The man who stole Banksy: un film di Marco Proserpio indaga il mercato nero della street art

Il docufilm sarà al Tribeca Film Festival di New York e racconta la storia delle opere di Banksy, staccate e messe sul mercato, addirittura battute in asta. Pone inoltre alcune questioni nodali sulla street art, viaggiando dall’Europa a Betlemme.

Banksy
Banksy

Chi è Banksy e cosa sappiamo realmente su di lui? Forse solo che si tratta di un artista che conduce una vera e propria guerriglia in tutto il mondo più comunemente denominata street art. Su questo personaggio nel 2010 è stato realizzato un doc, Exit Through the Gift Shop, basato parzialmente sulla sua vita e le sue opere. In questi mesi è stato chiuso invece un altro documentario che parte da Banksy e va ben oltre il semplice artista. Il docufilm in questione è a firma di Marco Proserpio e vede la partecipazione di Iggy Pop come voce narrante. The man who stole Banksy è il suo titolo e si presenta come un racconto sull’arte, sulla nostra società e sul capitalismo. Il film sarà presentato in anteprima al Tribeca Film Festival di New York (18- 29 aprile 2018), insieme ad altri due titoli italiani: Figlia mia di Laura Bispuri e Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli.

IL CASUS BELLI

È il 2007. Banksy e il suo team si introducono in Palestina nei territori occupati e firmano a modo loro case e muri di cinta. La gente del posto non gradisce totalmente e va su tutte le furie per il murales raffigurante un soldato israeliano che chiede i documenti a un asino. In risposta a questo “affronto” Walid, palestrato taxista del posto, con un flessibile ad acqua e l’aiuto della comunità, decide di asportare il murale per rivenderlo al maggior offerente. Questo non è solo l’inizio della storia di Banksy, ma è l’incipit di un racconto molto più grande e profondo che riguarda la nascita di un mercato parallelo, tanto illegale quanto spettacolare, di opere di street art prelevate dalla strada senza il consenso degli artisti. Sono passati diversi anni dal dipinto fatto sul muro che separa Israele dalla Striscia di Gaza e l’asta per quel “pezzo di muro” non si è ancora conclusa: per oltre centomila dollari una tonnellata di muro di uno degli artisti più celebri è stata trasferita in Scandinavia e ora attende di volare oltreoceano.

IL MERCATO DELLA STREET ART

The Man Who Stole Banksy parte da questo piccolo grande pretesto storico, artistico, civile e sociale per affrontare tematiche sempre più attuali che riguardano la speculazione nel mercato della street art, il diritto d’autore, il confronto tra culture diverse in un’ottica postcoloniale e il recupero di opere percepite come delle vere e proprie sfide tecnologiche anche da restauratori specializzati nello stacco di affreschi rinascimentali. In The Man Who Stole Banksy riprese per strada e interviste si incastrano tra loro coinvolgendo un numero elevato di personaggi e studiosi che analizzano la questione artistica e sociale con cognizione di causa. Perché si sceglie di segare da un muro un’opera d’arte per poi rivenderla? È un vero, ulteriore mercato nero? Chi sono i buoni e chi i cattivi?

ALL AROUND THE WORLD

Dieci anni dopo la prima visita, e quindi nel 2017, Banksy&co tornano a Betlemme per realizzare una nuova opera d’arte: l’Hotel Walled Off. Spieghiamo meglio, il celebre writer è tornato in Cisgiordania, in quelle zone tanto travagliate, per trasformare un hotel in un museo della tolleranza e della street art. Il regista Marco Proserpio decide quindi di tornare in Terra Santa e incontrare gli abitanti del posto per sapere cose ne pensano. Il fatto veramente interessante riportato nel documentario The Man Who Stole Banksy è infatti la possibilità di “confronto” con gente comune e tra questi anche a Walid, il taxista palestinese che ha dato inizio a tutto. Marco Proserpio pone una domanda a tutti: se la street art è effimera per definizione, le varie opere e i murales dovrebbero scomparire nel tempo come è intenzione degli stessi artisti o dovrebbero essere preservati per i posteri? Anche a voi l’ardua risposta.

Margherita Bordino

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.

1 COMMENT

LEAVE A REPLY