Simone Miletta, aka Míles, racconta la storia della sua formazione. Dagli studi all’Accademia di Belle Arti fino ai muri delle città.

mīlĕs
[mīlĕs], militis 
sostantivo maschile III declinazione
1 soldato, soldato semplice, soldato a piedi
2 truppe, esercito, fanteria
3 veterano

Calabrese di nascita, Míles si appassiona all’arte fin da bambino, sin da quando guardava i genitori dipingere e creare con le mani. Dopo il liceo artistico si trasferisce a Carrara per frequentare il corso di scultura all’Accademia di Belle Arti. Qui conosce e lavora molti materiali come la creta, che lo attira particolarmente, facendogli scoprire la propria devozione all’approccio materico della creazione. Il suo interesse così si sposta da una ricerca legata all’uomo in quanto animale sociale, a una più spirituale ‒ intesa come indagine dell’aspetto nascosto e arcaico dell’essere umano. Questo nuovo percorso lo porta a un viaggio fino in Giappone, dove si lascia fortemente influenzare dall’immaginario e dalla cultura nipponica, tanto che il maestro di scultura della facoltà della Zokei University di Tokyo lo invita a riflettere su quanto la propria produzione si stia facendo plagiare dall’ambiente circostante.
Nel 2016 vince il concorso di Poverarte a Bologna, andando a realizzare una mostra personale e una serie di azioni sui muri e cabinotti Enel della città. Parallelamente produce una serie di dipinti non commissionati tra le vie di Firenze. Viene subito notato e coinvolto in iniziative e collaborazioni che hanno, come oggetto d’indagine, l’inserimento di interventi artistici nello spazio pubblico. Ha realizzato murales nella facoltà di Architettura di Firenze e per i Comuni di Calenzano, Viareggio, Orvieto, Firenze, Bologna.

Míles, Waiting for Godot, Firenze, 2017. Photo credits Giulia Maidai
Míles, Waiting for Godot, Firenze, 2017. Photo credits Giulia Maidai

L’INTERVISTA

Parto dalla Mostra alla Street Levels Gallery di Firenze, in cui esponi fino al 13 giugno In girum imus nocte et consumimur igni. Correggimi se sbaglio, ma l’origine viene dal documentario del 1978, diretto da Guy Debord, scrittore e filosofo. Perché hai scelto questo titolo? Che significato ha per te oggi? Qual è il tuo messaggio?
Il titolo è corretto ma è una frase latina palindroma, che si legge anche al contrario, alla quale non è stato ancora attribuito alcun autore, e vuol dire “andiamo in giro di notte e bruciamo al fuoco”, come le falene. Ho scoperto la frase mentre giocavamo con amici inventando frasi palindrome e nelle varie ricerche di frasi già esistenti è venuta fuori lei. L’ho avvertita come un bellissimo suono e il suo significato ha provocato in me una forte curiosità. Ho deciso di aspettare il momento opportuno e dopo circa tre anni è riemersa per presentare la mia personale a Firenze. Ha vari significati, il primo mi suscita ironia, è buffo il fatto di poterlo leggere allo stesso modo anche al contrario. Poi il suo significato, le falene sono attratte istintivamente dalla sua luce per finirne inevitabilmente bruciate. Così come noi esseri umani siamo attratti da una luce e ci muoviamo seguendola.

Sei un artista che si cimenta in varie tecniche (come pittura e scultura), inclusa la Street Art. Cosa trovi di diverso o speciale in questo “mezzo”?
La materia in generale ha una strana influenza su di me, non esiste una classifica di interesse disciplinare ma un metodo che a volte richiede l’una o l’altra tecnica, in base all’immagine che mi si palesa. Non è solo un discorso istintivo o intuitivo, il mix che preferisco si potenzia con la tematica che affronto ormai da molti anni, e la Street Art ne amplifica il valore.

Perché ti sei avvicinato alla Street Art?
Da sempre i muri sono stati fonte di ispirazione, leggendone, attraverso crepe, muffe e rotture, le infinite immagini che creavano narrazioni. Queste mi guidavano nel disegno, elaborando forme a volte astratte o evocative, come i graffiti delle caverne, arricchendo il mio stile fino a inglobarlo totalmente. Da questo momento in poi ho sentito la necessità di imprimere sui muri tutto il mio meccanismo creativo che sento sempre in fase di metamorfosi grazie, appunto, alla strada.

Quali tecniche utilizzi per le opere su muro?
Essendo molto legato alla materia, prediligo il colore liquido (quarzo acrilico o tempera), utilizzo pennelli, rulli, aste, ma anche punte per incidere e graffiare le superfici, spugne e frattazzi per stuccare o acquerellare, cercando sempre di integrare la tecnica alle imperfezioni del muro.

Míles, Radianza nucale, 2019. Photo credits Gabriele Masi
Míles, Radianza nucale, 2019. Photo credits Gabriele Masi

Come avviene il tuo processo creativo? È frutto più dell’intuizione o di una lenta ricerca?
Ho come la percezione di essere attraversato da un flusso di sensazioni, apparentemente indefinibili, che, mano a mano che il tempo scorre, prendono forma in immagini. È un processo veloce perché la forma che si definisce è effimera, di fatto giro sempre con uno sketch da disegno per fotografarne la visione. Ma queste intuizioni sono solito filtrarle e modificarle attraverso una parte più “razionale” che è quella legata alla mia tematica: l’indagine dell’istinto umano.

Hai studiato a Carrara e vissuto e lavorato per diverso tempo in Giappone. Che esperienze sono state per te? Quanto e in che modo hanno forgiato e “contaminato” il tuo stile?
Gli anni di studio legati alla scultura (modellazione) hanno rafforzato il rapporto, già esistente, con la materia. Le varie collaborazioni con artisti e studi, oltre alla costante lena legata al disegno di modelli/e, gessi del passato, le varie contaminazioni visive, le letture, tutto è stato un caldissimo processo di evoluzione che ha segnato inevitabilmente il mio stile. In Giappone, poi, mi sono così immerso in una cultura completamente diversa dalla mia da restarne quasi folgorato, al punto che, al mio rientro in Italia, ho smesso per un po’ di disegnare. L’influenza di tutte quelle immagini aveva nettamente modificato la mia percezione: ho dovuto aspettare un po’, non ricordo quanto, prima di assimilare tutto nel mio universo creativo.

Fra le tue opere realizzate in strada, ce n’è una alla quale sei più “legato” ‒ e se sì, perché?
Ogni muro ha la sua storia, la propria vita, è la pelle della città. Alcuni li sento più rumorosi, altri meno e quando ne riesco a percepire l’immagine con semplicità, quello è il muro che mi riesce meglio. Come il muro al parcheggio delle Murate a Firenze; mentre passeggiavo sono stato attratto da quelle pareti, mi sono soffermo, le ho osservate. Tornato a casa, ho buttato giù due schizzi, la notte ho preso i colori, la scala e sono ritornato sul posto. Ho dipinto Tito e Dimaco, la crocifissione dei due ladroni, incatenati. Qualche giorno dopo ho scoperto che li c’era un ex carcere, dove sono stati deportati diversi ebrei.

Míles, Tito e Dimaco, Firenze, 2017. Photo credits Giulia Maidai
Míles, Tito e Dimaco, Firenze, 2017. Photo credits Giulia Maidai

Lavorare all’estero e in Italia. Per la tua personalità artistica, dove ti senti più a tuo agio?
Non ho vissuto molto tempo fuori dall’Italia, ma credo che Firenze sia una città molto meditativa e misteriosa. La trovo la città perfetta per il momento creativo che sto vivendo.

Qual è la tua definizione di Street Art?
Nella repubblica di Platone l’arte e gli artisti sono considerati un pericolo, una minaccia per l’ordine pubblico, e vengono sottoposti a censura. Questo potere che deriva dall’arte esiste ancora oggi, ma siamo talmente abituati ed educati all’immagine che ne perde, almeno in parte, il suo effettivo potenziale. Lo street artist, da un lato, ha il compito di risvegliare la curiosità dello spettatore, attraverso una ricerca più complessa, per superare l’attuale fase di stagnante comunicazione. Dall’altra, lo spettatore deve sforzarsi di cercare il giusto valore e intensità dell’opera e il messaggio che ne deriva. Credo sia arrivato il momento di elevarsi a qualcosa di più alto.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi lavori? Di cosa ti occuperai?
Al di là delle varie mostre, muri e commissioni già in atto e in programma, la mia più grande curiosità è quella di conoscere e scoprire l’evoluzione, la metamorfosi del mio stato creativo che sento sempre in divenire.

Alessia Tommasini

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Alessia Tommasini
Sono veneta di nascita, ho abitato per anni a Roma e ora a Firenze. Mi sono laureata in Filosofia a Padova e subito ho cominciato a muovere le mie prime esperienze nel campo della creatività e dell'arte, formandomi come editor, organizzando interviste e frequentando parallelamente una scuola di giornalismo. A Roma, mi sono specializzata come content curator e per quattro anni sono stata Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa di Studenti.it. Sono entrata in contatto con tutti i Centri Media nazionali per pianificare ogni tipologia di ADV online. In seguito, per cinque anni come responsabile media di una agenzia di comunicazione e creativa di Roma, che ha puntato, attraverso blog e social, a raggiungere e far conoscere artisti, creativi, designer, fotografi, illustratori, street artist italiani. Ho fondato nel 2018 il brand Just By Now!, agenzia media di digital PR per le startup creative, a favore di un rilancio creativo e artistico in Italia e all’estero.