Tommasini

Sono veneta di nascita, ho abitato per anni a Roma e ora a Firenze. Mi sono laureata in Filosofia a Padova e subito ho cominciato a muovere le mie prime esperienze nel campo della creatività e dell'arte, formandomi come editor,…

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